[Ma che sant’uomo!] La luna di miele di Maria Cristina

La Venerabile Maria Cristina di Savoia, che è “venerabile” mica per niente, aveva un sogno, nella vita: diventar suora di clausura.
Disgraziatamente, spesso la vita se ne infischia dei tuoi sogni – soprattutto se sei la figlia di re Vittorio Emanuele I, e la tua famiglia ha già fatto altri progetti sul tuo conto.

“Accettala come la volontà di Dio”, le aveva sussurrato un giorno il suo confessore, stringendole le mani. “Il Signore ti chiama a questo… non può essere così brutto…”.
E Maria Cristina si era sforzata di sorridere e di farsi coraggio, mentre una lacrima solcava tristemente la sua guancia.

La ragazza non aveva ancora vent’anni, quando fu siglato il suo fidanzamento con Ferdinando II, re delle Due Sicilie. E alla cena di gala organizzata per festeggiare il suo imminente matrimonio, la principessa Maria Cristina era pallida e bellissima, spaventata e timorosa… ma comunque, sinceramente aperta a quella nuova sfida che le si profilava.

Vedete?, Maria Cristina non è di quelle persone che diventano “famose” perché hanno un pedigree da far girare il capo, e quindi è abbastanza facile far sì che la loro fama solchi il mondo: basta esagerare un po’ qui, tener nascosta questa magagna, testimoniare che era una grande donna, e così via dicendo.
Maria Cristina no: Maria Cristina è tutta un’altra storia. Lei era una santa per davvero, nella sua vita quotidiana: Messa ogni mattina, rosario ogni sera prima di andare a letto; costumi contenuti, vestiti morigerati, fervida devozione per i santi; interesse per il prossimo, mortificazioni che ci farebbero dire “apperò!” se le facesse il nostro vicino di casa, figuriamoci una principessa. Nei giorni di digiuno, digiunava scrupolosamente; quando il medico le consigliava di mangiare il venerdì per ragioni di salute, gli opponeva resistenza… Maria Cristina, poveretta, aveva desiderato farsi suora per davvero, e non “così per dire”.
Ma la sua famiglia, ahilei, aveva disposto diversamente.

Il suo matrimonio non durò a lungo, ma solo perché Maria Cristina morì nel dare alla luce Francesco II, l’ultimo re delle Due Sicilie. Aveva esattamente la mia età.
Per il resto, la ragazza si sforzò disperatamente di farlo funzionare, perché capiva che era quello, ormai, il suo destino… anche se non è affatto facile far la sposa innamorata, quando l’uomo che ami più di ogni altra cosa si chiama Gesù Cristo, e niente e nessuno al mondo riesce a renderti felice come fa Lui.

***

Maria Cristina divenne regina delle Due Sicilie il 20 novembre 1832. Il 24, un mercoledì, si trovava con suo marito a bordo della fregata che l’avrebbe condotta a Napoli: la sua nuova patria.
Era il terzo giorno di viaggio. Era ora di pranzo. E Maria Cristina sedeva compostamente davanti a una serie di piatti prelibati… e assolutamente intonsi.

“Non mangiate?”.
La ragazza sollevò timidamente lo sguardo sul suo sposo, dall’altro capo del tavolo; accennò un piccolo sorriso per dissimulare l’imbarazzo, tenendo le mani abbandonate in grembo.
Re Ferdinando, invece di lasciar perdere, fissò Maria Cristina cono uno sguardo quasi irritato. “Il cibo non è di vostro gradimento?”.
“Oh, no!”, si affrettò a rispondere lei. “Sembra buonissimo! Davvero”.
“Infatti lo è”, le fece eco Ferdinando. “E dunque?”.
Maria Cristina abbassò lo sguardo e sospirò impercettibilmente, a capo chino. “È che…”, esitò. “C’è della carne, in questo piatto”.
“Ottima carne di primissima qualità, invero”, replicò il marito in un tono che stava a metà fra la perplessità e l’irritazione. “Continuo a non capire”.
La ragazza continuò a fissare i pizzi della tovaglia, esitando un poco. “Oggi è mercoledì, signore. Di mercoledì, mangio sempre di magro”.
Seguì un lungo momento di silenzio. “Ma da quando?”, chiese il re, fissando la moglie ad occhi aperti.
Lei sollevò timidamente lo sguardo. “Da sempre. Da quand’ero bambina, che io ricordi”.
Ferdinando sbatté le palpebre un paio di volte, visibilmente stupito: “no, d’accordo, ma voglio dire… da quando nella Storia della Chiesa, intendo. I giorni di magro non dovrebbero essere solo venerdì e sabato?”.
…”, esitò Maria Cristina, “maIn origine, si faceva astinenza anche il mercoledì. E io ho sempre portato avanti questa pratica…”.
Ferdinando ebbe degli spiacevoli presentimenti sulla sua futura vita coniugale in compagnia di quella specie di beghina, ma non disse niente. Anzi: abbozzò, sorrise, e ordinò immediatamente che i camerieri portassero via quei piatti pieni di carne, che la regina non gradiva.
La regina lanciò al marito uno sguardo pieno di gratitudine, e rimase a contemplare il tavolo vuoto davanti a lei. Restava giusto un bicchiere d’acqua, e una pagnotta.
“Adesso ci penso io”, sussurrò Ferdinando per rassicurare la poveretta; e poi esclamò ad alta voce “fate chiamare il primo tenente Criscuolo!”.

Il primo tenente Criscuolo, un po’ interdetto, si presentò alla tavola del re di lì a un minuto. E non poté fare a meno di sgranare gli occhi, quando Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, lo salutò cordialmente con “buongiorno, tenente. Stavate mangiando?”.
Criscuolo esitò un istante e deglutì, interdetto. “Ehm. Stavo quasi per cominciare, maestà”.
“Oh, benissimo”, annuì il re. “E cosa vi siete fatto preparare, per pranzo?”.
Il povero Criscuolo cominciò a sudare freddo, e si guardò attorno con la coda dell’occhio per capire se non si trattasse per caso di uno scherzo. “Oh. Ehm. Un pasto molto umile, mio sire: niente a che vedere con la regalità dei cibi proposti alla vostra tav…”.
“Sissì, appunto: conto proprio sull’umiltà”, l’aveva interrotto il re, impazientemente. “Vorreste cortesemente fornirmi maggiori dettagli?”.
Criscuolo aveva aperto la bocca per parlare, poi l’aveva richiusa, poi si era sforzato di rispondere. “Mi ero fatto cucinare… ehm… un piatto di maccheroni con le vongole. E come seconda portata, due pezzi di pesce castagno arrosto. Potrei ardire chiedervi che cosa…?”.
“Benissimo!!”, esclamò il re. “Tenente: andate al vostro tavolo, prendete i vostri piatti, e portateli alla regina”.
“… come, scu…?”. Criscuolo sgranò gli occhi e lanciò uno sguardo a Maria Cristina; e Maria Cristina posò le mani sul tavolo esclamando d’impulso “maestà!! No, vi prego!”.
Ferdinando si girò lentamente, molto lentamente, verso di lei. “Che c’è, ancora?”, sussurrò fra i denti. “Mia diletta sposa?”.
“Io… non voglio”, protestò Cristina. “Non voglio che il tenente debba saltare il pranzo per colpa mia” (il tenente si illuminò di speranza). “Non è giusto: posso digiunare, ci sono abituata, non è un problema…”.
“Ma non dite stupidaggini”, la zittì il marito, decisamente. “Siete mia moglie e siete una regina, ormai: non siete un’asceta, non dimenticatevelo. Criscuolo: svelto con quei due piatti, prima che si raffreddino!”.

Maria Cristina guardò Criscuolo senza nemmeno tentare di mascherare il suo rincrescimento; e poi posò lo sguardo sulla tovaglia, per nascondere al suo (povero) marito i suoi occhi troppo lucidi.
E mentre portava alle labbra i maccheroni che aveva sottratto a un malcapitato, nel suo sforzo di essere una buona cristiana… allora, sentì una lacrima che le rigava le guance.
Perché non è così semplice diventare santa, se sei anche una regina.

10 pensieri su “[Ma che sant’uomo!] La luna di miele di Maria Cristina

    • E chissà cosa avrebbe fatto, se fosse riuscita a diventare effettivamente suora come voleva… :-))

      [A proposito: visto che l’hai chiamata “Madama” e che l’albero genealogico dei Savoia è stra-pieno di gente che si chiamava Maria Cristina, ne approfitto per precisare – questa Maria Cristina non è la celebre Madama Cristina di cui molti conoscono il nome… che era Maria Cristina di Borbone, e che è vissuta nel Seicento. E’ famosissima ed è omonima… ma appunto: è solo un caso di omonimia! :-D)

      • Madama Cristina era reggente, se no sbaglio e non era “Savoia” di nascita, ma Borbone del ramo francese . . . mi sono letta un paio di libri sui Savoia e amo un sacco le genealogie! :-)

        ma in Piemonte, ancora adesso, le signorine le chiamano Madamine e le signore Madama! :-)

        Ciao, Fior

      • In realtà, la questione madamina/madama, in Piemontese, è molto più complessa di così (ed è anche GENIALE, dal mio punto di vista :-D).

        Dunque: quando la ragazza è una ragazza già classificabile come “inequivocabilmente adulta”, la si chiama madamin-a. Altrimenti c’è il termine per ragazze non-più-adolescenti-ma-nemmeno-adulte-adulte che è tota. Io non so se qualificarmi come tota o madamin-a, attualmente. Forse son più tota che madamin-a: boh?
        Comunque: la madamin-a (la “signorina”, diremmo), a un certo punto si sposa. Diciamo che si sposa con un certo Mario Rossi.
        “Allora”, dici tu, “in quanto donna sposata diventa una signora, diventa madama!”.
        NIENTE AFFATTO.
        La genialità della cosa è che il Piemontese fa questo ragionamento: se io mi sposo con Mario Rossi, non posso diventare automaticamente “la signora Rossi”… perché “la signora Rossi” c’è già da decenni: è la madre di mio marito! Autodefinirmi “signora Rossi” sarebbe molto maleducato, equivarrebbe a rubarle il titolo, e ingenererebbe confusione.
        Di conseguenza, il Piemontese ragiona così:
        – finché la signorina è nubile, ella è la madamin-a Verdi (essendo Verdi il suo cognome);
        – quando si sposa, diventa madamin-a Rossi (essendo Rossi il cognome del marito);
        – fintanto che la suocera è ancora in vita, la madamin-a si può anche scordare ogni avanzamento di carriera (mia madre ha 65 anni ma tecnicamente è ancora madamin-a, siccome la mia nonna paterna è ancora viva);
        – quando la suocera comincia ad abitare i verdi pascoli del cielo, la signora può finalmente “appropriarsi” del suo titolo e farsi chiamare madama.

        E’ una cosa ridicola, ma… in effetti, ha una sua logica: o no?! :-D

  1. … e ovviamente non poteva far cambio di portate con il tenente Criscuolo, lo avrebbe costretto a mangiar carne quando per lei era giorno di magro…
    è proprio un bel dilemma, sì…

    • Più che altro, penso che fosse completamente al di fuori di qualunque protocollo l’eventualità che il pranzo della regina potesse finire in bocca a un comune cittadino. Non penso proprio che i servi potessero mangiare gli avanzi dei re (o quantomeno: magari lo facevano di nascosto quando i piatti tornavano in cucina… ma per l’appunto di nascosto. Credo, eh!)

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