“L’umorismo, la gioia e la vita spirituale”

Quest’anno, Nostro Signore ha ritenuto che fosse una buona idea farmi trascorrere il Giovedì e il Venerdì Santo in una casa che non è quella in cui vivo abitualmente (leggasi: in cui non ho i miei libri e le mie cose), e in cui non funzionava il collegamento a Internet.
E penso di aver anche capito dove voleva andare a parare l’Onnipotente, perché credo di non aver mai trascorso un Triduo così silenzioso e riflessivo (non per un eccesso di misticismo, ma proprio per banale assenza di alternative).

Venendo al sodo: la mancanza di Internet mi ha anche impedito di pubblicare i post che, come da tradizione, avrei avuto intenzione di proporre in questi giovedì, venerdì e sabato santi. Nel momento in cui scrivo, solo poche ore mi separano dalla Veglia di Pasquae io non ho il tempo materiale di preparare un post ad hoc… però, non potevo eclissarmi così, senza nemmeno uno straccio di auguri. E, soprattutto (rimuginavo nei giorni scorsi con una certa irritazione) non potevo eclissarmi dopo un post così sciocchino come quello sul risus paschalis; che, ‘nsomma…

E così, mentre mi arrovellavo su queste questioni di vitali importanza, mi sono soffermata sul concetto di risus paschalis. Perché ha ragione Ratzinger, nel dire che questa forma “un po’ superficiale ed esteriore di gioia cristiana” rappresentava in realtà “qualcosa di molto bello e giusto”. È Pasqua, Cristo è risorto, la morte è stata sconfitta: cosa c’è di più giusto e di più spontaneo, se non il ridere a crepapelle fino a farsi venire le lacrime agli occhi?
Questo pensiero mi ha riportato alla mente alcune osservazioni sulla gioia cristiana fatte un paio d’anni fa dal cardinal Dolan, arcivescovo di New York. Io le avevo lette su un blog americano, ma non credo che in Italia abbiano avuto particolare diffusione, anche perché il cardinale ha pronunciato queste parole in una circostanza abbastanza inconsueta: una chiacchierata pubblica con il comico Stephen Colbert, alla Fordham University di New York.
In compenso, mi sembravano parole molto condivisibili, e, soprattutto, adatte al contesto (e alla data)… e quindi, in mancanza di tempo per far di meglio, è così che vi saluto.
Con i migliori auguri per una Pasqua colma di gioia e risonante di risate, per tutti voi e per i vostri cari!

***

L’umorismo, la gioia e la vita spirituale

Il compito che mi è stato dato è di condividere con voi, in poche parole, quelle che potrebbero essere definite “le ragioni teologiche della risata”.
Perché una persona di fede dovrebbe essere felice? Perché un cristiano immusonito è una contraddizione in termini?
Ecco la mia ragione per essere gioiosi: la croce.
Sì, avete capito bene: la croce di Gesù Cristo!

Vedete: quando Gesù patì e morì appeso alla croce, sulla collina del Calvario, in quel venerdì che, stranamente, in lingua inglese viene definito “Good” [“Good Friday”; letteralmente: “Venerdì Buono”]… in quel momento, letteralmente, “tutte le luci si spensero”, e persino il sole si nascose per la vergogna. Letteralmente, il mondo sussultò scossa da singhiozzi di dolore, mentre la terra tremava per il terremoto.

Gesù, pura bontà, sembrava essere stato prevaricato fino alla morte dal male puro;
l’amore, messo a tacere dall’odio;
la misericordia incarnata, soffocata dalla vendetta;
la vita stessa, stroncata dalla morte.

Sembrava che nessuno di noi sarebbe più stato in grado di sorridere.
Ma poi, arrivò la domenica di Pasqua.
Il sole tornò a splendere e il Figlio uscì dal suo sepolcro, risorto dalla morte.
Indovinate chi ebbe l’ultima parola, in quel giorno? Dio!

La speranza, non la disperazione;
la fede, non il dubbio;
l’amore, non la ripicca;
la luce, non un’eclisse del sole;
la vite, non gli abissi della morte.

“Ride bene chi ride ultimo”, dice il proverbio… e da quel momento in poi – dal giorno della Resurrezione di Cristo – noi cristiani non abbiamo mai smesso di sorridere. […] Il Venerdì Santo non ha avuto l’ultima parola: è stata la Domenica di Pasqua ad averla! Ed è per questo che io sorrido: perché ritengo che tutto sia nelle mani provvidenziali di Nostro Signore, e che – per citare la Bibbia – “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio”.

Dio solo sa quanti siano i “Venerdì Santi” nella nostra vita. Ma non prevarranno. Sarà la Pasqua a prevalere. E, come diciamo noi Irlandesi, “la vita è fatta di amore, vita e risate; non di odio, morte e lamento”.
Ecco perché un cristiano immusonito, lagnoso e mai contento, è un ossimoro.
Ecco perché diciamo che “la gioia è il segno infallibile della presenza di Dio”.

L’ho sperimentato ad Haiti, durante la mia visita con Catholic Relief Services dopo il devastante terremoto – orrore, pianto, morte, lutto in abbondanza, come potete immaginare. Ma, nonostante tutto, tanta speranza e tanta volontà di ricominciare, in una popolazione aggrappata unghie e denti alla fede, dopo secoli di oppressione e schiavitù.
Lo vedo tutte le volte che visito il reparto di oncologia pediatrica allo Sloan-Kettering: bambini bellissimi, piccolissimi, innocenti, emaciati e resi calvi dalla chemio. Eppure, sia loro che i loro parenti irradiano una tale calma, una tale fiducia interiore che riescono ancora a sorridere, mentre a me viene il groppo in gola.
Lo vedo ogni volta che visito suore di clausura. Nonostante non posseggano nessun bene terreno tranne il vestito che hanno indosso e il libro di preghiere che tengono in mano, nonostante vivano una vita di silenzio, penitenza, isolamento e verginità, sconosciuta alla maggior parte di noi; nonostante tutto, le loro risate sono cristalline. […]
Un giorno, quando ero ancora parroco, un ragazzo del college mi si avvicinò dicendo che voleva convertirsi al cattolicesimo. Quando gli chiesi il perché, lui rispose: “la settimana scorsa ero alla veglia funebre di un uomo cattolico che ammiravo molto, e che è morto improvvisamente, ancora giovane. E la sua famiglia, per quanto provata dal lutto, riusciva ancora a ridere, come se sapessero che tutto sarebbe andato bene”.
Sono la fede nella croce di Cristo e la speranza della Sua Resurrezione, a produrre questo risultato.

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14 pensieri su ““L’umorismo, la gioia e la vita spirituale”

  1. Tanti auguri!
    Permettimi una domanda cattiva, a costo di apparire sciocco. L’interpretazione del cristianesimo in stile “il Nome della Rosa” non ha proprio nulla di autentico? Io mi ero fatto l’idea, da semplice lettore non storico medievale, che il cristianesimo presentato da U. Eco fosse sì uno spauracchio volto a rendere più facile rigettare la fede, però ero anche convinto che alla base ci fosse effettivamente una documentazione che lo giustificasse. Qualcosa come una corrente filosofica di “pessimismo cristiano” non maggioritaria ma comunque presente. Che insomma il dibattito se Cristo avesse mai riso esistesse davvero. Tu nella tua esperienza che ne pensi?

  2. Allora ci conto ;)
    Aggiungi anche questo alla riflessione. Cercando un esempio di pessimista cristiano nella storia della chiesa a me è venuto in mente Iacopone da Todi (almeno per come l’ho studiato in letteratura e almeno in certe fasi della letteratura). E poi ho pensato ai movimenti di “penitenti” a lui vicini (flagellanti ecc.). Allora sembrerebbe che il rischio di pessimismo sull’uomo e sulla vita si manifesti più come una deriva del frascescanesimo che come deriva del “domenicanesimo”. Il contrario di quanto viene implicitamente affermato ne “il nome della Rosa”.

  3. Pingback: Homo risibilis, homo lugens: il riso nel Medio Evo | Una penna spuntata

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