La castità? Una vacanza!

Per chi in questi giorni mi ha chiesto “ci vediamo in piazza?” (e per chi, molto carinamente, ricevuto il mio diniego ha pure provato a farmi sentire in colpa): no, non c’ero. In nessuna delle piazze che si sono riempite in questo week-end.
In una ennesima conferma del fatto che le mie tecniche divinatorie a mezzo uovo ci prendono sul serio, fra poche ore mi sottoporrò a un piccolo intervento chirurgico. Quindi, aehm: non era il caso.
(E quindi – a margine – se, da questo momento in poi, scompaio per un po’ di tempo, sapete anche le ragioni).

Orbene: non ero in piazza nemmeno quando Papa Francesco è venuto a visitare la mia città. E devo dire che, col senno di poi, m’è pure spiaciuto, non esserci stata: per una volta che un prete (e che prete!) ha il fegato di invitare esplicitamente i giovani a sperimentare la castità, io non ci sono. Mi pare giusto.

…effettivamente ci va un fegato mica da poco, per pronunciare, oggi, queste parole.
C’è il rischio che i ragazzi ti ridano dietro, ti prendano per cretino.
Eppure… è davvero poi così fuori moda, (così fuori dal mondo), la scelta di amare in castità?

Sorprendentemente, no.

Lasciamo perdere la castità prematrimoniale osservata dai credenti: fin lì, si potrebbe dire che il credente di turno lo fa solo per ottemperare a un dovere. La cosa più sorprendente, secondo me, è scoprire che uno stile di vita casto sta lentamente tornando di moda anche fra chi credente non è. Anche fra chi non si riconosce nel catechismo di questa o quell’altra Chiesa, ma sceglie di vivere in castità… perché ritiene che quella sia la cosa migliore per la sua vita.

Non ve lo aspettavate, vero?
Non me lo aspettavo neanch’io, ma apparentemente è proprio così: a garantirlo è quella Elizabeth Abbot autrice dell’ottimo libro Storia della castità, già citato in varie occasioni su queste pagine.

Apparentemente, questa riscoperta “aconfessionale” della castità nasce in America all’inizio degli anni ’80.
La data è cruciale: nel 1981 vengono registrati, a Los Angeles, i primi casi di AIDS, e comincia a serpeggiare il panico; inoltre, diciamo pure che, negli anni ’70, ci si era spinti un po’ troppo in là, co’ ‘sta storia della rivoluzione sessuale. In certi ambienti giovanili, sembrava quasi che fare sesso fosse un diktat assoluto: e pazienza se non hai una storia d’amore seria; e pazienza se non hai un partner da desiderare. Mal che vada, vai in discoteca e raccatti la prima persona alticcia che ti si para davanti: ma casti per troppo tempo, no, non ci si può stare. Non è ammissibile, non è sano!

Embeh: questo stile di vita, prevedibilmente, non è molto sostenibile nel lungo periodo. E così, verso l’inizio degli anni ’80, comincia a maturare una graduale riscoperta dei valori della castità. Una riscoperta che parte proprio da quelle persone che, per una decina d’anni, s’erano dati alla pazza gioia, producendosi in amplessi multipli in tutti i luoghi e in tutti i laghi… e poi, arrivate all’età adulta, avevano l’impressione di ritrovarsi in pugno un mucchio di mosche.

Elizabeth Abbott descrive alcune delle ragioni che hanno spinto a questo ripensamento.
Le donne dichiaravano di essersi anche un po’ stufate di dover fingere orgasmi ad ogni singolo rapporto, in conseguenza del “diktat rivoluzionario” per cui la donna deve assolutamente raggiungere l’apice del piacere in ogni singola occasione, altrimenti è una frigida repressa con complessi mai risolti.
Gli uomini soffrivano di una costante ansia da prestazione, instillata da partner sempre più esigenti, sempre più preparate, sempre più disinvolte nel lasciar capire di non essere appagate.
Globalmente, il sesso era diventato qualcosa di molto esigente, manco stessimo parlando di una disciplina sportiva praticata a livello agonistico. Le donne devono essere sempre curate, perfettamente depilate, senza un filo di cellulite, con biancheria intima coordinata, con seno abbondante ma pancia piatta, per sfoggiare un corpo profumato e tonico. I maschi devono potersi vantare di dimensioni ragguardevoli (sennò la nuova compagna fa paragoni con il suo ex!); devono essere sodi e muscolosi, “durare” a lungo, portare la donna all’acme del piacere, essere virili e machi ma anche comprensivi e dolci, sennò “non mi capisci!”.
E la miseria!
Doversi sottoporre a questo costante scrutinio tutte le volte che hai rapporti sessuali (soprattutto se ti è sempre stato insegnato che è bene avere rapporti sessuali frequenti, anche con gente con cui non hai mai raggiunto una vera intimità psicologica), un po’ d’ansia la mette, eh.

“Bel risultato ha prodotto, la rivoluzione sessuale!”, cominciano a mugugnare questi libertini pentiti. E quindi, un buon numero di persone giunge alla seguente conclusione: se il sesso è ‘sta roba qui, a me non piace. Tanto vale non farlo proprio.
O torniamo al significato “antico” del sesso, cioè una vera unione di anima e corpo tra due persone che sono già legate da amore, tenerezza e rispetto reciproco, o è meglio stare senza. Almeno, ti risparmi un sacco di frustrazioni (…e di rischi, oltretutto!).

La capostipite di questo stile di vita è Gabrielle Brown, autrice del saggio Elogio della castità. Come mai uomini e donne stanno riscoprendo il piacere dell’astinenza sessuale, pubblicato per la prima volta nel 1980 (e poi nel 1989, in una seconda versione ampliata e corretta, visto il sorprendente successo di pubblico).
La Brown attacca duramente l’idea per cui il sesso è l’unico vero modo fornitoci da Madre Natura per esprimere pienamente un rapporto d’amore. Se si prende per buono questo punto di partenza, si finisce col postulare che, quando una persona (o una coppia) decide di non avere rapporti sessuali, allora c’è qualcosa di grave che non va nella sua psicologia (o nel suo rapporto di coppia).

Mannò, dice la Brown! Non è mica vero che i rapporti sessuali sono l’unico modo per esprimere il proprio amore!Anche restando a un livello molto “fisico”, è ad esempio un dato di fatto – dice la Brown – che molte donne, dovendo scegliere fra una intimità fatta di coccole e un rapporto sessuale da record ma fine a se stesso, sceglierebbero la prima opzione. I loro compagni maschi sarebbero probabilmente più portati a scegliere la seconda… ma, se costretti a vivere castamente, potrebbero persino stupirsi nello scoprire i benefici di questa scelta. Comincerebbero probabilmente a “lasciarsi andare” senza il timore di dover stupire la partner con questa o quella performance; capirebbero che “virilità” e “machismo sotto le lenzuola” non sono necessariamente sinonimi, e che si può essere un vero uomo anche senza essere Rocco Siffredi.

Il libro della Brown si concludeva con un consiglio provocatorio: trattate la castità alla stregua di una vacanza.
Una vacanza non dura in eterno, a meno che non sia tu a volerlo. E, del resto, durante le vacanze, ci si sente più rilassati, più lontani dagli assilli della vita quotidiana, più aperti a fare nuove esperienze diverse rispetto al tran-tran di ogni giorno. Durante una vacanza, ci si sente più liberi di essere se stessi, meno pressati dalle aspettative che le persone (e la società in generale) hanno su di noi.

Ecco: considerate la castità alla stregua di una vacanza, dice la Brown. Provateci per un po’, da soli o addirittura in coppia: prendete una vacanza, lanciatevi in questa nuova esperienza, e provate a vedere se fa per voi.
Se non fa per voi, fate sempre in tempo a tornare indietro. Ma se, invece, doveste scoprire inaspettatamente che questa “vacanza” vi ha cambiato la vita?
La vita di coppia?

Gabrielle Brown era una strana tipa, per carità. Sperando che la signora non debba mai leggere questo mio commento, io la definirei una specie di fricchettona new-age con la singolare fissa della castità. Molti potrebbero trovare opinabili molte delle sue opinioni (di cui, volendo, potete leggere un riassunto qui).
Però, sta di fatto che, all’epoca, il suo libro fece sensazione e fornì una nuova legittimazione (assolutamente aconfessionale) a quel vecchio concetto di “castità”, che, fino a quel momento, sembrava essere riservato solo a pochi parrocchiani repressi.

E invece, con le tesi di Gabrielle Brown, la castità diventava appannaggio di tutti. Si presentava ormai come una scelta matura, densa, piena di significato, e totalmente libera. Un mezzo per arricchire la propria vita, più che una rinuncia fine a se stessa (o fine al compiacimento di una divinità bigotta e crudele).
“Prendetela come una vacanza: lanciatevi in quest’avventura apparentemente folle, e poi vedete se vi piace”, proponeva, “laicamente”, la signora Brown. E, per quanto l’idea possa stupirci, la sua tesi fece realmente scalpore: ci sono fior fiore di sondaggi che dimostrano come molti Americani abbiano effettivamente deciso di dare ascolto (in tutto o in parte) a questa proposta di vita.

Provare la castità con lo stesso entusiasmo in cui si sperimentano nuove cose, durante una vacanza.  È una tesi molto semplicistica (soprattutto per chi, come noi, è abituato a parlare di castità prematrimoniale usando ben altre affermazioni), ma.. oh: perché non provare?
In fin dei conti, l’estate si avvicina: quale momento migliore per prendere in considerazione… questa vacanza?

8 pensieri su “La castità? Una vacanza!

    • LOL!
      Chissà se era un refuso o proprio un lapsus freudiano (visto che il se stesso era effettivamente il sesso)… però ci stava bene :-D

      Grazie mille: (dopo secoli, ma) ho corretto!

    • Pardon, rispondo solo adesso ma mi ero proprio “persa” il commento: a mia discolpa, era stato pubblicato proprio nel preciso giorno esatto della mia operazione ;-)

      Dunque, io non ho (ancora?) letto il libro, ma in reatà tutte le recensioni che ho visto in giro concordano col dire che era anche un libro un po’ strano, un po’ fricchettone, un po’ hippy-new-age, stile “rivoluzione sessuale al contrario”. In base a quello che ho letto, mi sembra che la Brown avesse un approccio alla castità un po’ discutibile, quantomeno; sicuramente, diverso dal “nostro” (di noi cristiani).
      Un riassunto abbastanza dettagliato del libro si trova qua, volendo: http://davidpratt.info/brown.htm.

      In compenso… il libro non è più disponibile in libreria, a quanto pare, però si trova (in traduzione italiana) in parecche biblioteche in tutta la penisola (…e, per chi non avesse una di queste biblioteche a portata di mano, ricordo sempre che esiste anche il prestito interbibliotecario):

      Risultati ricerca SBN

      Come dicevo, il libro è anche stato tradotto in Italiano nel 1981 e, volendo, si trova anche usato su MareMagnum, a 9 euro.

      :-)

  1. Poi c’è il caso dei Giapponesi, che statisticamente non si accontentano di fare pochi figli, proprio vivono senza sesso e in solitudine, in percentuali spaventose. Da approfondire, perchè è proprio la testimonianza di un fallimento dell’edonismo, ma anche di una stanchezza di vivere, di una società che declina verso l’oblio.

    • Non conosco il caso dei Giapponesi, ma in effetti io sorrido sempre molto nel vedere la crescente attività, all’estero ma pure in Italia, dei gruppi AVEN (Asexual Visibility and Education Network)… cioè, in pratica, gli a-sessuali, quelli che non provano desiderio sessuale.
      Non necessariamente vivono in solutudine; a quanto pare, ci sono anche asessuali sposati (o comunque impegnati in una relazione sentimentale)… solo che non fanno sesso, e non provano desiderio sessuale.
      Curioso, eh.
      Secondo me adesso c’è la mania di dare etichette a tutto, quindi basta avere una libido magari più bassa rispetto alla media per trovarsi a pensare “uh, ma io cosa sono?”.
      Però… curioso, eh. In rete si trovano foto di cortei di asessuali, con tanto di bandiere, manifesti, slogan, tipo gay pride… e soprattutto in quest’epoca ipersessualizzata, fa strano per davvero!

  2. …toh!
    Riporto su questo post, un po’ perché mi rendo conto che mi ero dimeticata di rispondere ai commenti (sfido, erano tutti a cavallo della mia operazione!), e un po’ perché oggi, nella maniera più casuale possibile, mi sono trovata nella home page di Twitter un link a questo post:

    http://blog.longreads.com/2015/08/11/why-do-we-judge-virgins/

    che intervista una studiosa americana, autrice di un libro, di recentissima pubblicazione, che parla del mondo in cui il sesso è vissuto nella nostra società contemporanea. Non mi sembra che il saggio sia esattamente sulla stessa linea di The new celibacy della Brown, ma sembra comunque interessantissimo. Già solo il titolo, The Sex Myth, promette benissimo… :-D

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