“I giorni della Merla”: una storia d’ammmmore in salsa pavese

Non so da voi, ma qui si crepa dal freddo. Quando mi sono alzata, stamattina, ho avuto la sorpresa di scoprire che gli alberi davanti a casa mia erano stati imbiancati da una spolverata di neve notturna. Direi che stiamo vivendo dei “giorni della merla” niente male, essendo i giorni della merla – come tutti i sanno – i tre giorni a cavallo tra gennaio e febbraio. I tre giorni più freddi dell’anno intero, a dar retta alla tradizione.

Come sia nata questa credenza, è (prevedibilmente) un bel mistero, come capita spesso e volentieri per le tradizioni di questo tipo. Se cercate su Google, verrete messi a parte della storia più nota: inverno freddissimo, una mamma merla coi suoi merlotti cerca riparo in un camino per proteggersi dal gelo, riesce effettivamente a sopravvivere, ma quando lascia il suo rifugio è ormai completamente sporca di fuliggine – nera da capo a piedi. “E da quel giorno”, dice la leggenda, “il merlo, che prima era bianco come una colomba, diventò nero com’è ancor oggi”. Questa è la storia più famosa, dicevo… ma non è l’unica. In effetti, in giro per il Nord Italia, sono fiorite col tempo tantissime leggende diverse, volte a giustificare il bizzarro nome dato a questo periodo dell’anno: “giorni della merla”.

La leggenda che preferisco (aehm) è ambientata nella mia Pavia, e identifica la merla non in un simpatico pennuto, ma in una giovane fanciulla appartenente alla nobile famiglia dei Merli. Che francamente non so manco se sia mai esistita, ma quantomeno “Merli” è un cognome tipico della zona fra Lombardia ed Emilia.

Narra la leggenda di un amore sfortunato – à la Romeo e Giulietta, tanto per capirci – fra la giovine di casa Merli e un baldo fanciullo di nome Tibaldo. La fanciulla – soprannominata “Merla”, in virtù del suo cognome – amava Tibaldo di amore sincero. Tibaldo ricambiava con passione i suoi sentimenti, e avrebbe dato la vita per poter fare di Merla la sua adorata sposa. Questa storia d’amore era funestata però da un piccolissimo contrattempo che ha nome “incesto”, nel senso che Merla e Tibaldo erano cugini di primo grado (in un’epoca storica in cui i cugini erano considerati alla stregua di fratelli).

Le famiglie (anzi: la famiglia degli innamorati) inorridivano al sol pensiero di un matrimonio, e quand’anche Merla e Tibaldo avessero osato sfidare l’autorità dei genitori, si sarebbero trovati di fronte a un problema non da poco. La consanguineità tra fidanzati è (ancor oggi; non solo nel Medio Evo delle leggende) un impedimento alla celebrazione del matrimonio religioso. Correggetemi se sbaglio (ma sono abbastanza certa di non sbagliare), ancor oggi un matrimonio celebrato fra due cugini primi è da considerarsi nullo, dal punto di vista del diritto canonico.

E quindi, che tocca fare a due cugini primi che vogliono convolare a giuste nozze (nel Medio Evo delle leggende, ma pure nell’Italia del 2015)? Se sono fermi nel loro proposito e intendono sposarsi in chiesa, i due cugini sono tenuti a chiedere una dispensa al proprio vescovo, il quale valuterà il caso e deciderà se accordare il suo placet ai colombelli. E infatti, l’intraprendente Tibaldo della nostra leggenda pavese aveva attraversato il Ticino per interpellare il suo vescovo.

E aveva insistito, e insistito: oh, se aveva insistito! Shakespeare sarebbe in grado di scrivere una tragedia intera sulle lacrime di Merla, sulla determinazione di Tibaldo, sui loro incontri clandestini nel buio della notte, sui loro sussurri di speranza e sui loro pianti di disperazione. Shakespeare tratteggerebbe a tinte cupe il controverso vescovo di Pavia, straziato dal dilemma di che cosa fare dei due giovani, oscillante fra la rigida rigorosità imposta dal suo ruolo e l’umano desiderio di aiutare un sogno d’amore.

Ma io non sono Shakespeare e repello il romanticismo con tutte le mie forze, quindi verrò subito al dunque: tra mille traversie e dopo mille suppliche accorate, Tibaldo e Merla si erano finalmente visti accordare il permesso di convolare a giuste nozze. Erano passati anni ed anni – forse anche decenni – dal giorno in cui si erano dichiarati per la prima volta il loro amore: e quando Tibaldo era tornato dalla sua bella, stringendo in mano la pergamena con cui il vescovo di Pavia accordava loro il permesso di sposarsi… beh: persino quel viril uomo tutto d’un pezzo aveva gli occhi lucidi di lacrime. C’erano stati pianti, e abbracci, e grida di gioia e di felicità incredula. I genitori dei due pulzelli, messi di fronte al placet vescovile, avevano benedetto a loro volta – e di buon grado! – l’unione tra i due giovani. E così erano cominciati i preparativi per le nozze.

Il matrimonio (credo per ragioni narrative della leggenda, più che per ragioni di diritto canonico) doveva obbligatoriamente essere celebrato dal vescovo in persona. Il vescovo risiedeva da una parte del Ticino (o alternativamente, del Po. Le fonti non concordano). La coppietta innamorata abitava al di là del fiume. La Messa nuziale era stata fissata proprio per il giorno d’oggi – e anche quell’anno, a Pavia, il 30 gennaio faceva un freddo boia. Precisamente, faceva così freddo che il Ticino (oppure il Po) era diventato un’unica, immensa lastra di ghiaccio (…ellamiseria). (Ma la leggenda assicura che le cose sono andate proprio così, quindi prendiamolo per buono).

Attraversando il ponte sul Ticino per andare a sposarsi in duomo, i fidanzatini innamorati avevano sgranato gli occhi, vedendo quello spettacolo così incredibile e meraviglioso pararsi sotto di loro. Sembrava quasi che Dio avesse voluto regalare loro uno spettacolo mai visto, come dono di nozze per quel matrimonio che era stato rimandato troppo a lungo. Di fronte a una location così inaspettatamente spettacolare, gli sposi di oggi entrerebbero in visibilio pregustando un sacco di fotografie fiabesche per il loro costoso album di nozze. Più prosaicamente, dopo aver celebrato il matrimonio che coronava il loro fidanzamento decennale, Merla e Tibaldo erano così (comprensibilmente) su di giri che avevano deciso di fare una piccola follia: “prima di andare a casa per festeggiare coi parenti”, si erano detti, “torniamo bambini per un istante! Andiamo a pattinare sul Ticino ghiacciato!”.

E quel giorno, il Borgo di Pavia si immobilizzò alla vista di uno spettacolo inusitato e meraviglioso: una donna raggiante, bellissima e perfetta nel suo abito da sposa, che pattinava sul fiume ghiacciato, stretta nelle braccia amorose di suo marito. Persino un cuore di pietra come il mio, si sarebbe commosso di fronte a cotanto amore e a tante promesse per il futuro! (Forse).

Sennonché. Si udì prima uno scricchiolio, ma i due ragazzi non ci badarono, troppo presi dal loro entusiasmo. Lo scricchiolio diventò più forte, ma i due sposini si stavano sussurrando all’orecchio svenevoli parole di appassionato amore, e neppure ci fecero caso. Sì aprì una piccola crepa nel ghiaccio, ma i due dementi erano troppo presi a perdersi negli occhi l’uno dell’altro, e anche in questo caso… nisba. E poi, il ghiaccio che ricopriva il fiume si spaccò completamente, e la sposina innamorata precipitò nelle acque gelide del fiume, venendo portata via dalla corrente che, sotto lo strato di ghiaccio, ancora scorreva impetuosa.

Per tre giorni e per tre notti, Tibaldo rimase inginocchiato vicino alla crepa apertasi sul ghiaccio (…furbo pure lui, eh…) piangendo disperato la morte della sua bella. E questa, secondo i Pavesi, è la vera storia che sta dietro alla tradizione dei (tre) “giorni della Merla”.

Saranno pure matti, i Pavesi, ma io li amo alla follia.

8 pensieri su ““I giorni della Merla”: una storia d’ammmmore in salsa pavese

  1. Secondo mio padre, quelli di Pavia “c’hanno il naso che lo buttan via”, per cui lui non si fida di questa storia . . . :)
    Per me, mi diverte, come le tue solite storie . . . della serie: Sono Pazzi Questi Pavesi! :D

    Ciao, Fior

    • “Hanno il naso che lo buttan via”? E’ un modo di dire per “raccontare bugie”? :-O

      Comunque, beh, sia chiaro, neanch’io credo a questa leggenda, è: è una delle tante, ma dubito altamente che sia vera… Però è esilarante (beh, ‘nsomma… ci siamo capiti…) come molte cose pavesine ;-)

  2. È risaputo che Shakespeare soggiornò per qualche tempo a Pavia, mentre si recava a Verona per raccogliere notizie su Montechi e Capuleti… Secondo me, ed è noto a tutti che sono uno storico serissimo e del tutto attendibile (proprio perché pavese) dev’essere stato lui a raccogliere questa leggenda alternativa e a tramandarla, anche se gli è mancata l’opportunità di trasformarla in una delle sue grandi tragedie… Com’è vero che mi chiamo Sofonisbo :-)

    • :-O :-O :-O
      Questo sì che spiega tante cose! Wow!

      (Ma il soggiorno pavese di Shakespeare è sempre un’informazione che arriva da don Sofonisbo, vero? No, perché… fin lì, potrebbe anche essere… :-D)

  3. qui da me i canali sono tutti ghiacciati e ogni volta che ci passo davanti andando al lavoro in bici penso sempre a ‘sti due poveretti! :) Ieri mi era anche venuta l’insana tentazione di andare in bici sul sottilissimo strato di ghiaccio che ricopre il laghetto di qua, poi ho pensato che morire come la Merla non è proprio l’ideale… :)

    • Insomma, potrei averti salvato la vita :-|

      Maddai, che bello: i canali ghiacciati? Ma davvero? Incredibile: ma quanti gradi ci sono, lì, in media? Mi son sempre chiesta come facessero una volta a ghiacciare i fiumi, mi dà l’idea che debbano servire temperature veramente basse, per far ghiacciare l’acqua corrente…

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