[Pillole di Storia] Le scuole reggimentali

Mentre nove milioni di studenti – come assicurano i giornali – si apprestano in questi giorni a tornare a scuola, vorrei confortare questi musi lunghi con la sempreverde considerazione “poteva sempre andarvi peggio”.
Se avete l’impressione di dovervi comportare, a scuola, come tanti piccoli soldatini sull’attenti; se vi sembra che il vostro professore sia severo come un caporale; se vi pare che mamma e papà tendano a pensare che l’aoristo greco e i coseni direttori algebrici vi saranno assolutamente indispensabili per ottenere una vita personale appagante… beh, consolatevi: quantomeno, queste sono solo vostre impressioni.
Con ogni probabilità, per i vostri trisavoli, le vostre impressioni erano invece dura realtà.

Non so se i lettori che passano di qui abbiano dimestichezza col concetto di “scuole reggimentali”. Pare che sia ‘na roba abbastanza nota, ma io personalmente non le conoscevo fino a poche settimane fa: le scuole reggimentali sono quelle scuole che, fra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, hanno garantito una alfabetizzazione di massa a tutti i giovanotti che entravano in caserma per il servizio di leva.
E dici poco: calcolando che, all’epoca, il servizio di leva era nazionale e obbligatorio; e calcolando che, all’epoca, moltissime reclute non avevano ricevuto un’adeguata formazione elementare (…o magari l’avevano anche ricevuta, ma avevano fatto in tempo a ricadere nell’analfabetismo di ritorno), un progetto come quello delle scuole reggimentali garantiva davvero un intervento educativo di ampio respiro.

Che dite? Curiosi di saperne qualcosa di più?

***

I primi ad avere quest’idea, nel Piemonte preunitario, furono, nella prima metà dell’Ottocento, quei furbacchioni dei Savoia. Nel 1840 (dopo alcuni anni di sperimentazione in singole caserme) nascevano ufficialmente le “scuole di scrittura e di aritmetica”, istitiute in ogni reggimento militare e presso l’arsenale marittimo. Passate indenni attraverso il processo di unificazione nazionale, a mano mano che i vari Stati preunitari venivano annessi al Regno di Sardegna le scuole reggimentali estendevano sempre più la loro area di azione.
Poste sotto la giurisdizione del Ministero della Guerra (e quindi, totalmente al di fuori del controllo del Ministero dell’Istruzione Pubblica), si proponevano un compito molto chiaro: prendere tutte le reclute analfabete, e “costringerle” a imparare a leggere, scrivere, e far di conto.

E con “costringere”, intendo proprio “costringere”: le lezioni erano obbligatorie per tutti coloro che non fossero stati in grado di dimostrare di non averne bisogno; i corsi erano tenuti da caporali (quindi, diretti superiori dei giovanotti che facevano la naja), e il congedo dal servizio militare era addirittura subordinato al superamento di un esame finale (!).
Proprio così! Nel caso, non infrequente, in cui una classe di leva avesse ottenuto il permesso di terminare anticipatamente il suo servizio militare, i giovani che attendevano il congedo erano tenuti a superare un vero e proprio “esame per congedanti”, che avrebbe testato le loro capacità di scrivere e di far di conto. Chi non fosse riuscito a superare l’esame, sarebbe stato costretto a rimanere ancora in caserma, avete capito bene!: il periodo di ferma si prolungava, fintantoché il candidato non riusciva a dimostrare di aver acquisito quelle competenze base che l’esercito riteneva indispensabili.
E non è tutto: nell’ambito delle scuole reggimentali, gli studenti più meritevoli erano premiati con piccole somme di denaro, menzioni speciali… e persino promozioni. Cosicché… certo non bastava avere 10 in Italiano per riuscire a far carriera nell’esercito; ma diventava drammaticamente difficile far carriera nell’esercito se eri proprio una capra in Italiano (!).

Nelle varie caserme, le scuole erano organizzate su quattro classi, studiate in modo da far sì che l’intero percorso scolastico corrispondesse suppergiù col periodo di ferma previsto per il soldato-medio. Ogni reggimento si faceva carico di mettere gratuitamente a disposizione degli studenti carta e penna, libri di testo, aule attrezzate… e, in alcuni casi, persino una piccola biblioteca su cui esercitarsi. Ogni insegnante aveva la facoltà di adottare il metodo didattico ritenuto più adeguato, anche se la maggior parte delle lezioni si risolvevano in esercizi di compitazione e di sillabazione, propedeutici all’apprendimento della lettura. Quasi nessuna scuola prevedeva ore di “conversazione in lingua italiana”… concetto che, a noi, adesso fa molto ridere, ma che in realtà sarebbe stato bene non trascurare affatto, all’epoca: okay che gli studenti imparavano a leggere a scrivere, ma uscivano dalla scuola con scarsissima dimestichezza della lingua italiana parlata (in un’epoca in cui, ovviamente, quasi tutti usavano il dialetto).

Per contro, tutti gli studenti imparavano a leggere, esercitandosi su appositi testi che – ça va sans dire – univano l’utile al ditelevole (anzi: forse sarebbe più corretto dire, univano l’utile all’utile) fornendo allo studente alcune nozioni da tenere a mente nell’età adulta.
Se, nelle scuole elementari di campagna, i bambini di metà Ottocento imparavano a leggere esercitandosi su preghiere alla Madonna e storielle edificanti, i giovanotti delle scuole reggimentali adottavano, comprensibilmente, un programma un po’ diverso. E infatti, i loro libri di lettura erano una specie di mix tra il galateo, il compendio di storia patria, e il manuale di educazione sanitaria.
Dopo aver scoperto le tappe più importanti della storia italiana e della storia militare, il giovane soldato si addentrava in un corpus di regole di etichetta che gli avrebbero insegnato ad essere un uomo di mondo: le reclute erano invitate alla temperanza nel mangiare, alla compostessa nell’incedere, alla cortesia nel salutare, all’ordine, e alla puntualità. Non mancavano alcune sezioni dedicate all’igiene personale, all’educazione sanitaria e alla condotta sessuale; infine, abbondavano le regole strettamente correlate alla vita militare: il buon soldato deve rispettare la disciplina, mostrare spirito di sacrificio, soccorrere i più deboli, e prestare generosamente il proprio aiuto nel caso di disgrazie o di calamità naturali.

Sbocchi professionali al termine di questa scuola?
Innanzi tutto, il ritorno al tuo lavoro di prima, nel senso che, superato l’esame finale, finalmente l’esercito ti congedava e potevi tornare alla tua vita di sempre. Ma gli studenti migliori, che avessero voluto proseguire gli studi, potevano chiedere di rimanere nell’esercito ed essere impiegati come “aiuto-maestro” nella scuola appena frequentata. Oppure, se proprio miravano in alto, potevano iscriversi nella scuola reggimentale di contabilità – quella sì, in grado di aprire sbocchi professionali di tutto rispetto.

Gli studiosi non hanno ancora trovato un accordo circa la reale efficacia di queste scuole (che, fra alti e bassi, hanno operato per molti decenni – e, anzi, mi sembra di capire che, sulla carta, esistano tutt’ora, nell’improbabile caso in cui l’Esercito Italiano si trovi ad arruolare, oggi, masse di giovani analfabeti).
A fronte dei proclami magniloquenti del governo italiano circa i mirabilanti successi delle scuole reggimentali, altre testimonianze coeve ci inducono a sospettare che la qualità didattica di questa iniziativa non fosse poi un granché. Che gli studenti, finché erano sui banchi di scuola, imparassero effettivamente a compitare e a far di conto, sembra una cosa abbastanza assodata; sembra altrettanto pacifico, però, il fatto che molti di loro, appena lasciata la scuola, sprofondassero in un alfabetismo di ritorno – forse, a causa delle circostanze esterne; forse, a causa di un insegnamento che non era stato dei miglori.
Tuttavia, è pur vero che certe statistiche suggeriscono il contrario: da un sondaggio del 1901, apprendiamo ad esempio che il tasso di analfabetismo della popolazione italiana era del 48%; scendeva, però, al 18%, se la fetta di popolazione presa in esame si restringeva a quella dei militari in congedo. 18% non equivale a 0, ma comunque è abbastanca poco.

In ogni caso, questo è un dato di fatto: nel periodo di loro massimo splendore, le scuole reggimentali hanno garantito un’alfabetizzazione di base a circa ventimila giovani per ogni classe di leva – ogni anno, ventimila giovani che erano arrivati alle soglie dell’età adulta in condizioni di completo analfabetismo, e, grazie a questa iniziativa, acquisivano, in extremis, la possibilità di riscattarsi.

E, come si suol dire, “scusatemi se è poco”.

8 pensieri su “[Pillole di Storia] Le scuole reggimentali

    • …ma sai che in teoria queste scuole esistono ancora, come accennavo nell’articolo? :-O
      L’ho scoperto per puro caso mentre cercavo “scuole reggimentali” su Google, per vedere se per caso saltavano fuori altre informazioni in più rispetto a quelle che avevo io. Con mio grande stupore, mi si è aperto il Codice di Diritto Amministrativo Militare, che citava il D. Lgs. 16 aprile 1994, n. 297:

      I militari in servizio non provvisti di attestato di adempimento dell’obbligo scolastico, o per i quali sia accertato che non conservino l’istruzione ricevuta nelle scuole elementari, sono obbligati a frequentare la scuola elementare reggimentale. […] Il corso elementare delle predette scuole è diviso in due periodi della durata di cinque mesi ciascuno. Alla fine di ciascun periodo hanno luogo in ciascuna scuola gli esami di proscioglimento dall’istruzione elementare dei militari che hanno compiuto il corso elementare“.

      A me fa morir dal ridere la sola idea che si arruoli, oggi, nell’esercito italiano, un militare che non ha frequentato le scuole elementari, ma tant’è…
      Anche se adesso che leggo bene il testo parla di militari che non hanno compiuto l’obbligo scolastico… in effetti quello potrebbe anche essere. Chissà se ce ne sono ancora di scuole attive, in questo senso?

      • Può essere, ma è molto difficile… visto che se non mandi i bimbi a scuola oggi come oggi t’arrivano i carabinieri a casa! :D

      • …per amor di cronaca, non è vero che se non mandi i bimbi a scuola ti arrivano a casa i carabinieri.
        Basta che i genitori, alla chiusura delle iscrizioni (per l’anno scolastico successivo) firmino una dichiarazione in cui attestano di non volersi avvalere dell’insegnamento pubblico (= in scuola statale o parificata) e di voler preparare privatamente i loro figli. Alla fine dell’anno scolastico, lo studente deve superare un esame tenuto (ovviamente) da una commissione esterna, e, se lo supera, è ammesso alla frequenza della classe successiva (in una qualsiasi scuola statale o paritaria, o di nuovo in separata sede, se i genitori fanno questa scelta).

        Non che io incoraggi questa scelta (non la incoraggio affatto!!), ma è così.

        Lo so bene, perché, quand’ero piccola, ho frequentato le elementari in una piccola scuola elementare di suore, che, all’epoca (caso più unico che raro) non aveva ancora fatto domanda per ottenere la parificazione con la scuola statale. Non era né paritaria, né parificata, né pareggiata (per chi ha dimestichezza con la terminologia): era uno dei rarissimi casi di “scuola privata” che era davvero… privata.
        Noi frequentavamo regolarmente le lezioni, avevamo le nostre maestre, le nostre pagelle, le nostre aule, eccetera… ma, tecnicamente, agli occhi dello Stato, la nostra non era una scuola legalmente riconosciuta. Quindi, ogni anno i genitori dovevano scrivere alla direzione didattica di competenza per avvisare del fatto che ci avrebbero preparati privatamente, e noi, alla fine di ogni anno, sostevamo un esame di idoneità come studenti privatisti.
        Agli occhi dello Stato eravamo come dei bambini che hanno studiato a casa con l’home-schooling, o come dei rampolli che hanno il precettore privato, chessò :-P
        Quando io facevo quinta elementare la mia scuola elementare ha finalmente chiesto e ottenuto la parificazione, e ricordo che tutti quanti gli altri bambini esultavano perché finalmente quell’anno non bisognava più fare l’esame… sennonché io ero appunto in quinta, e quindi l’esame mi è toccato lo stesso, sgrunt :-P
        La normativa dev’essere rimasta immutata: pochi mesi fa mi ero imbattuta, saltando di link in link, nel blog di una mamma italiana che aveva deciso di tenere a casa la figlia di sei anni facendole home-schooling almeno per il primo anno, e l’iter che aveva seguito era assolutamente identico.

        NON è una scelta che io farei e NON è una scelta che io intenda pubblicizzare, ma tant’è.
        (I miei genitori mi avevano mandata in quella specifica scuola elementare perché era vicino a casa e perché avevo già frequentato l’asilo nella stessa struttura, ma non è che loro avessero strane velleità di mandarmi in una scuola “alternativa”. Poi ho frequentato la scuola media statale e poi ho passato i cinque anni più formativi della mia vita scolastica e cristiana in un ottimo liceo paritario cattolico – quella, sì, una scelta che rifarei e consiglierei, anche se ovviamente impone tante rinunce)

      • …detto ciò, riguardo all’ipotetico soldato che non ha completato l’obbligo scolastico: beh, tecnicamente l’obbligo scolastico costringe a frequentare una scuola fino al compimento del sedicesimo anno di età, se non ricordo male.
        Ma se tu a sedici anni sei ancora “bloccato” in seconda media, e poi allo scoccare della mezzanotte del tuo compleanno smetti di frequentare, tecnicamente hai completato il tuo obbligo scolastico, ma senza essere in possesso della licenza media.
        Penso che nessuno possa dirti niente, a quel punto – però intanto tu sei ignorante come una capra, e senza titoli di studio.

        Mi sembra abbastanza remota, l’ipotesi che un “caso limite” di queste proporzioni poi scopra d’ardere per l’amor di patria e decida di arruolarsi nell’esercito; però, in teoria…
        Cioè, non stiamo parlando solo di gente che non sa né leggere né scrivere, a quanto pare :-P

      • Certo! :D Quello che volevo intendere è che non permettono a nessun genitore di non far assolvere l’obbligo scolastico al proprio figlio, in qualunque modo esso intenda farlo! :D Nemmeno io sono d’accordo nel non permettere ai bambini di frequentare la scuola, ma al tempo stesso mi spaventano un po’ le scelte scolastiche degli ultimi tempi e ho sempre paura che l’educazione che io desidero impartire a mio figlio venga spazzata via da quella degli altri. :D Detto questo, non credo comunque che adotterei l’home-schooling. :D Non ho ancora figli, quindi è un argomento su cui rifletto ma che non richiede una soluzione imminente. Questa cosa dei 16 anni la sapevo, ma effettivamente non avevo pensato ai bocciati. E considerando che qui al Sud l’abbandono scolastico non è proprio poca cosa… (nemmeno un’emergenza, ma ci sono situazioni migliori!)…

      • Eh, la faccenda dell’abbandono scolastico mi è venuta in mente perché in seconda media ho avuto un compagno di classe che aveva già quindici anni compiuti, e andava per i sedici. Oltretutto, essendo grande e grosso e già abbastanza sviluppato (e amando atteggiarsi da “uomo vissuto” che fa cose, vede gente…) ci metteva anche un po’ di soggezione, era veramente molto più grande noi. A parte il fatto che non aveva voglia di studiare e che si dava un po’ di arie per la sua età, era anche un bravo ragazzo, poverino, non un bullo che se ne approfittava, ma tant’è: è questo il mio primo ricordo di lui.
        Il secondo ricordo di lui è che non veniva MAI a scuola, e, per quanto alcune volte fosse anche stato portato in classe di forza (presumo, dopo un intervento dei servizi sociali o di chi per essi), magari veniva a scuola un paio di giorni e poi tornava ad assentarsi. Del resto, ok l’obbligo scolastico, ma non credo che materialmente carabinieri e servizi sociali abbiano modo di accertarsi davvero che il ragazzo vada a scuola ogni giorno, salvo ovviamente prendere provvedimenti estremi.
        Ovviamente, non presentandosi mai a scuola, il ragazzo veniva sistematicamente bocciato, e ovviamente è stato bocciato anche quell’anno, ritrovandosi a dover ripetere la seconda media. A quel punto, essendo ormai prossimo al compimento dei sedici anni di età, penso proprio che non si sia nemmeno preso la briga di concluderla…
        Ecco, in effetti potrebbe essere il tipico caso in cui potrebbe ancora avere un senso una scuola reggimentale, casomai il ragazzo decidesse di arruolarsi…

        Quanto ai dilemmi educativi a cui accenni (e concordando che non si risolvono con l’home-schooling, secondo me), io ero giunta a una conclusione già in tempi non sospetti (cioè, quand’ero adolescente, anni fa). Come dicevo, io ho studiato per dieci anni in scuole cattoliche, e sono dell’idea che mi piacerebbe moltissimo far ripetere quest’esperienza ai miei eventuali figli – se non per l’intero percorso scolastico, almeno per un po’.
        Ma non ne faccio nemmeno tanto una questione ideologica: parlo proprio di didattica, di garanzie che la scuola offre alle famiglie, e del fatto che – ovviamente – la scuola statale non è un corso di catechismo (e ci mancherebbe altro!), mentre invece la scuola cattolica è un prezioso aiuto per la formazione religiosa dei ragazzi.
        Quindi, sì, io farei questa scelta (sperando tanto di potermela permettere quando sarà il momento, perché ovviamente non è a costo zero…)

    • Sono assolutamente d’accordo con te Lucia… in tutto e per tutto! :D A volte però sento racconti di tante persone che sono state mandate dai genitori in scuole cattoliche che dicono di aver avuto come insegnanti suore cattivissime e per tutta risposta hanno iniziato ad odiare la scuola, la Chiesa, la religione, i religiosi, Dio, ecc… devo ammettere che questa cosa mi spaventa… perché non vorrei mai succedesse ai miei figli!

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