Stefania

Implorò. Cercò di intrufolarsi. Supplicò fino alle lacrime. Prese addirittura a gomitate nella pancia un gruppo di vecchiette che stazionava davanti alla grotta, cercando di sgattaiolare in mezzo a loro: ma gli altri erano irremovibili. Le ripeterono fino alla nausea che no, lei non poteva entrare: non era bene per il bambino; non era bene per la madre; non era bene per nessuno. Lei, una misera peccatrice che Dio aveva voluto punire col flagello della sterilità, non aveva nemmeno il diritto di sperare di potersi avvicinare a un Bambino così speciale. Non voleva certo contaminare con la sua sozzura l’ineffabile purezza di quel Bimbo così unico, cantato dai profeti! O no?

Stefania si morse le labbra fino quasi a farle sanguinare, e girò sui tacchi. Si allontanò furiosamente a grandi passi, con gli occhi che le si facevano lucidi per la rabbia e per la frustrazione: era disposta a tollerare la gente di Betlemme che la additava come “la donna sterile” e la canzonava apertamente (erano tanti anni, ormai…) ma non era disposta a tollerare questo.
Aveva udito l’annuncio degli angeli, aveva sentito le parole di chi aveva già potuto vederLo in volto; aveva invidiato l’espressione di pace e di incredulità negli occhi di chi tornava dalla grotta… e non esisteva al mondo – si ripeté furiosamente – che lei non potesse bearsi di altrettanta gioia.
Solo per uno stupido precetto. Solo per una stupida fissazione della gente, senza cuore.

Era la decima volta che provava a entrare nella grotta; ed era la decima volta che veniva respinta indietro. A quanto pare, c’era un gruppo di vecchiette che stazionava davanti alla stalla per prendersi cura della madre col bambino: e ogni qualvolta che lei provava a avvicinarsi, le vecchiacce la rispedivano a casa.
Passi la gente che individuava la sua ferita e rigirava il coltello nella piaga: ci era abituata, ormai. Ma era un dolore così straziante e indescrivibile, sapere di avere il Cristo a pochi passi di distanza, e non riuscire ad incontrarLo…

***

L’idea le venne così; dal nulla.
Le venne al pozzo, mentre aspettava il suo turno per attingere l’acqua. Davanti a lei, c’era una donna che aveva partorito da qualche mese – la conosceva pure; si incontravano al mercato. E dunque, c’era questa tizia che era appena diventata madre: e teneva il neonato stretto nelle sue braccia, avvoltolato in un fazzolettone verde che lo ricopriva da capo a piedi. Di primo acchito, Stefania si domandò fugacemente per quale ragione al mondo una madre volesse imbozzolare un bambinetto in un telo che lo nascondeva a tutti (oh! Se lei avesse avuto un figlio, lo avrebbe portato orgogliosamente in braccio per farlo ammirare a tutto il mondo: altro che nasconderlo!). Poi, una folata di vento la colpì in piena faccia facendole finire dei granelli di sabbia negli occhi e fra i capelli: e quel punto, si scoprì lei stessa a nascondersi il più possibile sotto il velo che le copriva il capo, e che utilizzò prontamente per ripararsi naso e bocca. Era vero: tirava vento forte, e il vento trasportava un bel po’ di sabbia. Stefania riportò lo sguardo sul bambinetto infagottato che dormiva quietamente, appoggiato al seno della mamma, completamente nascosto agli occhi estranei…
…e fu in quel momento – proprio in quell’istante – che architettò il suo piano.

***

Prese un sasso.
Tornò a casa sua e, strada facendo, prese un sasso: uno di quelli grossi; un piccolo macigno. Poi ne prese un altro, e un altro ancora; e tornata a casa, li infilò in un sacchettone.
Chiuse il sacchetto con uno spago, e provò a sollevarlo. Sentì i muscoli delle braccia che invocavano pietà – pesava tantissimo – ma il fagottino aveva proprio le dimensioni giuste: era grosso come un neonato, ad occhio e croce.
Stefania sospirò. Un neonato
Lottando per ricacciare indietro le lacrime, prese uno dei suoi veli e ci avvolse in sacco. Si mise a sedere e posò il sacchetto in grembo, studiando una posizione adatta: cercò di sistemarselo addosso come se si trattasse di un bimbo che dorme al seno della mamma; provò addirittura a cullarlo, per aggiungere un po’ di realismo alla sua finzione.
E poi, quando fu certa di aver capito come doveva comportarsi per essere credibile, si fece forza e si asciugò le lacrime. Rimettendosi in piedi, controllò che il fagottino fosse completamente avvolto dalla stoffa; poi fissò il suo velo in maniera tale che le coprisse naso e bocca. Era credibile, c’era un gran vento: nessuno l’avrebbe trovato strano.
E nessuno avrebbe potuto riconoscerla guardandola in volto, soprattutto.

Avrebbe potuto spacciare il fagottino per un figlio: nessuno avrebbe voluto controllare se c’era davvero un bimbo sotto al fazzoletto. E in fin dei conti – si disse amaramente – nessuna persona sana di mente avrebbe potuto sospettare che una donna adulta vagasse per Betlemme portandosi appresso un macigno da cullare… andiamo: era insospettabile! Solo una pazza o una disperata avrebbe potuto architettare un piano simile.
Cercò di non chiedersi a quelle delle due categorie appartenesse.

Ad ogni modo, con questo stratagemma riuscì ad entrare.
Ma per davvero, eh!
Nel bel mezzo di una tempesta di vento, la gente che era alla grotta si vide arrivare questa donna velata che cullava dolcemente un cosetto infagottato… e si limitò a sorridere, e a farle largo. E Stefania riuscì a entrare nella grotta, e sentì gli occhi che le si riempiano di lacrime: vide il Bambino che dormiva nella paglia, contemplò l’Onnipotente che si era fatto lattante, e sentì un groppo di commozione salirle in gola. Scoppiò quasi a singhiozzare…
…e fu solo allora che si rese conto che c’era una tizia che le stava parlando.
“Oh che piccolino!”, aveva detto una ragazza vestita d’azzurro. “Quanto ha?”.

Con gli occhi sgranati per la sorpresa, Stefania sobbalzò e si guardò attorno. Notò solo in quel momento che nella stalla c’erano anche altre persone: prima non ci aveva neanche fatto caso – figuriamoci! – completamente rapita da quel Bambino che dormiva, a pugnetti chiusi.
E invece, assieme al Bambino, c’era giustamente anche la madre. Era una ragazzina molto giovane, seduta un po’ in disparte: sorrise a Stefania con un sorriso dolce ma un po’ stanco; quel sorriso tipico delle mamme che stanno curando un bimbo piccolo.
E dunque, la ragazza vestita d’azzurro guardò Stefania e le sorrise. “Quanto ha?”.

Stefania si sentiva ancora un po’ frastornata, faceva fatica a staccare gli occhi dal Bambinetto sulla paglia. A fatica si girò verso la madre, e sbatté le palpebre un paio di volte, un po’ interdetta. “Quanto ha… che cosa?”, chiese piano.
“Il bambino!”, esclamò la ragazza, un po’ stupita.
“Il bambi…?”, esordì Stefania, lentamente. Si interruppe appena in tempo. “Ah. Ah, certo. Sì. Il mio bambino. Ehm”. Si strinse il sasso al seno e gli fece pat-pat, cercando di essere il più convincente possibile. “Ha… qualche mese. Uhm. Più o meno”.
La ragazza vestita di blu abbozzò un sorriso, e lanciò un’occhiata di infinita dolcezza al sasso. “Ma guardalo come dorme bene! È immobile!”, sussurrò pianissimo, e a Stefania parve di cogliere nella sua voce una punta di bonaria invidia. “Io non chiudo occhio da due giorni… ma a un certo punto incominciano a dormire, sì?”.
Ehm…”. Era una situazione talmente surreale che Stefania non riuscì nemmeno a piangere sulle sue miserie di sposa sposa senza figli: era così shockata che si limitò a stringere più forte il sasso.
La Madonna interpretò male questa esitazione, e sospirò con aria rassegnata. “Oh”.

Il Bambinello si rigirò nel sonno.
La ragazza vestita di blu lanciò un’occhiata a Stefania e al suo macigno.
Il sasso di Stefania continuò giustamente a non fare niente, a parte il diventare sempre più pesante nelle braccia di lei, ormai stanche e intorpidite.
“È un maschio o una femmina?”, domandò la ragazzina, quietamente.
…io temo proprio di dover andare”, annunciò Stefania tutto d’un fiato, orripilata dalla piega che stava prendendo la conversazione.
Oh. Certo. È che…”. La ragazzina sembrava quasi a disagio, e prese un respiro per farsi forza. “Oh santo cielo… lo so che è imbarazzante fare queste domande a una perfetta sconosciuta, ma tutte le donne della mia famiglia sono rimaste nella mia città d’origine e qui non ho nessuno a cui chiedere, e…”.
Ma come le era venuto in mente? Stefania se lo chiese sconcertata, mentre fissava orripilata quella ragazza, così vergognosamente giovane e già madre, che chiedeva consigli sui bambini proprio a lei. Era peggio di una beffa, faceva un male allucinante; e quel che è peggio…
“Insomma: quando gli cambio i panni sporchi, piange sempre. Come un matto. E io non riesco a capire se piange perché gli va di piangere, o se piange”, spiegò timidamente la ragazza, “perché magari gli faccio male. Lo so che è imbarazzante, ma è che non sono certa di sapere come fare bene, per…”.
Io-davvero-devo-andare!!”, strillò Stefania tutto d’un fiato. La voce le uscì insolitamente stridula, e si scoprì a fissare il bambino nella mangiatoia con uno sguardo che era quasi astioso. Lo sapeva, lo sapeva: adesso avrebbe ricominciato a piangere sulle sue sventure di sposa sterile; e quel che è peggio è che, stavolta, tutte queste staffilate al cuore se le era andate a cercare, di sua spontanea volontà, in un’idiozia incommensurabile, e solamente per poter guardare un bambinetto che dormi…
“…’nghè”.

Stefania sussultò.
Il sasso le tirò un calcetto.
Comprensibilmente, Stefania piantò un urlo.
La ragazza vestita di azzurro contemplò la scena con uno sguardo educatamente perplesso.
Il sasso si mise a piangere.

Okay: era impazzita.
Mentre sentiva il cuore batterle furiosamente, Stefania pensò che doveva essere impazzita: non c’era altra spiegazione. Il macigno strillò con crescente irritazione e agitò gambe e braccia, col risultato di liberarsi dal fazzoletto azzurro che lo ricopriva. E quando Stefania abbassò lo sguardo, realizzò con misto di shock e di terrore incredulo che, fra le sue braccia, si agitava senza ombra di dubbio un bel bambino.
Per poco non lo lasciò cadere per terra, tanto era sconvolta.

La ragazza vestita d’azzurro sbatté le palpebre, senza riuscire a mascherare un’espressione un po’ perplessa. “Forse vuol mangiare?”, azzardò timidamente.
“…”. Stefania non riuscì nemmeno a rispondere: si limitò a fissare quel bambino piovuto dal cielo, con aria allucinata.
Quanto al bimbo, lui puntò i suoi occhietti azzurri negli occhi sconvolti di Stefania: e per un istante, sembrò quasi che le sorridesse.
Fu un secondo – fu solo un battito del cuore – ma fu come se il mondo si fosse fermato per un istante. E poi, senza nemmeno farsi domande, Stefania si perse negli occhi di quel bimbo e istintivamente se lo strinse a sé, al seno.
E incominciò a cullarlo.

Donna che allatta (Presepe Armo)

Si tratta chiaramente di una leggenda popolare: non mi risulta nemmeno che sia citata negli apocrifi. Quello della “donna-che-allatta” è un personaggio tipico dei presepi napoletani, e la tradizione popolare le ha attribuito questa storia: Stefania è una donna sterile (o una vergine non sposata) che usa uno stratagemma per raggiungere la grotta in cui non veniva fatta entrare. Ed alla fine, per miracolo… diventa inaspettatamente madre.
La tradizione popolare l’ha battezzata Stefania, per sottolineare il fatto che la ragazza riesce ad arrivare da Gesù Bambino con un giorno di ritardo rispetto agli altri pastori di Betlemme: lo incontra nel giorno che noi definiamo “di Santo Stefano”, per l’appunto. Una variante del racconto non dà nome alla madre ma assicura che il bambino nato miracolosamente, una volta cresciuto, si riunì felice agli apostoli di Cristo: e divenne il primo martire. Santo Stefano, per l’appunto.

E voi?
Che mi raccontate?
Ce l’avete una mamma che allatta, nel presepio?

5 pensieri su “Stefania

  1. Uh! Ho controllato, e la mamma che allatta non ce l’ho (vabbeh: mai fatto il presepe napoletano).
    [A proposito: dire presepe e dire presepio è lo stesso o…?]

    La leggenda è meravigliosa, non la conoscevo e mi ha lasciata… ehm, di sasso ^__^

    • :-P

      Sulla questione “presepe” e “presepio” mi sono affannosamente interrogata anch’io per molto tempo. Alla fine ne ho concluso che sì, molto probabilmente sono sinonimi perfetti: non penso che ci siano differenze né sfumature di significato.
      Almeno, credo.
      Se sapete qualcosa in merito, fatevi avanti u__u

  2. Io non faccio molto testo perché ho delle sparute e vecchissime statuine… e infatti sono sprovvisto di molte delle figure fino ad ora incontrare su queste pagine… ma Stefania… no! Non credo di averla nemmeno mai vista! Una storia praticamente inimmaginabile così, partendo dalla sua sola presenza nel presepe…

    E poi certo… BUON ONOMASTICO LUCIA!

  3. Pingback: Il Male « Una penna spuntata

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