Il frumento di Dio

San Policarpo di Smirne, martire in Turchia nel 155, è uno di quei numerosi testimoni della fede che sono morti portando avanti la linea del famolo strano. Condannato a bruciare sul rogo, modello “strega di Salem”, il teologo greco si ritrovò avvolto da un muro di fiamme che bruciava tutt’intorno a lui, circondando il suo corpo senza però toccarlo, tant’è vero che – come recitano gli acta del suo martirio – il povero vescovo se ne stava in mezzo alle fiamme, “non già come carne che brucia, ma come pane che viene cotto”.

Ellamiseria che orrore, ragazzi.
Fra i tanti modi in cui non vorrei morire, l’essere circondata da un muro di fiamme “come pane che viene cotto” si guadagna per direttissima un posto nella mia top ten dell’orrore. Non so come la vediate voi, ma stazionare per ore in mezzo a un rogo “come pane che viene cotto” mi sa di una tortura orrendamente lenta e asfissiante.
A leggere di un misero che va incontro a una roba simile, mi verrebbe da pensare a qualche dio pagano particolarmente incarognito, che vuole far soffrire l’infedele fino all’ultimo istante. Altro che miracolo benevolo della Provvidenza: a me, l’immagine di un poveraccio circondato dalle fiamme per ore, asfissiato dal calore con la stessa lentezza con cui una pagnotta lievita nel forno, mi fa venire una pelle d’oca che non so manco descrivere a parole.
Ma un senso di claustrofobia…!

Ma allora, per quale ragione al mondo l’onnipotente Domineddio avrebbe dovuto comportarsi con Policarpo in maniera così discutibile?
“Invece di farti fare la fine di una braciola di faccio fare la fine di una pagnotta”: ma che diamine di miracolo è? Ma che diamine mi significa?

Il significato di questo segno, in effetti, si capisce solo se si leggono per intero tutti gli acta del martirio. Infatti, poco prima di essere condannato a morte, era stato Policarpo stesso, in un certo senso, a paragonarsi a una pagnotta – e non a una pagnotta qualsiasi: al pane consacrato.

Poco prima di andare incontro al martirio, il vescovo greco aveva infatti pronunciato una preghiera dal sapore nettamente liturgico, che ricorda per molti versi la preghiera eucaristica. È come se Policarpo, salendo verso il patibolo, sentisse di star salendo per l’ultima volta verso l’altare, celebrando per un’ultima volta il mistero dell’eucarestia: non con il pane, ma con il suo stesso corpo. “Dio degli angeli e delle podestà”, recitava il teologo poco prima del martirio: “Dio di tutti gli esseri creati e di tutta la schiera dei giusti che vivono al tuo cospetto, io ti benedico perché mi hai stimato degno di questo giorno e di quest’ora, e degno anche di aver parte, nel numero dei martiri, al calice del tuo Cristo, in resurrezione di vita eterna dell’anima e del corpo, nell’incorruttibilità dello Spirito Santo. Fa’ che tra i martiri io possa essere accolto oggi al tuo cospetto, in sacrificio pingue e gradito”.

La preghiera eucaristica che siamo abituati ad ascoltare oggi utilizza, per forza di cose, un formulario diverso; però, a ben pensare, più o meno sempre lì stiamo. Dagli e dagli, il concetto è quello.
Ed è come se, negli acta del suo martirio, Policarpo si preparasse a consacrare non il pane e il vino, ma bensì il suo stesso corpo e la sua stessa vita, “in sacrificio pingue e gradito”… per il bene nostro e di tutta la santa Chiesa.

E allora sì che assume un senso, venire a sapere che, salendo sulla pira, Policarpo era circondato dalle fiamme “non come la carne che brucia, ma come il pane che viene cotto”: la sua preghiera era stata ascoltata; il suo corpo, offerto in sacrificio, era diventato – ovviamente in senso lato – quasi un’ostia consacrata.

***

Non è Policarpo l’unico a portare avanti questa analogia tra e sacrificio eucaristico e martirio. Sant’Ignazio di Antiochia, qualche tempo prima, era stato forse ancor più esplicito: “scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite”. Supplicando i fedeli di Roma di non agire per ostacolare a tutti costi il suo martirio, qualora lui fosse stato chiamato a versare il sangue, Ignazio chiedeva: “lasciate  che io  sia  pasto  delle  belve: […] sono frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. […] Non mi interessano più il cibo corruttibile o i piaceri di questa vita: io voglio  il  pane  di  Dio,  che  è  la carne di Gesù Cristo della stirpe di David; come bevanda voglio il suo sangue, che è l’amore incorruttibile”.
La comunanza tra martirio ed eucarestia è qui ancora più evidente: il martire è “frumento di Dio”, che, macinato dai denti delle fiere, potrà diventare “pane di Cristo”; al tempo stesso, il martire trae la sua forza dal “pane di Dio”, cioè la carne e il sangue che Gesù ha sacrificato per noi.

Si potrebbe dire, sotto un certo punto di vista, che il martirio è di per sé un gesto “eucaristico”.
Ahò: non sono io che dico eresie – lo dice la Congregazione per le Cause dei Santi. Da testi simili a questi, emerge una visione teologica per cui tutto ciò che ci viene donato (in maniera un po’… “misteriosa”) durante il sacrificio eucaristico, diventa, in un certo senso, realtà viva e tangibile durante il sacrificio del martire che va incotntro alla morte. È come se, nelle gesta del martire, noi potessimo rivivere “proprio oggi, dal vivo”, il mistero del sacrificio divino… solo, visto in modo speculare.
Se Cristo muore per donarci la vita, il martire – sostenuto dalla grazia divina – muore accettando di donare la vita a Cristo. E questo sublime sacrificio fa sì che il martirio diventi spazio privilegiato in cui la potenza di Cristo può manifestarsi: sanguis martyrum, semen christianorum.

Citando la Congregazione per le Cause dei Santi,

esiste un intimo legame tra martirio e Chiesa. I martiri, infatti, esprimono in modo particolare la presenza di Cristo in essa, sono un’immagine privilegiata del Redentore, annunciano la salvezza eterna e trasmettono alla Chiesa un particolare dinamismo di carità.
Il legame che si crea tra Gesù Cristo e la persona del testimone non è affatto sospeso nel vuoto. Esso nasce e si inserisce in un ambiente concreto, nella comunità della Chiesa, dapprima locale, con tutta la sua storia e la sua specificità, poi nella Chiesa universale. […] Il gesto individuale del singolo fedele diventa un atto che appartiene all’intera comunità da cui quel fedele proviene e con cui egli s’identifica. Per questo si può parlare di un influsso particolare, reciproco, di un eccezionale scambio di doni tra la Chiesa locale, luogo di educazione e formazione della personalità del martire, e […] lo stesso martire, che, partecipando della vita nuova e della gloria eterna, contribuisce al rafforzamento della società da cui proveniva e la incoraggia a continuare a testimoniare arditamente la fede.

Forse, a (riuscire a) leggerla sotto questo punto di vista, dovremmo (dovremmo) persino essere felici, in quanto cristiani, di star vivendo questi momenti. Qualcuno potrebbe anche dire che dovremmo esserne grati, perché questi sono momenti di singolare e particolare grazia.

3 pensieri su “Il frumento di Dio

  1. Un articolo bellissimo, tanti spunti di riflessione… e come dice il mio confessore “preferito” è ben peggiore il martirio ideologico di quello “fisico”… perché chi lo subisce soffre di una sofferenza atrocemente lenta.
    Per grazia di Dio, noi cattolici abbiamo la forza necessaria per sopportare tutto.

    • Beh, oh cielo. Sul fatto che il martirio ideologico sia ben peggiore (nientemeno!) di quello fisico, non so se sono molto d’accordo.
      Mi verrebbe da paragonarlo al mobbing sul lavoro: nessuno nega che il mobbing sia un fenomeno grave e pesante e sgradevolissimo, ma, ecco, se invece di mobbizzarti il tuo datore te mena proprio, diciamo che secondo me è peggio :-P

      Però in effetti è anche questione di inclinazione personale, e, penso, anche del modo in cui si concretizza questo martirio ideologico.
      Se dovessi pensare a me, io, ad esempio, credo che al martirio fisico preferirei un martirio “intellettuale” se si tratta di un martirio fatto di insulti, isolamento, presa di distanza, etc: credo che riuscirei a sopportarlo abbastanza “bene”. Però ad esempio se il martirio ideologico cominciasse a comprendere gentilezze tipo diffamazione, menzogne sul mio conto, etc… in quel caso sì, mi peserebbe già molto di più. Dipende, in effetti!

      • Penso lui intendesse più che altro un martirio che comporta l’aborrire tutto ciò che è cattolico: Chiesa, no all’aborto, no alle unioni civili, no all’eutanasia e il cercare di portare conflitti e confusione tra i cattolici stessi. D’altronde se uno è convinto di essere cattolico ma in realtà crede in tutto meno che in tutto quel che il cattolicesimo comporta (come avviene oggi) il cattolicesimo muore. A meno che non arrivi Qualcuno a salvarlo. E quel Qualcuno noi ce l’abbiamo, Deo Gratias!
        :D

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