La Guarigione di Tiberio – VII

(Prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta parte)

Carezzò le piaghe del suo corpo, pulì il sangue rappreso delle sue ferite; sfiorò leggera i suoi capelli sudati e sporchi, e baciò a fior di labbra il suo costato sanguinante. Mentre il corpo di Gesù scompariva alla sua vista, avvolto dal telo in lino che qualcuno di loro aveva fornito, Berenike sentì le lacrime che le rigavano le guance, ed ebbe la consapevolezza che niente nella sua vita sarebbe più stato come prima.

Rimase inginocchiata a lungo, a capo chino, a singhiozzare sotto a quella croce ch’era ormai spoglia.

Era il giorno della parascève, e già splendevano le luci del sabato. Allora, Berenike si mise in piedi, e tornò lentamente verso l’alloggio in cui viveva: Gerusalemme si preparava alla festa, e da qualche casa usciva già un buon profumo di agnello e di erbe amare. Berenike per un attimo ebbe il folle desiderio di urlare al mondo cos’era successo, cos’era stato fatto, e Chi se n’era andato: perché era impossibile che qualcuno respirasse ancora, aspettasse ancora, vivesse ancora, dopo che il Figlio dell’Uomo era morto davanti ai suoi occhi, inchiodato ad una croce.

Entrò nella stanzetta in cui aveva trovato alloggio, e si buttò sul letto, singhiozzante.
Affondò la testa nel suo giaciglio e pianse, pianse tanto, per sfogare tutte le sue lacrime.

E poi pensò che non poteva essere finita lì; che aveva ancora tanto da fare, per onorare il Salvatore.
Rifletté che servivano degli aromi, degli oli profumati con cui spalmare il corpo di Gesù non appena fosse finito il riposo del sabato. Si asciugò le lacrime con il palmo della mano, cercò di calcolare quanti soldi potesse destinare a questo scopo, e allora rivoltò sul letto il piccolo sacco che si portava sempre dietro, per non lasciare in casa, incustoditi, gli oggetti di valore.
Ne uscì un pettine d’ambra, un borsellino di monete, e anche il velo bianco che aveva indossato poche ore prima (o forse una vita prima?), durante la salita lungo il Calvario.

Berenike fissò in silenzio quel velo appallottolato, con cui aveva avuto l’onore di asciugare il volto di Cristo. Scorse una macchia di sangue sulla stoffa candida, singhiozzò; la sfiorò delicatamente con le sue dita. Il sangue di Gesù, l’ultimo ricordo di quell’Uomo che aveva cambiato la sua vita… se solo avesse potuto vederlo un’altra volta; se solo avesse potuto dirgli anche solo un “grazie”; se solo avesse potuto onorarlo per un’ultima volta, come forse non aveva mai fatto a sufficienza…
Se solo

Berenike prese in mano il velo e lo distese, ultima reliquia del Signore Dio.
E quando la stoffa bianca fu distesa lungo il letto, e quando Berenike la guardò… allora, non riuscì a trattenere un grido.

Là dove il suo velo aveva toccato il volto di Gesù, e la dove il sangue aveva macchiato la stoffa candida del lino… , l’immagine del volto di Cristo – ferita, sofferente – si era impressa sulla stoffa, come per miracolo.
Berenike sgranò gli occhi, fissò ogni minimo dettaglio di quel ritratto miracoloso e impressionante che proprio a lei, proprio a quell’umile donnetta, aveva fatto l’onore di…

Si portò una mano alla bocca, tremante, e cercò di soffocare un singhiozzo.
Le lacrime ricominciarono a scorrere sul suo volto, ma stavolta era diverso. La disperazione e lo sconforto si mescolavano all’onore di esser stata fatta oggetto di una tale grazia, e alla speranza di poter fornire almeno un ultimo conforto – un ultimo ricordo – a se stessa e a tutti gli altri che avevano amato il Signore Gesù.

Fissò a lungo il volto del Cristo, con un misto di deferenza e affetto.
E poi, fra le lacrime, si inginocchiò davanti al velo, e incominciò a pregare.

(Continua)

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