La leggenda di Felik

Mentre gettavano nel camino l’ultimo ciocco di legna, ormai troppo deboli per sperare e troppo infreddoliti per farsi forza, gli abitanti di Felik se lo chiesero: ma chi era, veramente, quel povero viandante a cui avevano rifiutato asilo?
E prima di sprofondare, ad uno ad uno, in un torpore gelido, continuarono a domandarselo: chi era, per davvero?

Forse un santo pellegrino, che, sdegnato per l’accoglienza ricevuta, aveva invocato contro Felik la giusta rabbia di Dio?
Forse un angelo del Signore, come quelli che l’Onnipotente aveva inviato a Sodoma e a Gomorra per saggiare di persona l’egoismo e la malvagità del popolo?
Forse – addirittura – il mitologico Ebreo Errante, maledetto da Gesù e costretto a vagare per il mondo fino alla fine dei tempi, ma ciò nonostante protetto da una sorta di “marchio di Caino”?

Gli abitanti di Felik non ottennero mai la risposta, ma si addormentarono nell’angosciosa domanda: chi o che cosa era, l’uomo che avevano ostinatamente rifiutato?

***

La ricca città di Felik, sorgeva sulla vetta del Monte Rosa, nell’alta valle del torrente Lys. La leggenda assicura che sia realmente esistita; gli storici tentennano, non sapendo bene come esprimersi. Fatto sta che – a dar retta alla leggenda – Felik era una città prospera, e anzi opulenta, arrichitasi grazie ai traffici con le borgate delle valli vicine.
Ma gli abitanti di Felik cominciarono a peccare d’orgoglio.
Le modeste baite di montagna vennero via via trasformate in palazzi riccamente decorati, perché ognuno voleva mostrare di essere un gran signore. Le frugali cene con un po’ di polenta e brodo furono trasformate in grandiosi pranzi con decine di commensali, invitati a tavola con l’unica ragione di far vedere che “io sono ricco, posso permettermi di sprecare cibo”. Le valligiane abbandonarono la loro modestia proverbiale per sfoggiare vestiti sempre più sfacciatamente ricchi – e sempre più sfacciatamente nuovi. Gli uomini cominciarono ad adottare sotterfugi e trabocchetti per arricchirsi sempre di più – anche a scapito degli altri, se era il caso.

In un contesto come questo, ci sarebbe voluto un niente – davvero un niente – per spalancare la porta di casa al viandante intirizzito che chiedeva solamente un tozzo di pane.
E invece, no. Poiché “chi me lo fa fare”, e poi “non me ne viene mica niente”, e “ci manca solo che poi questo prenda l’andazzo e ritorni ancora”, “e comunque chissà che ha fatto, questo qua, per trovarsi in queste condizioni”, gli abitanti di Felik, ad uno ad uno, rifiutarono insistentemente di aiutare il pellegrino, anche solo tirandogli una crosta di pan secco da mangiare da solo oltre l’uscio della porta.
Nessuno diede peso allo sguardo solenne del viandante, quando l’indomani mattina, lasciandosi alle spalle le porte della città, mormorò “Dio Padre Onnipotente vi punirà per i vostri peccati”.
E nessuno diede peso nemmeno a quella pioggerellina gelata e fitta che cominciò a cadere di lì a poco. Del resto, era pieno inverno, sulle Alpi…

Ma la pioggia non cessò. Pian piano si trasformò in una sottile lastra di ghiaccio che ricoprì le strade di tutto il paese, impedendo agli abitanti di lasciare le case senza scivoloni;. E poi, pian piano, la pioggerellina si trasformò in neve, che cominciò a cadere fitta sui tetti, sulle strade, sui campi, sui fienili. E continuava a nevicare, e a nevicare, e a nevicare, e pian piano la neve cominciò a coprire tutto ciò che trovava intorno.

Prima sommerse i pollai e le conigliere, condannando a morte certa gli animali intirizziti. Poi coprì le legnaie vicino alle case, e gelò, e ai cittadini cominciò a scarseggiare il legno per far ardere il camino. Poi crebbe al punto tale da ostruire i valichi e bloccare tutte le vie di comunicazione; poi, lentamente, cominciò ad accumularsi al punto tale da sommergere pian piano tutte le case della città. Una mattina, gli abitanti di Felik aprirono gli scuri per scoprire che la neve era cresciuta al punto tale da coprire completamente le porte e le finestre.

L’ultimo a vedere la città di Felik fu il giovane curato, che cercò rifugio sulla punta del campanile. E quello che vide, una volta affacciatosi dalla torre campanaria, fu sufficiente per fargli venire un conato di vomito: l’intera città era interamente ricoperta da un enorme, mortale manto di neve ghiacciata. Dalla candida distesa bianca spuntavano solamente, qua e là, gli isolati fumaioli di qualche camino, dai quali fuoriusciva un fumo sempre più lieve e più debole.

Fissando inorridito quello spettacolo mortale, il sacerdote recitò a mezza voce un Miserere. Dal cielo, la neve continuava a cadere fitta.

***

Il ghiacciaio del Felik riluce sinistramente sotto i raggi della luna, sul versante sud del Monte Rosa, in territorio valdostano. I montanari che abitano a valle tramandano ancor oggi la leggenda per cui, avvicinandosi al bordo del ghiacciaio, sarebbe possibile sentire in lontananza i lamenti e i richiami delle anime dei dannati, intrappolate eternamente sotto lo strato di neve perenne.

Il ghiacciaio del Felik - click sull'immagine per accedere alla fotografia originale

Il ghiacciaio del Felik – click sull’immagine per accedere alla fotografia originale

Nota della storica: come tutte le leggende, anche questa ha probabilmente un fondo di verità. Con buona pace del riscaldamento globale, è noto a tutti gli storici – e anche a tutti i climatologi – come le temperature medie siano state molto più alte rispetto ad oggi, in un preciso periodo della storia che molti definiscono “optimum climatico medievale”. Era l’epoca in cui il Nord Europa era famoso per i suoi vitigni, e la Groenladia era per davvero quella “terra verde” cui fa eco il suo toponimo. Un brusco calo delle temperature si ha verso l’inizio del Trecento, dando il via a una “piccola era glaciale” che si è conclusa verso la metà dell’800.
Ma prima di questa mini-glaciazione, il clima europeo era, appunto, (decisamente molto) più caldo. È storicamente provato che sorgessero villaggi e cittadine di tutto rispetto in quelle vallate alpine (e non solo alpine) che oggi sono sommerse dai ghiacciai perenni. Leggende simili a quella di Felik sono probabilmente l’eco lontana di questi accadimenti, rimasti impressi nelle popolazioni alpine che, al mutare delle condizioni metereologiche, erano state costrette – fors’anche rapidamente e in maniera psicologicamente traumatica – ad abbandonare le loro case per insediarsi decisamente più a valle.

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