Homo risibilis, homo lugens: il riso nel Medio Evo

Fra esattamente dieci giorni, il mio blog compirà dieci anni.
La cosa, peraltro, mi crea (per la prima volta in vita mia) un non trascurabile sconcerto, sulle linee di “ma come, dieci anni?! Ero già grande, quando l’ho aperto! Quindi questo vuol dire che adesso sono ancor più grande??”.

Comunque: è ormai da dieci anni (meno dieci giorni) che questo blog persiste ostinatamente nella sua opinabile missione di raccontar scemenze su cose sacre, per far ridere la gente.
Tanta pervicacia impone necessariamente una riflessione, e lo spunto da cui partire me lo ha provvidenzialmente offerto qualche settimana fa Zimisce, commentando un post sul valore cristiano dello humor e della gioia. “Tutto molto condivisibile”, commentava Zimisce, “ma come la mettiamo con quella corrente di pessimismo cristiano del Medio Evo, secondo cui la risata era peccaminosa e Gesù non aveva mai riso in tutta la sua vita?”.
Insomma: mentre raccontava una scena tipo questa, Umberto Eco si stava inventando tutto di sana pianta, o descriveva in effetti una posizione teologica reale?

Descriveva in effetti una posizione teologica reale – anzi, ne descriveva due, ugualmente valide e ortodosse: una, di durissima condanna verso il riso; l’altra, di apertura e financo di incoraggiamento.
Orbene: addentriamoci dunque nell’affascinante dibattito sulla questione.

***

Che nei Vangeli canonici Gesù non rida mai, questo è un dato di fatto. Sol per quello, non lo vediamo nemmeno descritto nell’atto di tagliarsi le unghie, di soffiarsi il naso, di andare al mercato per comprarsi un paio di calzari, e così via dicendo. Banalmente, non è che gli evangelisti potessero raccontare proprio tuttotutto.
Come evidenzia Georges Minois, autore de Storia del riso e della derisione, i Vangeli, in realtà, sono pieni di risate… ma si tratta sempre di risate di scherno. Ridono di Gesù i soldati sotto alla croce; ridono le folle alla notizia di questo o quel miracolo; sghignazzano i popoli all’udire la predicazione degli apostoli dopo la Pentecoste. Gesù stesso annuncia ai suoi apostoli di essere destinato allo scherno più crudele – ma appunto: tutte le risate che compaiono nei Vangeli sono sempre risate cattive, maligne, di derisione.
Il che ovviamente non vuol dire niente e non risponde alla nostra domanda, perché pare piuttosto chiaro che la risata dei farisei che scherniscono Nostro Signore sia una risata ben diversa da quella che ci sgorga dal cuore quando ascoltiamo una barzelletta.
E dunque?
Qual era la posizione della Chiesa medievale circa la risata innocente, “da barzelletta”?

In un primo momento, a onor del vero, la Chiesa procede alquanto sospettosa. I Padri tendono ad essere abbastanza critici verso le risate, e, soprattutto, verso quegli spettacoli (pelorpiù pagani) che miravano a suscitarle. Tertulliano critica durissimamente la commedia; Ambrogio ritiene che il riso sia sconveniente e sconsigliabile in (quasi) tutte le circostanze; Basilio di Cesarea sostiene che, se un buon cristiano pensasse veramente alle miserie del mondo, avrebbe ben poco da ridere (…e quindi, se ride lo stesso, vuol dire che è uno sciocco superficiale). Più o meno sulla stessa linea, Agostino motteggia che, “finché siamo in questo mondo, non è tempo di ridere (se non vogliamo piangere dopo)”… pur ammettendo che, sicuramente, c’è tipo e tipo di risata.
Clemente Alessandrino, potendo, avrebbe condannato all’esilio perpetuo tutti quei comici che inducevano nel pubblico un riso basso e grossolano (ma non condanna, ad esempio, il riso innocente e buono). Già all’epoca dei Padri, comunque, c’erano delle aperture: Girolamo, ad esempio (pur non amando affatto la gente ridanciana), evidenziava la differenza tra il riso volgare di un ubriacone e il riso “sano” e moderato che – ad esempio – viene usato dai maestri, per catturare l’attenzione dei loro giovani studenti.

Del resto, la società dell’epoca (e, successivamente, anche la società medievale) conosceva bene quel topos, mutuato da Aristotele, secondo cui il riso è proprio della natura umana. Insomma, è uno di quegli elementi che differenziano un essere umano da un animale: gli animali non ridono; gli uomini sì.
(E io, non essendo animale, rido sempre come una cretina la pensiero del termine che i medievali avevano coniato per descrivere questo concetto: homo risibilis. Mettendo da parte le facili battute, l’uomo è risibile proprio perché ride – una facoltà, questa, preclusa agli animali).

Nei primi secoli della sua vita, la Chiesa, dunque, guarda il riso con un certo sospetto.
L’uomo medievale sarà pure risibilis, ma monaco medievale (cioè, il buon cristiano per eccellenza) viene definito, non a caso, is qui luget: colui che piange.
Piange sui suoi peccati, sulle sciagure del mondo, sulle blasfemie e sulle bestemmie, sulle sofferenze di Nostro Signore: piange, in generale, e il suo pianto è una forma di preghiera e di espiazione.

Le prime regole monastiche sono tutte abbastanza rigide nel condannare il riso. Nei primi documenti a noi pervenuti (V secolo), il riso è vietato principalmente perché rischierebbe di spezzare il silenzio monastico e distrarre dalla preghiera. Nel VI secolo, Benedetto fa uscire il riso dal campo del silenzio e lo inquadra più che altro come un segno di scarsa umiltà (un bravo monaco non ride, e soprattutto non ride degli altri). Dunque, suggerisce di evitare chiacchiere atte a suscitare le risate, e, nel raccomandare ai suoi monaci la preghiera quotidiana, suggerisce se possibile di accompagnarla con pianti e gemiti.
La Regola del maestro (prima metà del VI secolo) sottolinea come il corpo umano sia dotato di tre “filtri”: occhi, orecchie e bocche. E così come gli occhi devono chiudersi di fronte a immagini impure, così come le orecchie devono rifiutarsi di ascoltare discorsi vani, così, allo stesso modo, la bocca non deve assolutamente lasciar filtrare all’esterno del corpo i discorsi sconvenienti… e le risate, “una delle peggiori lordure che possano sporcare la bocca di un monaco”.

Uno che si è dedicato parecchio allo studio di questo argomento è il famoso Jacques Le Goff, autore di una serie di saggi “a tema”, che, in Italia, sono stati pubblicati da Laterza (assieme ad altri che non c’entrano niente) sotto il titolo di I riti, il tempo, il riso.
Ebbene: secondo Le Goff, nel monachesimo altomedievale si nota una marcata accentuazione della negatività del riso, cui viene opposto, per contro, il valore salvifico del pianto. Del resto, il versetto evangelico “beati coloro che piangono, perché saranno consolati” sembrava confermare con una certa autorevolezza questo atteggiamento.

Solo nel XII secolo cominciamo a trovare traccia di una rivalutazione del riso in senso positivo. Dopo un’eclisse di diversi secoli, nei testi dei teologi ricompare la distinzione tra le risate cattive (maligne e derisorie) e le risate buone (di colui che ride per gioia, magari perché colmo di beatitudine).
A questo punto, Le Goff fa un interessante approfondimento di natura linguistica, sottolineando come già nell’Antico Testamento esistesse una distinzione (proprio a livello terminologico, dico) fra queste due tipologie di riso. Nella Bibbia, sâkhaq è il riso buono, gioioso e sano (quello da cui deriva anche il nome di Isacco); lâag, invece, è il riso cattivo, di chi si prende gioco e denigra. Anche il Greco – sottolinea Le Goff – ha questa distinzione: gelân è il riso buono, katagelân quello cattivo.
Il Latino invece no: il Latino conosce solo il risus, accomunando sotto un’unica parola il riso del bambino che scherza con la sua mamma e il riso assassino del serial killer che sta per ammazzare la sua vittima. Persino il subrisus latino, per buona parte del Medio Evo, ha indicato il sorrisetto cattivello di chi ridacchia maligno sotto i baffi, trasformandosi in sorriso “buono” solo all’inizio del XII secolo.

E sicuramente non è un caso che, proprio in quel periodo, il Medioevo abbia imparato a conoscere un nuovo, bellissimo, tipo di risata, la cui ri-scoperta si riflette, nella re-introduzione di un termine fino ad allora poco usato: hilaritas.
Sempre il nostro Le Goff cita uno studio di Fernand Vercauteren, in cui, carte alla mano, si sottolinea come, a partire dalla fine del secolo XI, nei documenti notarili che trattavano donazioni appaia con frequenza l’espressione hilaris dator. Hilaris dator è il donatore sorridente, il benefattore che sgancia soldi volentieri, spontaneamente, col sorriso sulle labbra: un sorriso che evidentemente non è un sorrisetto assassino (…anche perché… chi accetterebbe mai qualcosa da uno che ti fissa in quella maniera?), ma il sorriso pacifico e amichevole di chi ti osserva con benevolenza. A quell’altezza cronologica, dunque, cominciavano a camminare per le città del Medioevo delle persone benevole e dall’aria ilare – persone che noi definiremmo gioiose, felici. Ridenti, ma non ridanciane.
Persone “col sorriso sulle labbra”, ecco; non persone coi lineamenti sformati da un attacco di risate incontrollabili.
Che è già diverso.

Questo riso – questa hilaritas – acquisisce un’importanza fondamentale con Francesco d’Assisi, che la vede in un certo senso come un atto di fede (ci sarebbe ben poco da ridere, se Dio non fosse nato e morto per noi! Ma giacché Dio l’ha fatto, e io ci credo…).
Addirittura, Francesco arriva al punto di raccomandare ai suoi fratelli: “nelle tribolazioni, di fronte a coloro che vi tormentano, siate sempre hilari vultu”. Il riso (o, per meglio dire, questo riso, il riso buono) diventa insomma uno stile di vita, uno dei tanti modi con cui il cristiano può testimoniare al mondo la sua fede e la sua gioia per la Resurrezione. E da lì, grazie alla popolarità del carisma francescano, questa nuova concezione del riso e della gioia cristiana si diffonde a macchia d’olio, influenzando (per fortuna!) il pensiero successivo.

Guardando all’arte medievale, Le Goff sottolinea come non manchino assolutamente esempi positivi di persone ridenti, o sorridenti. Gli pare significativo (e a me pure) l’esempio di numerosi cicli di affreschi dedicati alla parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte: in molte di queste raffigurazioni, le prime sorridono di un sorriso composto, mentre le seconde sghignazzano senza contegno.

Inoltre: è pur vero – sottolinea Le Goff – che i monaci medievali dovevano evitare il riso cattivo, il riso derisorio (…il riso alle spalle di un vecchio confratello ridicolmente pauroso, mi verrebbe da dire per rifarmi alla scena descritta da Eco).
Eppure, è altrettanto vero che esistono prove storiche di come i monaci fossero soliti scherzare fra di loro, godendo, con ogni probabilità, dell’approvazione (quantomeno tacita) dei loro superiori.
Se, per dimostrare questa tesi, non bastassero i tanti scarabocchi, le tante miniature del “mondo alla rovescia” apposte dagli amanuensi a margine dei loro codici… se anche non bastasse tutto questo, dicevo, come potremmo non arrenderci all’evidenza, di fronte all’esistenza degli joca monachorum? Si trattava, in buona sostanza, di raccolte di barzellette e indovinelli, perlopiù a tema sacro, con cui i monaci si intrattenevano nelle loro ore libere. Quindi, dopo che erano state recitate tutte le preghiere e dopo che era stato rispettato il rigoroso silenzio monastico.
Erano l’equivalente dei nostri giochi di enigmistica – indovinelli e rompicapi per tenere allenata la mente – oppure, erano barzellette e storielle lievi a tema sacro, utili per memorizzare in maniera gioiosa fatti eventi della Storia della Chiesa (meglio ancora se strani, buffi, miracolosi e/o eccezionali).
…’nsomma: a me dà tanto l’impressione che gli joca monachorum assomigliassero un sacco al mio blog, se mi consentite il paragone.

Quindi – conclude Le Goff – non è che il monaco medievale, l’homo lugens per eccellenza, fosse poi così disperatamente afflitto ventiquattr’ore su ventiquattro!
Per buona parte del Medioevo, le regole monastiche hanno duramente condannato il riso, ma ci sarebbe anche da chiedersi fino a che punto il riso “peccaminoso” tanto temuto nell’Alto Medioevo fosse lo stesso riso a cui pensiamo noi moderni. Perché se il riso che veniva vietato da san Benedetto era lo stesso riso cattivo di chi ti ride alle spalle quando fai un errore, beh, allora pure io concordo con la Regola: un buon cristiano non deve ridere; non deve ridere in quella maniera.

Certo, certo: ci vorranno alcuni secoli prima che la “nuova” morale cristiana cominci a parlare del riso buono e ad esaltarne le sue potenzialità (e questo è un dato di fatto)… ma chissà se era poi vero, che nell’Alto Medioevo si riteneva che un buon cristiano non dovesse ridere mai, mai, mai.

Le Goff, provando a rispondere a questa domanda, concludeva, in sostanza, con un “mah. Chissà”.
L’impressione generale è che, nei tempi e nei modi giusti, i cristiani medievali (dopo aver cristianamente pregato, meditato e pianto)… fossero anche capaci di ridere e divertirsi un sacco!

7 pensieri su “Homo risibilis, homo lugens: il riso nel Medio Evo

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  2. Grazie! Mi hai anche virgolettato non solo cogliendo appieno la mia obiezione ma anche migliorando di molto le mie capacità espressive. Hai davvero uno stile di scrittura molto limpido. Mica i giornalisti professionisti virgolettano così bene.

  3. @Mercuriade.
    Secondo me il punto di vista di Eco è più insidioso. In tutto il libro sembra suggerire, non solo con la questione del riso ma anche con altre brevi discussioni (sulle reliquie dell’abbazia, sulla sessualità di Adso, sugli occhiali da vista), che il cristianesimo nel suo complesso aveva avuto fino a quel punto un atteggiamento totalmente oppositivo nei confronti della vita terrena. E che solo negli anni in cui è ambientato il romanzo le cose stavano cambiando.
    Ma – e qui sta l’inghippo – le cose stavano cambiando, nell’interpretazione di Eco, non perché erano nati modi nuovi di conciliare la fede e la vita terrena, ma perché si cominciava ad indebolire la fede (o almeno la giustificazione razionale della fede, con l’okkamismo, il nominalismo e tutto il resto). Se ci fai caso manca in quel libro una figura positiva con una forte fede. C’è solo l’ipocrita (Abbone) e il fondamentalista (George). Guglielmo è presentato come uomo onesto, saggio e misericordioso, ma è anche un agnostico, come rivela quando dice ad Adso dei dubbi che Okkam gli ha trasmesso e di come non sente la Scolastica come la propria filosofia. Come ad un intellettuale moderno, gli basta la sua coscienza. In fondo Eco proietta sul medioevo il pensiero debole, perché nei suoi personaggi qualsiasi fede porta al fondamentalismo (o ad essere dei repressi, come nella scena in cui Ubertino da Casale accarezza il collo di Adso spiegandogli l’amore buono). Anche se alla fine il suo eroe viene sconfitto, è come se dicesse che, per allora, il suo modo di pensare era troppo moderno, ma oggi, per fortuna, abbiamo imparato ad essere tutti agnostici e quindi siamo salvi dai fondamentalisti.
    Be’ almeno è così che ho interpretato il romanzo, poi forse l’ho letto in un momento della mia vita in cui ero particolarmente critico verso l’agnosticismo come stile di vita e questo mi ha influenzato.

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