[Pillole di Storia] Il segno giallo imposto alle Ebree che (non) le confondeva con le prostitute. (O forse sì?)

Una delle “bufale” medievaleggianti che trovano maggior diffusione sul Web è quella del papa che impone alle donne ebree di indossare sui propri abiti determinati segni di riconoscimento – che, incidentalmente, erano uguali a quelli indossati dalle prostitute. Saremmo all’inizio del XIII secolo, e la sadica prescrizione sarebbe contenuta in uno dei decreti del Concilio Lateranense IV.
Non mi stupisce che sia una bufala di successo: fa leva sul nostro sdegno anti-nazista, mette in scena il sadismo pruriginoso di un cattivone intenzionato a umiliare i nemici, ci induce a simpatizzare per l’innocente minoranza vessata da norme ingiuste… e, perdipiù, ha un fondo di verità, come capita spesso alle leggende metropolitane.
Però – aehm – è una bufala. Una bufala che riscuote un singolare successo di pubblico, mi vien da dire: non so quale sia la ragione di tanto interesse, ma, ad intervalli regolari, vengo sistematicamente interpellata da qualcuno che mi chiede “ma ‘sta storia delle Ebree al concilio lateranense? È vera?”.
Una volta per tutte: no, non è vera. O meglio – è vera… ma solo in parte: la Chiesa c’entra poco o niente.
E adesso, vediamo di fare un po’ di chiarezza su questa storia.

***

Il fulcro della “bufala”, per chi non l’avesse mai sentita, è la sadica decisione di Santa Romana Chiesa di imporre alle donne ebree lo stesso segno di riconoscimento che identificava le prostitute. La beffa era evidente, e la cattiveria insita nel provvedimento era così sconvolgente da lasciar senza fiato – una brava ragazza ebrea correva costantemente il rischio di esser scambiata per una meretrice, con inevitabile corollario di occhiatacce, avance, e – Dio non voglia! – fors’anche violenze.
Storiella ben congeniata, ripeto: tuttavia, è falsa.
Che la prescrizione non risalga al Concilio Lateranense, è molto facile da dimostrare: basterebbe procurarsi l’elenco dei decreti emessi dai padri conciliari, e mettersi a leggerli ad uno ad uno. I pronunciamenti riguardanti gli Ebrei sono quattro; quello che ci interessa è il decreto numero 68, che in effetti s’intitola “i Giudei devono distinguersi dai cristiani per il modo di vestire”. Ma leggiamo in che modo devono distinguersi dai cristiani:

In alcune province, i Giudei o Saraceni si distinguono dai cristiani per il diverso modo di vestire; ma, in alcune altre, ha preso piede una tale confusione per cui nulla li distingue. Perciò succede talvolta che, per errore, i cristiani si uniscano a donne giudee o saracene, o questi ultimi si uniscano a donne cristiane.
Affinché unioni tanto riprovevoli non possano invocare la scusa dell’errore a causa del vestito, stabiliamo che questi individui, dell’uno e dell’altro sesso, in tutte le province cristiane, e per sempre, debbano distinguersi dal resto della popolazione attraverso il loro modo di vestire in contesti pubblici, come del resto fu disposto anche da Mosè.

Detto ciò, il decreto prosegue ingiungendo agli Ebrei di non mostrarsi in luoghi pubblici durante la Settimana Santa, e soprattutto stabilisce pene per quegli Ebrei che, il Venerdì Santo, organizzassero feste o celebrazioni pubbliche volte ad offendere la sensibilità cristiana.
Insomma, c’è qualcosa che non torna: il Concilio Lateranense impone sì che gli Ebrei si distinguano dai Cristiani attraverso il loro abbigliamento, e fin qui non ci piove – ma non specifica in quale maniera. E se non lo specifichi, come fai a creare questa umiliante confusione fra le prostitute e le donne ebree, costrette ad indossare gli stessi segni di riconoscimento?
Uhm, c’è qualcosa che non torna.

Il Concilio Lateranense IV, infatti, si limita ad enunciare una norma di carattere generale. “Gli Ebrei e i Musulmani devono rendersi immediatamente riconoscibili come tali”: stabilito questo principio, non va oltre. Al modo in cui ottemperare concretamente a questa richiesta, ci pensino le singole comunità ebraiche o i singoli legislatori – l’unica cosa che interessava al papa era raggiungere il risultato finale: chi si trova di fronte a un infedele, deve immediatamente capire che sta parlando con un infedele.
Non è proprio il massimo del politically correct, ma dovete riconoscere una cosa: non c’è scritto da nessuna parte che le povere verginelle Ebree devono vestirsi come prostitute.

Devo aprire una veloce parentesi: non è proprio il massimo del politically correct… però, nel Medio Evo, non è che il politically correct fosse cosa molto comune. Un decreto come quello del Concilio Lateranense IV fa accapponar la pelle a noi moderni, perché “il guardaroba è mio e me lo gestisco io”, “siamo tutti uguali agli occhi di Dio”, “l’ultima volta che qualcuno ha imposto agli Ebrei di indossare una stella di David, non è finita molto bene”.
Tutto verissimo: però, nel Medio Evo, era cosa molto comune mostrare “il proprio posto nel mondo” attraverso la scelta dei vestiti. Si volevano scongiurare pericolosi scenari in stile Harmony in cui il servo della gleba corteggia la giovane duchessa fingendosi un cavaliere di terre lontane; oppure, si voleva evitare che il dottore tanto colto, ma sfortunatamente poco abbiente, dovesse umiliarsi allo scoprire che il macellaio poteva permettersi vestiti più lussuosi dei suoi. Ognuno ha un posto della società, e, per il bene della società stessa, questo gioco dei ruoli non deve mai esser sovvertito – quanto ai vestiti che porti addosso, essi devono immediatamente chiarire chi sei, che cosa fai, da dove vieni, e cosa vuoi. Così, nella Baviera di metà ‘200, era impedito ai contadini di indossare vesti colorate; a Bologna, un secolo dopo, i vestiti ricamati erano appannaggio esclusivo di mogli e figlie dei cavalieri. E si potrebbe andare avanti per ore: in barba al nostro detto per cui “l’abito non fa il monaco”, nel Medio Evo lo faceva eccome – i vestiti erano un vero e proprio biglietto da visita, incaricati di denunciare fin da subito le generalità di chi ti stava di fronte.
A noi sembra una cosa fuori dal mondo, ma nel Medio Evo era la normalità assoluta. E se il contadino si veste così, il lanarolo si veste cosà, il dottore in Legge si fa riconoscere attraverso quel dato segno di ricoscimento… beh: se ci pensate, era anche ovvio che Ebrei e Musulmani adottassero a loro volta un preciso codice di segni.

Ma torniamo al nostro Concilio Lateranense IV: il decreto 68, dicevamo, ingiunge agli infedeli di rendersi individuabili attraverso un generico segno di riconoscimento, che però non viene indicato. Sarà più specifico, nel 1227, papa Onorio III: durante il concilio di Narbona, preciserà che gli Ebrei dovranno distinguersi dai Cristiani attraverso una “spilla” di panno di forma circolare, da indossare appuntata al petto. Da lì in poi, vari papi torneranno a ribadire l’obbligo: nel 1317, il concilio di Ravenna specificherà il colore di questa “spilletta” (giallo acceso); nel 1360, papa Innocenzo VI deciderà che la spilletta non va più bene e ci vuole invece un cappello rosso; nel 1425, Benedetto XIII tornerà a imporre il segno a forma di ruota, alternativamente rossa o gialla… e così via dicendo.
Resta però un dato di fatto: in questo mare magnum di segni imposti da papi, vescovi e concilii, non mi risulta che ce ne sia mai stato uno che era utilizzato, contemporaneamente, per identificare sia le ragazze ebree sia le donne di malaffare.
E dunque?

E dunque, mi pare di poter dire che questa norma “infame” non è mai stata emanata dalla Chiesa; in compenso, ho trovato una prescrizione assolutamente identica a quella attribuita al Concilio Lateranense… che, però, è stata emanata da un’autorità civile.

“Che c’entrano le autorità civili?”, mi chiederete.
Ebbeh, c’entrano eccome, l’ho detto prima: a quell’altezza del Medio Evo, tutti i feudi e tutte le città si stavano dotando di una normativa ad hoc, fatta apposta per stabilire quale classe sociale avesse il permesso di indossare cosa. Ogni membro della società aveva il diritto/dovere di indossare un determinato abito, e gli Ebrei non facevano eccezione: in aggiunta o in sostituzione della rotella di panno prescritta dalla Chiesa, i vari legislatori si erano sbizzarriti con tutta una serie di accessori. Ad esempio, nella Perugia di inizio ‘400, le donne ebree erano obbligate a portare orecchini “alla gitana”, a forma di anello; a Torino, nello stesso periodo, dovevano indossare una spilla rossa e bianca appuntata all’altezza delle spalle; in Germania, a metà ‘200, diventava obbligatorio l’uso di un cappello a punta, di colore nero, che era tradizionalmente indossato già da tempo da molti Ebrei tedeschi; in Italia, numerosi comuni avevano imposto l’uso di un berretto di foggia comune, colorato però con una tinta gialla.

Come la prendevano gli Ebrei?
Maria Giuseppina Muzzarelli, nel suo saggio Guardaroba mediavele, ribadisce (ancora una volta) che

tale costrizione, che pure resta tale, va ricondotta alla cultura e alla sensibilità degli uomini del Medioevo, per i quali erano necessari e opportuni i codici di distinzione.

Detto questo, è ovvio che

sarebbe difficile […] sostenere che l’imposizione del segno fosse un atto privo di valenze ostili: ciò è dimostrato dal fatto che non sempre gli ebrei furono costretti a portarlo e che fu loro imposto con maggior determinazione nelle fasi di crisi della relazione cristiano-ebraica, ma è pure dimostrato dai tentativi di esserne esentati, anche ricorrendo alla corruzione.

In ogni caso, è verosimile pensare che molti Ebrei – come dire – l’abbiano “presa con filosofia”: del resto, la maggior parte della popolazione doveva sottostare a prescrizioni simili. Certo, certo, per gli Ebrei c’era sempre il rischio aggiunto di imbattersi in una testa calda che pensava bene di prendere a botte il primo giudeo che incrociava per strada… però, in un clima di convivenza civile con tutto il resto della cittadinanza, una prescrizione del genere non doveva risultare particolarmente offensiva. Del resto,

per gli ebrei era importante mantenere la propria cultura, differente da quella dei cristiani, e vivere quindi una vita distinta da quella della maggioranza all’interno di centri urbani di dimensioni talvolta tanto piccole da essere necessariamente nota a tutti l’identità di ciascuno, tanto più di chi osservava un diverso giorno di festa e aveva propri usi alimentari.

In un clima di convivenza civile”, ho detto.
Se poi avevi la disgrazia di essere un Ebreo sottoposto a un legislatore pruriginoso e sadico, le cose andavano in maniera un po’ meno idilliaca. Ed è questo quello che accadde a Bologna a inizio ‘500, quando furono emanate nuove norme circa il modo di vestire.
A Bologna, nel 1525, (e non nella Chiesa Cattolica durante il Concilio Lateranense IV) fu imposto a tutte le prostitute di indossare un grosso velo giallo da fissare su una spalla, in maniera tale che fosse ben visibile a chi guardava la donna di schiena. Questa norma, ahimé, creava (forse volontariamente) una intollerabile confusione fra donne di malaffare e castissime fanciulle ebree: anche a quest’ultime, infatti, veniva imposta l’adozione di un velo giallo da portare sul capo, e da lasciar cadere morbidamente sulle spalle.
Chiaramente, gli Ebrei bolognesi manifestarono forte il loro sdegno, ma a nulla valsero le proteste. E alle sfortunate ragazze ebree non restò altra scelta se non quella di uscire di casa solo ed esclusivamente se accompagnate da un correligionario, identificabile come tale grazie al berretto giallo che portava in testa.
In quel caso, presumibilmente, la gente avrebbe capito… anche se – senz’ombra di dubbio – rimaneva bruciante l’ingiusta umiliazione.

Che era stata imposta però da un’autorità civile, a Bologna. Diciamolo una volta per tutte: la Chiesa, in questo caso, non c’entrava proprio niente!

La famiglia del mercante ebreo Daniel Norsa, raffigurata ai piedi di un affresco conservato nella chiesa di Sant'Andrea in Mantova. E' possibile notare il cerchio di colore giallo che gli Ebrei erano tenuti ad appuntare sul petto, e il berretto color zafferano che li identificava come "giudei".

La famiglia del mercante ebreo Daniel Norsa, raffigurata ai piedi di un affresco conservato nella chiesa di Sant’Andrea in Mantova. E’ possibile notare il cerchio di colore giallo che gli Ebrei erano tenuti ad appuntare sul petto, e il berretto color zafferano che li identificava come “giudei”.

14 pensieri su “[Pillole di Storia] Il segno giallo imposto alle Ebree che (non) le confondeva con le prostitute. (O forse sì?)

  1. non conoscevo la storia e, quindi, neanche la bufala che ci sta dietro… però è interessante scoprire tanti aneddoti come questo… ma mentre leggevo mi domandavo: il macellaio andava in giro con il “camicione” sporco di sangue tutto il giorno? :oP

    • :-PP

      Beh… scherzi a parte: il macellaio, quand’era sul luogo di lavoro, indossava tassativamente il grembiule, spesso con una pettorina fissata sotto al collo con una spilla (invece, nessuno indossava il grembiule in casa: era l’abbigliamento tipico di chi sta svolgendo attività lavorative a livello professionale).
      Una volta “staccato” dal lavoro, posava il grembiule e andava in giro vestito “in borghese”, con un abbigliamento che però denunciava la sua appartenenza ad un ceto medio-basso. La normativa di Bologna citata nel post, ad esempio, elencava un tot. di abiti che i ceti bassi non avevano il permesso di indossare: niente seta, fregi d’oro, bottoni color argento, vestiti color cremisi, decorazioni vistose sugli abiti.
      Insomma: già così riuscivi a farti un’idea piuttosto chiara di chi era quel tizio “in libera uscita” che beveva una pinta alla locanda – a giudicare dai suoi abiti, si poteva intuire che era un individuo di estrazione sociale non eccelsa.

      Poi, magari, a seconda della città, esistevano anche corporazioni/società di mestieri/ecc. che avevano un loro simbolo specifico, quindi qualsiasi individuo iscritto all’Arte Tal-Dei-Tali aveva il diritto di andare in giro sfoggiando il simbolo che gli permetteva di indentificarsi come membro di quella corporazione :-)

  2. A margine, mi è tornata in mente la storia del mantello di santa Caterina da Siena (che – non avendo altro da dare a un povero che chiedeva l’elemosina – si tolse di dosso tale indumento e glielo diede).

    «Richiesta dopo come mai s’ era risolta a mostrarsi per le vie senza mantello, rispose con queste nobilissime parole : ” Io preferisco esser senza mantello anziché senza carità”. Per intendere il valore dell’atto compiuto e il significato di questa risposta che gli storici di S. Caterina hanno sempre, riferita senza illuminarla, bisogna ricordare come in Siena nel sec. XIV una donna che camminasse per le vie senza mantello era riconosciuta per una pubblica cortigiana, giacché gli Statuti proibivano alle donne oneste di andare senza mantello…» (Piero Misciattelli, Mistici senesi, 1913, p. 139)

    • …però!
      Non lo sapevo!

      (Mamma mia, quante cose si perdono a leggere solo un’agiografia (ma pure un romanzo antico, per dire) senza un commento adeguato e ben fatto…!)

      • Non è merito mio, solo del posto dove sono nata e di chi mi portava a spasso per casa Benincasa raccontandomi a voce questa e altre storie. Alle varie legendae majores et minores con apparato critico ci sono arrivata più tardi… :-)

  3. Basta dare un’occhiata alle scartoffie negli archivi per rendersi conto di questo semplice concetto, fondamentale se si parla di abbigliamento medievale: “Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei”.
    Sfogliando i documenti amalfitani, ad esempio, ho scoperto che i medici, nel sud Italia erano riconoscibili perché vestiti di una tonalità verde scuro; dopo il 1260, con gli Angioini, si trova specificato negli statuti della città che i medici debbano vestirsi di viola, come in Francia.

      • In effetti… , wow: non ci avevo mai pensato, ma è davvero una situazione che potrebbe creare tutta una serie di intrecci niente male! Visto che adesso vanno di moda i gialli medievali, chissà se qualcuno ha mai pensato a sfruttare lo spunto? :-)

        (In compenso, io, che nelle mie elucubrazioni volo sempre in basso :-P , mi son sempre posta questa domanda. Ma al cambio di legislazione in materia… la gente cosa se ne faceva, di tutti i suoi vestiti vecchi e ormai “sbagliati”? :-D Tipo: i medici del Sud, nel 1261, cosa ne hanno fatto di tutti i loro mantelli verdi? :-D
        Cioè: posso immaginare bene che li abbiano rivenduti, ovviamente, ma dimmi te che rogne, poracci… ;-PP)

    • …ma grazie mille!
      Non conoscevo assolutamente questo titolo… ma val decisamente la pena di darci un’occhiata: l’indice non è niente male! Grazie!!

      Può sembrare, a volte, una Storia “di serie B”… però quant’è bello studiare questi aspetti minuti della vita quotidiana del passato, vero? :-)

      • Io faccio appunto parte di un gruppo di Living History, la “Gens Langobardorum” di Salerno, e dunque per noi questi aspetti “minori”, per noi non sono minori per niente, anzi, è proprio quelli che vogliamo far conoscere, soprattutto sfatando miti e luoghi comuni. A questo proposito, ci potrete vedere sabato 12 e sabato 26 aprile su Rai3 alle 11:00, in due puntate della rubrica TGR Bellitalia, cui abbiamo partecipato.

  4. Il sillogismo della “bufala”:

    A. il papa ordina alle donne ebree di indossare, come segno di riconoscimento, il velo giallo imposto alle prostitute (1215, Concilio Lateranense IV, canone 68);

    B. “il Concilio Lateranense impone sì che gli Ebrei si distinguano dai Cristiani attraverso il loro abbigliamento” ma rimane nel vago e non specifica né il tipo né il colore del “segno”

    C. ergo, “la sadica decisione di Santa Romana Chiesa di imporre alle donne ebree lo stesso segno di riconoscimento che identificava le prostitute” è una bufala, una bufala medievaleggiante molto diffusa sul Web; “la Chiesa c’entra poco o niente”;

    La “bufala di successo” è smascherata e da notizia verosimile viene derubricata a quello che in effetti è: una solenne, clamorosa, ridicola putt…..! Il ragionamento, nel suo semplice ma disarmante rigore non lascia dubbi, ma… Ma, come ogni ragionamento ben strutturato, non può prescindere dalla correttezza (nel senso di “esattezza”) dei termini dati (punti A e B), pena l’invalidità dell’assunto finale (punto C).

    Nel nostro caso la partenza (punto A) non è corretta perché soffre di… “anacronismo”: un fatto storicamente documentabile (il papa ordina alle donne ebree di indossare, come segno di riconoscimento, il velo giallo imposto alle prostitute) viene maldestramente attribuito ad un pronunciamento (Concilio Lateranense IV, canone 68) diverso da quello che emanò – effettivamente e con inequivocabile chiarezza – la disposizione che obbligava le ebree a portare il velo giallo (Bolla Cum nimis absurdum del 1555). Dunque, la risposta alla domanda: “ma ‘sta storia delle Ebree al concilio lateranense? È vera?” dovrà essere: SI, è vera, ma non fu al concilio lateranense; fu con la “Cum nimis absurdum”; quindi non una bufala ma una notizia imprecisa.

    Papi, colori e meretrici

    Come hai giustamente ricordato, il canone 68 del Laterano IV rimane nel vago a proposito del “segno” ma, essendo un’esperta della materia, sai che il binomio “Lateranense IV e segno giallo” è quasi universalmente acquisito e diffuso (e non solo da qualche disinformato navigatore del Web); dico “quasi universalmente” perché tra gli storici – quelli accreditati e attendibili – qualcuno si tiene “nel vago”; la maggior parte ribadisce l’obbligo del “segno giallo” imposto dal Lateranense. In effetti, la declinazione “tecnica” del segno (forma, colore, posizione, ecc.) venne affidata alle singole autorità locali. Non fu così, invece, con la Cum nimis absurdum.

    La Bolla venne edita in latino il 14 luglio 1555 e stabiliva che il “segno giudaico” (cappello per gli uomini e velo per le donne) dovesse essere di “glauci coloris”. Spesso si trova – e non solo in rete – il “glauci” tradotto in glauco, azzurro o grigioazzurro ma è sbagliato, la traduzione corretta è “giallo”. Il “giallo del giallo” è risolto grazie all’ottima testimonianza che ci offrono sia il trattato coevo (1586) “La vera fisonomia” di Giovan Battista Della Porta che il celebre “Tommaseo”: entrambi tra le declinazioni del colore glauco indicano anche il giallo e precisamente quello degli occhi delle civette. Ma a far chiarezza, senza ombra di dubbio, è lo stesso papa (Paolo IV) che, solo dieci giorni dopo aver emanato la Cum nimis absurdum, esattamente il 23 luglio 1555, licenzia il “Bando sopra gli Hebrei dell’ordine che hanno da tenere” in cui è detto (riporto letteralmente) che

    “… sotto le pene contenute in detta Bolla [Cum nimis absurdum] si ordina, Li maschi debbiano portar la beretta di color giallo, & e le femine un panno quadro di un palmo & mezzo similmente giallo in testa sopra tutti gli altri panni.”

    E le prostitute?

    Quando Paolo IV pubblica la Cum nimis absurdum e il Bando sopra gli Hebrei siamo nel luglio del 1555 e il velo giallo stava in capo alle meretrici (delle varie Signorie, Ducati, Repubbliche che si spartivano il Bel Paese) “ab illo tempore”. Arduo pensare che proprio il papa – uno dei principali regnanti dell’epoca ed episcopus della città che ne contava a frotte, ne fosse all’oscuro. Possibile, giusto per fare un esempio, che a Roma nessuno fosse informato del “caso di Tullia d’Aragona”, cortigiana honesta (ossia squillo di lusso) che l’1 maggio del 1547, a dispetto del… mestiere, venne esentata – nella Firenze di Cosimo I de’ Medici – dall’obbligo del “velo giallo” identificativo delle meretrici? Vero che Alfonso Signorini ancora non gossipava su Chi ma le notizie, soprattutto quelle pruriginose, circolavano, eccome se circolavano, bellamente raccontate nalle carte che i vari ambasciatori accreditati presso il Soglio Pontificio inviavano regolarmente ai propri governanti.

    Ora, certezze non ce ne sono ma il sospetto luciferino che Paolo IV – considerato il suo curriculum di grande e rude inquisitore – abbia deliberatamente preso “la sadica decisione di imporre alle donne ebree lo stesso segno di riconoscimento che identificava le prostitute” fa capolino tra i pensieri che spontaneamente sorgono incontrollati e incontrollabili; ma siamo alle ipotesi fantasiose (?) che forse è bene abbandonare al buio del ripostiglio dei cattivi pensieri.

    Ringrazio per l’ospitalità e l’attenzione sperando di non essere stato inutilmente noioso.

    random

    Nota 1. nel 1525 Bologna non faceva parte dello Stato Pontificio (già dal 1506 dopo che fu ricondotta alla Chiesa “manu militari” da Giulio II) e il governo della città era affidato ad un Legato pontificio, un rappresentante istituzionale della Chiesa?

    Nota 2. è evidente il tuo punto di vista che tende a sgravare la Chiesa rispetto alle responsabilità che le vengono attribuite (più evidentemente che in questo post, l’ho rilevato in quello in cui parli dell’ “accusa del sangue” che ho letto davvero con molto interesse – tutte le quattro parti! – e sul quale ci sarebbe molto, molto da commentare; ma, oltre che molto articolato e ricco di informazioni, e quindi impegnativo da commentare tutto in una volta, è anche piuttosto… vecchiotto (il quarto e ultimo post è datato 24 marzo 2011): sono decisamente fuori tempo. Solo per esemplificare quello che intendo dire, faccio un unico esempio: nell’escursus storico che proponi arrivi all’antisemitismo nazista omettendo (e non saprei dire se colposamente o colpevolmente) di citare la virulenta, ossessiva e ossessionata campagna condotta per vari decenni dai gesuiti de La Civiltà cattolica. Julius Streicher e il suo Der Sturmer furono debitori di quella pubblicazione, nello stile, negli argomenti e nella documentazione. Ugualmente debitore dei gesuiti della Civiltà cattolica si dichiarò Farinacci, il ras di Cremona, quando – in occasione della promulgazione delle leggi razziali – fu protagonista di un’aspra polemica con i padri scrittori. Questo tratto, fondamentale per comprendere il tema dell’accusa del sangue, nei tuoi post non ha trovato… post. E, consentimi un modestissimo appunto, per una “storica” quale tu sei, è imperdonabile.

    ps. c’è una autentica “autentica bufala” che circola indisturbata per il Web; la segnalo perchè di vera bufala si tratta.

    In molti siti si sostiene che l’Editto sopra gli ebrei del 1775 (Pio VI) prevedesse che:
    L’Ebreo che passi una notte fuori del ghetto è condannato a morte.

    È una str… sciocchezza colossale. L’Editto del 1775, come pure il precedente Editto del 1751 (Benedetto XIV) di cui è praticamente un “copia e incolla, preveva che

    XXXVI. Non possa alcun Ebreo pernottare fuori del Ghetto, e perciò debba ciascuno ritirarsi in Ghetto verso l’un’ora di notte, e la mattina non possa uscire prima del giorno sotto pena di scudi cinquanta, e di tre tratti di corda in pubblico agli Uomini, e della frusta alle Donne….

    Lo stesso testo e stesso numero di articolo (ma proprio paro paro!) era contenuto nel precedente Editto del 1751 voluto da Benedetto XIV.

    CLAMOROSA SUPERBUFALA!

    E questo sarebbe comprensibile se attibuibile a qualche povero sempliciotto in vena di sensazionalismi; non lo è, invece, se ad accreditare questa autentica putt…. sono siti più o meno ufficiali e/o attendibili. Peggio ancora se la cretinata viene accreditata in uno dei luoghi più alti delle nostre istituzioni. Mi spiego meglio. Dal verbale della Commissione parlamentare (Camera dei Deputati) che si occupava della “Salvaguardia del patrimonio culturale ebraico” si legge che, – in data 16 settembre 2004 – il relatore (Ernesto MAGGI di AN) dichiarava:

    “Con l’editto papale del 1775 si inaspriscono ulteriormente le misure persecutorie; l’editto è costituito da 24 articoli di cui il primo recita: «L’ebreo che passi una notte fuori del ghetto è condannato a morte».”

    raccogliendo l’apprezzamento di alcuni colleghi per “l’approfondita ed articolata relazione”. (Walter Maggi, DS e Andrea DI TEODORO, FI)

    Breve commento:
    1. l’Editto si articola su 44 articoli (come il precedente del 1751) e non su 24;

    2. il primo articolo parla di tutt’altro perchè la pena prevista per l’ebreo che passasse la notte fuori dal ghetto è il nr 36;

    3. è al limite del surreale che il relatore sul tema “Salvaguardia del patrimonio culturale ebraico” sia un epigono del movimento che previde ed emanò le leggi razziali del ’38 e collaborò attivamente con i inazisti per scovare e consegnare ai forni gli ebrei italiani; pensare che questa gente è o è stata generosamente pagata anche con i miei quattrini per poi profondere il tempo e l’impegno in simili cretinate mi fa inc…avolare tremendamente. Chiuso lo sfogatoio.

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