[Pillole di Storia] Risus paschalis. Proposta pratica per una Veglia di Pasqua dal sapore pre-conciliare

Un tempo il risus paschalis, il riso pasquale, era parte integrante della liturgia barocca. L’omelia pasquale doveva contenere una storia che suscitava il riso, di modo che la Chiesa riecheggiasse di risate. Questa può essere una forma un po’ superficiale ed esteriore di gioia cristiana. Ma non è in realtà qualcosa di molto bello e giusto il fatto che il riso era diventato un simbolo liturgico?

Joseph Ratzinger, Guardare al Crocifisso, Jaca Book, Milano 1992, p. 106

Tesò.
Io lo so che lo sai.
So anche che, quando sei il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, devi mantenere una certa linea di condotta: certe cose le puoi scrivere giusto solo se sei una blogger rincitrullita che pubblica “Pillole di Storia” demenziali. Fortunatamente la sottoscritta risponde appieno a questo profilo, e quindi, aehm, quest’oggi apporrò alcune piccole note a margine alle pregevoli parole del nostro amato Papa Emerito.

Il fatto gli è, signori e signore, che il tradizionalismo liturgico “tira un sacco”, di questi tempi.
Intendiamoci: pure a me piacciono tantissimo le tradizioni (eh beh…), e faccio carte false pur di poter assistere a belle liturgiche che davvero sottolineano la sacralità di ciò che sta accadendo.
Però, ultimamente va di moda il tradizionalismo in stile “tutto ciò che viene dopo il Vaticano II è il Male Incarnato; tutto ciò che precede tale infausto evento stillava gocce di santità”.
Ecco: sono addivenuta alla conclusione che voglio cavalcare l’onda, e dunque oggi intendo avanzare una proposta pratica di facile attuazione, per una Veglia di Pasqua dal sapore decisamente preconciliare.
La mia proposta liturgica è tratta dal pregevole volume Due in una carne, che ha come sottotitolo Chiesa e sessualità nella Storia. E se avete come la vaga impressione che questa premessa non preluda a niente di buono… beh: siete drammaticamente nel giusto.

Copio testualmente da pagina 89 e seguenti:

È stato documentato […] fin dal Medioevo l’uso di festeggiare la Pasqua con una predica scherzosa densa di significati erotici

giuro

uso che risulta poi ampiamente diffuso per tutta Europa in età moderna.

No, sul serio.

Questa usanza è stata ricostruita a partire da una lettera che Wolfgang Capito, un sacerdote di Basilea, scrive a un altro sacerdote – che parteciperà pochi anni dopo alla Riforma – Giovanni Ecolampadio, criticandolo perché si rifiutava di farcire di aneddoti comico-erotici la predica di Pasqua.

Mi state seguendo? Wolfgang Capito criticava Ecolampadio perché Ecolampadio era contrario alla porno-Messa nel giorno di Pasqua (come ad esempio potete legger qui).
Capito lo criticava dicendo che non andava bene essere contrari alle barzelette sporche declamate dall’ambone!

Capito non parla solo di barzellette o scherzi ma addirittura dell’uso di spingere gli ascoltatori a “ridere sguaiatamente” scherzando “con parole oscene” o “imitando uno che si masturbi”.

No, sul serio!

Molte sono le fonti che – a partire dal concilio di Reims dell’852 per arrivare a un articolo giornalistico pubblicato a Francoforte nel 1911 – attestano questa usanza, raccontando di sacerdoti che imitano versi di animali, fingono di partorire un vitello o, come minimo, suscitano l’ilarità dei fedeli con storielle sconce.

…!

Dopo il secolo XVI i racconti tendono a sostituirsi completamente alla pantomima del sacerdote, tanto che nel 1698 il prete bavarese Andrea Strobl stampa un manuale per predicatori, fornito di regolare imprimatur, in cui i sermoni sono arricchiti da storielle comiche e che conobbe un gran successo. L’autore stesso spiega che questo “è uno dei migliori mezzi per rendere attento l’uditorio”.

(effettivamente non lo metto in dubbio, amico…)

Anche se in questo caso si tratta di storielle abbondantemente censurate, non mancano i doppi sensi a sfondo sessuale.[…]
Erasmo da Rotterdam, mentre condanna questa usanza, ne fornisce al contempo la chiave interpretativa: “È la cosa più vergognosa che ci sia, che nelle feste di Pasqua alcuni provochino al riso la gente, secondo il desiderio del popolo, con racconti palesemente inventati e il più delle volte osceni, tali che neppure in un convivio un uomo onesto potrebbe ripeterli senza vergognarsi. In nessun modo è il salmo pasquale a invitare a questo genere di allegria, quando dice Hic est dies quem fecit Dominus, exultemus et laetemur in eo”.
Sarebbe proprio la letizia pasquale, dunque, a richiedere scoppi di risate, e quindi a giustificare il ricorso a questo repertorio osceno.

Aehm. È molto difficile dare una spiegazione a questo delirio, ma, mettendomi nel panni di un uomo dell’epoca, io ci provo lo stesso: calcolate che, una volta, la Quaresima era davvero dura. Non si mangiava carne per tutta la durata dei quaranta giorni, non si facevano pasti completi per tutta la durata dei quaranta giorni; non si mangiavano nemmeno uova e latticini, riducendosi in sostanza a minestroni e croste di pane a mattina pomeriggio e cena, per quaranta, lunghi, giorni.
Non si ballava per quaranta giorni, non si cantava per quaranta giorni; i coniugi non potevano nemmeno avere rapporti sessuali, per tutta la durata della Quaresima (e prendevano il divieto sorprendentemente sul serio, come mi diverto sempre a verificare io tutte le volte che mi capita sottomano un vecchio registro di Battesimi).
Una Quaresima vissuta così non era ‘na roba all’acqua di rose, e io posso perfettamente capire che, nel momento in cui veniva intonato l’Exultet, le folle dei fedeli… esultassero per davvero. Doveva essere, la loro, un’esultanza strana, probabilmente incomprensibile per molti di noi moderni: la gioia per la resurrezione di Cristo si univa alla gioia per per la fine della Quaresima, e riecheggiava in un corpo messo a dura prova dalla lunghissima astinenza e dal digiuno integrale del Venerdì e del Sabato Santo.
Si provava una gioia che era sì di natura spirituale, ma, al tempo stesso, era anche molto carnale (non necessariamente in senso sessuale, ma nel senso che si sentiva fin nelle viscere e in ogni fibra della carne).
E fin qui, io ci sono. Lo capisco bene. “Ci sta”.

Il modo in cui si sia passati da questa esultanza “carnale” al prete che finge di masturbarsi per suscitare il riso dei fedeli… ehm…
Diciamola con le parole dell’allora cardinal Ratzinger: era una forma “un po’ superficiale” di gioia di cristiana. Aehm.

***

Comunque: siete liberi di non crederci, ma la tradizione nasce nel Medio Evo, si sviluppa in quei secoli a cavallo tra tardo Medio Evo ed età moderna, ed inizia gradualmente a perdere diffusione (o comunque a mutare forma) solo nel periodo che segue la Riforma Protestante… principalmente per il fatto che i riformatori (chiamali scemi…) ne avevan detto di tutti i colori, circa questa bizzarra pratica.
In realtà – come evidenziano Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia, autrici del libro che citavo prima – la pratica comincia a cadere nel dimenticatoio (o, comunque, ad essere modificata in chiave meno oscena) solo nelle zone in cui la presenza protestante era molto forte. In quelle aree della cattolicità che erano state appena sfiorate dalla critica protestante, l’usanza ha continuato a sopravvivere molto a lungo.
“Molto a lungo” vuol dire che ancora papa Lambertini, a metà ‘700 (!), doveva scomodarsi per inviare un’esortazione apostolica ai suoi vescovi, affinché facessero cessare una volta per tutte questa barbara usanza, nelle chiese a loro affidate.

Comunque, ehm. Io, il mio lavoro da storica l’ho fatto. La tradizione, l’ho riportata. L’usanza, l’ho commentata. La lettura storico-teologica, ve l’ho proposta. Adesso non mi resta che lanciare la palla ai gentili sacerdoti che sono in linea, chissà mai volessero sorprendere i loro fedeli con questa peculiare liturgica dal sapore pre-conciliare.
Chessò: un maxischermo in cui proiettare le scene hot di Cinquanta sfumature di grigio; qualche estratto da un libro porno per suscitare il riso (?) dei parrocchiani…

No, eh?
Mph.
Tutti modernisti, qui dentro.
Vabbeh, io ci ho provato.

E comunque, e soprattutto, buon inizio di Settimana Santa a tutti!

***

A margine: come sapete, io in genere non fornisco mai bibliografia a piè di pagina, ma in questo caso forse è meglio, per evitar di esser presa per pazza. Ecco due titoli recenti dedicati al tema (che però io non ho ancora letto) per chi, a questo punto, si fosse fatto venire la voglia di approfondire l’argomento:
Maria Caterina Jacobelli, Il Risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale, ed. Queriniana, Brescia 20044
Claudio Bernardi, Risus paschalis. Riti e tradizioni della gioia pasquale, in: Il corpo glorioso. Il riscatto dell’uomo nelle teologie e nelle rappresentazioni della resurrezione, Giardini Editori, Pisa 2006

12 pensieri su “[Pillole di Storia] Risus paschalis. Proposta pratica per una Veglia di Pasqua dal sapore pre-conciliare

  1. Mi sono permesso di segnalare sia questo post che quello che hai linkato nel commento a due mie amiche. Ti farò sapere le loro impressioni, se ti interessa.

    • Cielo, spero di non traumatizzare le tue amiche :-D
      Ciao, amiche di Ago86: sono leggermente pazza, ma sostanzialmente innocua, e di buona volontà! ;-)

      Sì, per piacere, fammi sapere, se loro hanno voglia di commentare!

      • Ecco i commenti delle mie due amiche: la prima, non cattolica, ha scritto “Carini, grazie per avermeli mandati. La messa “Game of Thrones Edition” in effetti sembra molto meno noiosa di quelle moderne, detto ovviamente dalla mia limitata esperienza di matrimoni/funerali/battesimi.” Le ho chiesto a quali post si riferisse, e mi ha risposto che si prestano entrambi, comunque pensava a quella dove volavano mazzate.
        La mia amica cattolica, invece, dice che i tuoi post sono interessantissimi e piacevolmente scritti.

  2. Pingback: “L’umorismo, la gioia e la vita spirituale” | Una penna spuntata

  3. Pingback: Scherzar coi Santi. Ovvero: il comico nell’agiografia | Una penna spuntata

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