La Guarigione di Tiberio – IV

(Parte prima, seconda e terza)

Gerusalemme.
35 d.C.

Quando Pilato venne a sapere che dalle regioni settentrionali dell’Impero era giunto un uomo nobile e onorato, incominciò ad incuriosirsi.
Quando poi venne a sapere che l’uomo nobile era stato inviato lì dall’Imperatore stesso, e che costui richiedeva (ma con calma, senza fretta!) un incontro col procuratore di Giudea… allora, incominciò ad inquietarsi un poco.
La goccia che fece traboccare il vaso fu scoprire che il messo imperiale stava vagando in lungo e in largo percorrendo tutta la Giudea, e fermando i paesani per far loro chissà quali domande. A quel punto, Ponzio Pilato ebbe la consapevolezza di essere nel panico.

Ordinò ai suoi servi di rintracciare immediatamente quel messo imperiale, e di condurlo alla Fortezza Antonia tributandogli i massimi onori possibili.
Si profumò il capo, si vestì col suo abito più ricco; chiese a sua moglie Claudia di indossare quella sera i suoi gioielli più preziosi.
E poi, attese l’arrivo del potente Volusiano camminando nervosamente lungo il colonnato del suo Forte.
Nell’attesa, si tormentava le mani e la mente, pieno di dubbi e di timori: in quello schifo di provincia, zeppa di rivolte e di esaltati, lontanissima da Roma, priva di ogni comodità, in cui era praticamente impossibile intendersi coi pezzi grossi, adesso arrivava pure un messo imperiale. Per chissà quali ragioni.
I servitori spalancarono il cancello della Fortezza Antonia, e Pilato scattò in avanti completamente dimentico di sua moglie (…e pure della sua dignità, in fin dei conti). Si fece largo fra i cocchieri e si precipitò ad accogliere il visitatore, facendo di tutto per ingraziarselo. Lo salutò con i migliori onori facendolo scendere da cavallo: ripeté per cinque volte consecutive quanto fosse onorato, e felice, e incredulo di poterlo accogliere nella sua casa, e gli chiese notizie di Roma, di Capri, di Tiberio Cesare, dell’amata patria…
Lo fece accomodare nel salone, e lasciò che Claudia Procula prendesse accordi con le schiave per preparare il ricevimento. Chiacchierò con lui per qualche minuto, trattandolo come se fosse il figlioletto tornato da un lungo viaggio; e solo dopo, dopo il primo bicchier di vino, osò fare la domanda che più di tutte gli premeva. “Dimmi, Volusiano: perché, finora, il tuo umile servitore non ha avuto il piacere di aver notizia del tuo viaggio? Avrei mandato i miei schiavi ad incontrarti…”.
Il messo imperiale accennò un sorriso, e riportò il calice alle sue labbra. “Tranquillizzati, Pilato”, disse calmo. “Non sono qui per un esame della provincia, né per la sommossa di qualche città, e men che meno per controllare la tua politica”.
Pilato tentò di nascondere l’espressione di sollievo sul suo volto, ma ebbe scarsi risultati. “Ma allora, cosa…?”.
“Il mio interesse è volto alla guarigione del nostro pio signore Tiberio Cesare”, annunciò il romano, con voce grave. “Rimanga fra di noi” – e fece scorrere lo sguardo da Pilato a Claudia Procula – “ma la salute del nostro amato Imperatore è minata nelle parti più segrete, tanto che non gli giovano né medicine né incantesimi di medici”.
Pilato non mutò espressione. Claudia incurvò invece le labbra in una smorfia, mormorando affranta: “che gli dei lo proteggano”.
Volusiano accennò un sorriso in direzione della donna, velocissimo. Poi riportò lo sguardo su Pilato e ricominciò a parlare, in tono grave: “il nostro amato Tiberio Cesare ha avuto notizia di un uomo, qui in Giudea. Dicono che curi le malattie senza necessità di medicine o erbe, e riesca laddove tutti gli altri hanno fallito. Gli è stato riferito”, disse, “che costui guarisce le contaminazioni, offre la salute, compie prodigi di vario genere. Sono venuto qui per cercarlo”, annunciò in tono solenne, “e per condurlo a Capri, affinché salvi l’Imperatore”.

Calò il silenzio.
Pilato guardò Claudia, Claudia guardò Pilato; quanto a Volusiano, li guardò entrambi.
Nessuno disse niente per cinque secondi abbondanti, e poi Pilato si sentì in dovere di schiarirsi la gola, giusto per far qualcosa. “Mio signore”, mormorò arrossendo: “sarà un onore mettere a disposizione dell’Imperatore Tiberio Cesare il mio medico personale, e tutti i più abili guaritori della Giudea. Ma” – ed esitò – “voglio dire…”.
“Sì?”.
Pilato e Claudia si scambiarono un secondo sguardo, ed erano entrambi piuttosto a disagio. “Cioè… onestamente”, mormorò Pilato, “il mio medico è bravo, ma non più di tutti gli altri. Non conosco nessuno, che faccia tutte le meraviglie che descrivi. A Roma esistono senz’altro medici molto più preparati: non penso proprio che riuscirai a trovare, in questo buco di provincia, un uomo che…”.
“Ma non è possibile!”, si spazientì Volusiano, agitandosi sul suo triclinio. “Ho un rapporto, qui con me: tutto il popolo ne parla; dicono che abbia guarito in cieco nato, messo in piedi un paralitico, mondato i lebbrosi… come puoi non conoscerlo?!”.
Pilato e Claudia si scambiarono una seconda occhiata, sempre più perplessa.
“È con mio grande imbarazzo”, ripeté Pilato: “ma davvero, in questo momento…”.
Claudia Procula si mordicchiò il labbro inferiore, sovrappensiero. Aprì la bocca per parlare, guardò il marito, poi la richiuse… Volusiano assottigliò lo sguardo, notando quello strano comportamento.
“Tanto grande è la sua fama”, disse lentamente, fissando la moglie del prefetto, “che corre voce, a dar retta al popolino, che questo medico abbia fatto risorgere da morte tre persone. Sono certo che…”. E si interruppe, perché aveva visto Pilato sobbalzare sui cuscini.
Claudia Procula si morse le labbra ancor più forte, e abbassò lo sguardo; Pilato perse quel poco di colore che gli restava sulle guance, e sgranò gli occhi.
“È un nazareno”, concluse Volusiano, molto lentamente, giusto per completare il quadro.

Calò il silenzio.
Un impostore”, sbottò Pilato, molto bruscamente.
Volusiano accennò un sorriso. “Dunque lo conosci!”.
“È un impostore”, ripeté Pilato. “Un ciarlatano. Un buono a nulla. Un farabutto”.
Volusiano non si diede per vinto: “ti prego, dimmi dove abita. Voglio parlargli, voglio capire…”.
Ti ho detto che è un impostore!”, esclamò Pilato. “Non ne val la pena. Lo conoscevo. Te lo sconsiglio. Un incapace”.
Volusiano aggrottò le sopracciglia. Fece spaziare lo sguardo da Pilato, che sembrava sull’orlo di una crisi isterica, a Claudia Procula, che teneva il capo chino e gli occhi bassi. “Vorrei conoscerlo comunque”, e scandì bene le parole. “Tiberio Cesare mi ha dato ordine di non tornare senza quest’uomo: è mio dovere ritrovarlo, e valutare se…”.
Te lo sconsiglio”.
Volusiano fissò Pilato, senza capire. “Beh, io sconsiglio a me stesso di tornare in patria senza aver svolto il mio compito. Quindi, se tu, cortesemente…”.
Davvero. Non è il caso”.
“Mio caro Pilato”, esclamò Volusiano, che stava cominciando ad irritarsi: “ti prego caldamente di fornirmi le informazioni di cui ho bisogno, calcolando anche che mi manda qui l’imperatore Tiberio Cesare”. E lo fissò per qualche istante; poi, passò a un tono più colloquiale. “Scusa, eh: ma che ti costa?”.
Ci fu un attimo di panico, dove la tensione fu palpabile. Pilato lanciò uno sguardo a sua moglie, e la moglie sospirò gravemente. E fu proprio la donna, a parlare, alzando lo sguardo su Volusiano: “disgraziatamente, ci è impossibile farti conoscere quest’uomo. Sono due anni, ormai, che è morto”.

Fu come se lo stomaco di Volusiano fosse sprofondato di dieci centimetri abbondanti. “Stai scherzando, vero?”, gracchiò con un fil di voce.
“Purtroppo no. È morto”. Fu ancora Claudia Procula a parlare, perché Pilato era pallidissimo e nervoso.
Volusiano boccheggiò, nella disperazione. “È morto… Cioè, tu mi stai dicendo che ho passato gli ultimi anni della mia vita a cercare un tizio… che adesso è…”.
“Mi spiace tanto”, sussurrò la donna.
Il messo si passò una mano fra i capelli, sconcertato. “Ma siete sicuri che fosse proprio lui? Non è che magari vi state confondendo, pensate a un altro, e lui è ancora…?”.
“No”, sussurrò la donna. “È senz’altro lui. Ed è morto due anni fa. Si chiamava Gesù di Nazareth”.
Pilato fece uno strano colpo di tosse, curiosamente simile a un gemito di disperazione, e Volusiano riportò il suo sguardo su di lui. Era pallido e sudato: sembrava un prigioniero condotto al patibolo. Lo fissò per qualche istante, facendo scorrere lo sguardo sui suoi lineamenti tesi, e poi sbottò in tono duro. “Cosa c’è, Pilato?”.
“Che cosa? Niente!”, squittì Pilato, che era pallidissimo.
“C’è qualcosa che nascondi”, rincarò il romano; e la sua voce vibrava di durezza.
Pilato sgranò gli occhi. “No! Che cosa?”.
“Io non lo so di certo”, esclamò Volusiano, e stavolta si era aggiunta una nota di sdegno alla durezza del suo tono. “Che c’è? Conosci questo Gesù ma non vuoi privarti dei suoi servigi? Rifiuti di farlo condurre a Roma perché non vuoi rinunciare alle sue cure? Preferisci forse condannare a morte certa Tiberio Cesare, piuttosto che…?”.
No! NO!”, lo interruppe Pilato, e aveva gli occhi pieni di lacrime. “Te lo giuro, quell’uomo è morto: se solo potessi farlo arrivare qua; se solo potessi condurlo alla tua presenza! Ma lui è…”.
Volusiano si alzò di scatto, e quasi cominciò a urlare: “non avresti quest’aria così colpevole, se davvero lui fosse morto!”.
Pilato singhiozzò, scosso dai singulti: “mio signore, te lo giuro, quell’uomo è morto! È morto, è…”.
“Hai ragione, Volusiano: Pilato ti sta nascondendo qualcosa”, scandì lentamente Claudia Procula, mettendosi in piedi e fissando il messo imperiale dritto negli occhi. “Mio marito dice il vero, quando dice che quell’uomo è morto. Gesù di Nazareth è morto”, e sospirò, amaramente, “proprio perché è stato mio marito a farlo uccidere”.

Ci fu silenzio.
E poi sconcerto e incredulità.
E poi ci furono grida, e minacce, e pianti, e suppliche accorate.
Ci fu anche uno schiaffo di puro sdegno, rivolto a quel criminale che aveva fatto crocifiggere proprio l’uomo di cui Tiberio aveva bisogno: e ci furono le spiegazioni di Pilato, affannose, disperate, alla ricerca eternamente vana di una qualche giustificazione.
E poi ci fu di nuovo silenzio, e sdegno profondo, e la disperazione di Volusiano.

E poi, il messo imperiale scappò via da quegli idioti, ritenendo di non poterne più sopportare la vista: spalancò il portone della Fortezza Antonia, respirò a fondo, si passò una mano fra i capelli. E infine si lasciò cadere sui gradini dell’ingresso, esausto, fissando il vuoto; incredulo.

Non si accorse del servitore che lo aveva seguito, finché non fu proprio lui ad apostrofarlo, a bassa voce.
“Scusami, signore… Ho sentito che stavi cercando Gesù di Nazareth: non è così?”.

(Continua)

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