[Ma che sant’uomo!] Il miracolo di Dinfna

Seduto al banco della chiesa, il sacerdote Gerberno cominciò a tossire furiosamente. “Tuo padre ha fatto COSA?!”, gracchiò con un fil di voce.
Dinfna abbassò gli occhi, senza parlare. Alla debole luce delle candele, le sue guance si imporporarono del rossore dell’imbarazzo.
Gerberno boccheggiò, visibilmente attonito. “Tuo padre il re… tuo padre!! Tuo padre ha potuto…?”.
Dinfna tacque, a capo chino; gli occhi lucidi.
“Ha osato…!”. Il sacerdote era stranito, letteralmente incredulo: “tuo padre ha potuto anche solo pensare di…? Mio Dio!”.
Dinfna si morse il labbro inferiore, cercando di farsi forza. Sussurrò poche parole, in tono appena udibile. “Sapete… è da quando è morta la mamma che lui si comporta… in modo strano”. Prese fiato. “Io le assomiglio, eravamo due gocce d’acqua, e io credo che riveda in me… quella donna che lui…”.
Gerberno si passò una mano fra i capelli, orripilato. “Signore benedetto. Io non ho parole. Non riesco a credere che tuo padre – il re! – abbia potuto usarti violenza per…”.
Dinfna chiuse gli occhi, umidi di lacrime. “Lui è molto…”.
“Lui era un uomo giusto!”, esclamò Gerberno, annichilito. “Il migliore di tutti i nostri re, un modello da seguire, un esempio per il popolo, un…”.
“… un ottimo padre”, sussurrò la ragazza, a voce bassa. “Da quando la mamma è morta, non è più lui. Non…”. Esitò. “Davvero. Non è più lui. Non lo riconosciamo più. È… è una persona completamente diversa. Il dolore lo ha…”.
“Tuo padre è impazzito”, decretò il prete, in tono di constatazione. “Ha perso la testa per il lutto. Non c’è altra spiegazione. È pazzo”.
La principessa annuì, dolorosamente. “Lo credo anch’io. Povero papà. Ha perso il senno”.

Calò il silenzio.
Il sacerdote e la ragazza si fissarono a lungo, nella penombra della cappella.
Aleggiava fra di loro una spaventosa consapevolezza, carica di sconcerto, di dubbi, e di paure.
Fu la principessa a parlare per prima, dopo quel silenzio. “Io non voglio tornare a casa, questa notte…”.
“No. No di certo”, commentò il suo sacerdote. “No, assolutamente”.
Dinfna abbassò lo sguardo; la si vide arrossire ancora. “Se lui…”. Esitò. “Se lui dovesse entrare nella mia stanza, questa notte… Non è colpa sua”, singhiozzò pianissimo, “io credo che in qualche modo lui creda di vedere in me mia madre, e quindi…”.
Non puoi tornare a casa”. Gerberno le posò una mano sulla spalla, e la guardò fisso negli occhi. “Verrai con me: ti accompagnerò nella nostra casa che sorge a Gheel, vicino a Anversa. Lì potrai avere rifugio, nell’attesa che tuo padre…”. Esitò. “Ritorni in sé. Magari si può curare…”.

Ma la Provvidenza, talvolta, dispone diversamente.
E qualche giorno dopo, Dinfna e Gerberno, in fuga verso Gheel, furono raggiunti dal padre della ragazza, furente nel suo delirio.
La pazzia che l’aveva colpito faceva sragionare la sua mente sofferente: per prima cosa, il re uccise il sacerdote, che per anni ed anni era stato suo confidente e amico.
E poi si gettò sulla sua figlia, credendo di vedere in lei quella moglie tanto amata.

E Dinfna, proprio come Maria Goretti, morì per la sua purezza.
Ma il suo sacrificio (anche o soprattutto) servì a preservare il padre incolpevole da quella colpa orrenda. Da quel gesto così aberrante che mai e poi mai, prima di ammalarsi, il pover’uomo avrebbe anche solo potuto concepire. E dico “ammalarsi” perché la malattia mentale è una malattia a tutti gli effetti: e come tale, compassionevolmente, va guardata.
Santa Dinfna ne sa qualcosa.

E infatti, è considerata la Santa patrona di tutti coloro che soffrono di malattie mentali: vittima incolpevole, e figlia affezionata, pregherà senz’altro affinché non si ripeta mai più l’orrore indicibile vissuto da suo padre.

Santa Dinfna, secondo la tradizione, sarebbe una martire del VII secolo.
La sua vita è raccontata in un testo agiografico che risale però al Duecento – epoca in cui, a Gheel, furono traslate solennemente quelle reliquie che furono identificate come resti della Santa.
Sulla tomba della martire, divenuta ormai un centro di pellegrinaggio, i devoti passavano strisciando per nove volte, pregando per un miracolo. Erano minorati mentali, sonnambuli, epilettici; persone affette da handicap psichici o da forti depressioni, che invocavano la Santa implorando per la guarigione.
Spesso venivano accompagnati dai parenti; ma altre volte, no.
A volte partivano da soli, attraversando mezza Europa, consapevoli del loro male e speranzosi di poter guarire.
E così, nel pieno Medio Evo, la città di Gheel si trasformava improvvisamente in un inquietante ricettacolo di pazzi ed alienati, che vagano per le vie del borgo in preda a un disperato bisogno di assistenza.

Che fare?
Cosa non fare?
Di certo non si poteva edificare a Gheel un ospedale psichiatrico, in un’epoca in cui la psichiatria era fanta-medicina.
Ma non si poteva nemmeno abbandonare al proprio destino quella povera gente diseredata, in cui sembrava di sentir riecheggiare le parole di Gesù Cristo: “avevo fame, e voi mi avete dato da mangiare…”.

Gheel – copio testualmente da Wikipedia – è oggi “la più grande comunità psichiatrica terapeutica aperta del mondo”.
Tecnicamente si chiama placement familiar, (mi dice Google: se c’è uno psichiatra a bordo, corregga pure le mie fregnacce). Il concetto è quello di prendere un malato di mente e toglierlo dal manicomio, collocandolo in una famiglia che sia disposta ad ospitarlo per dargli una vita il più possibile normale.
In Italia, credo che non sian passati troppi decenni, da quando hanno incominciato a diffondersi le “case famiglia” per persone affette da handicap mentali.
A Gheel, in Belgio, un embrione di “casa famiglia” esisteva già nel pieno Medio Evo – quando gli abitanti della città, spinti da spirito cristiano, si erano sentiti quasi “costretti” a dare un tetto a tutti quei poveri ammalati che soggiornavano a lungo da quelle parti, sperando in un miracolo dell’amata Santa.

Ahò, gente. Non me lo sto inventando.
Ci son fior fiore di documenti, oltre che di studi accreditati, che attestano questa caritatevole usanza fin dal pieno Medio Evo.

Ed è questo – secondo me – il più grande miracolo di Dinfna.

7 pensieri su “[Ma che sant’uomo!] Il miracolo di Dinfna

  1. Amen!
    niente di più che la vicinanza può fare miracoli!
    Oggi un amico mi ha chiesto una preghiera per il fratello che in un attimo di pazzia… è adesso in psichiatria.
    Grazie della nuova santa a cui votarsi…

    Diego

  2. Ritengo che il pellegrinare, lo stare a contatto col mondo e con la gente, sia una terapia migliore rispetto a molte scuole di psichiatria. In fin dei conti, i farmaci sono solo dei palliativi, e nella terapia quello che conta di più è il rapporto medico paziente.

    Per caso questo post ti è stato ispirato dal film Mr. Beaver? Sarà che in questi giorni sono un po' fissato con questo film, però mi è piaciuto.

  3. Diego, wow… allora ti ho presentato la Santa giusta al momento giusto, a quanto pare!

    Quanto al placement familiar… mah. Per non capirci assolutamente niente, mi vien da dire che forse non è proprio tutto oro quel che luccica, sapete?
    Mia mamma, all'epoca della legge Basaglia, faceva l'assistente sociale. Lei non ha mai lavorato con persone con problemi psichiatrici, salvo pochi casi eccezionali che comunque non erano la norma; però, parlando con alcune sue colleghe che invece ci lavoravano quotidianamente, le vedeva un po' perplesse. Nella grande maggioranza dei casi, senz'altro ai malati faceva bene la possibilità di uscire dal manicomio e tornare in famiglia, conducendo una vita decisamente più normale.
    Ma talvolta c'erano casi un po' più difficili: malato non facilmente gestibile, famiglia non adatta a gestire l'ammalato, situazioni di degrado in cui, forse forse, una clinica sarebbe stata ancora meglio…
    Insomma: pare che gli addetti ai lavori non fossero proprio entusiasti al 100% di questa legge, all'epoca. Magari dipendeva anche dalla forza dell'abitudine (cambiare non sempre è facile); ma comunque diciamo che non c'era stata proprio un'ovazione popolare, all'epoca :-)

    Ago, no: sai che non sapevo nemmeno che fosse uscito, questo film?
    Ho letto la trama su Google… brr, certi dettagli sembrano inquietanti! :-DD
    Dici che val la pena di vederlo? E' bello? :-)

  4. Sembra bello :-)
    Beh, sì, ecco, forse non è proprio il genere che preferisco, però l'idea di base sembra molto interessante.
    Io, poi, da appassionata di bambole o pupazzi, ho un debole per i film in cui c'entrano anche solo di striscio; e quindi… :-P

    • Sarebbe interessante anche per me (saperne qualcosa di più), ma disgraziatamente quel poco che sapevo l’ho scritto nel post :-P
      Anche facendo una ricerca su Internet, non ho trovato un granché. La cosa più interessante che ho trovato è tratta dal libro Relics di Joan Carroll Cruz, parzialmente consultabile su Google Books, che parlando di questo culto dice:

      Ahimè, la nota 1, che ho tagliato perché non ci stava nella schermata, dice solo che tutte queste informazioni sono tratte da un opuscolo distribuito nel santuario di Gheel. Non so se ci sia altra bibliografia in materia (apparentemente no, sennò l’autore avrebbe citato quella?), ma almeno per toglierci lo sfizio, siam riuscite a farci una idea…

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