[Pillole di Storia] Il vescovo e il terremoto

Quando, mesi fa, per ragioni di lavoro, m’è capitato di spulciare un bel po’ di documentazione relativa al terremoto della Marsica, certamente non immaginavo che di lì a poco tempo avrei riutilizzato questo materiale per un post di “attualità”.
Quando, sugli ingialliti giornali d’epoca, leggevo testimonianze relative a vescovi affranti che di notte, nel gelo, in mezzo alle rovine, si aggiravano tra le macerie per prestare conforto ai terremotati, certamente non credevo che, di lì a poco, i telegiornali d’oggi mi avrebbero restituito testimonianze di tenore simile.

Mi spiace non aver trovato altre immagini di monsignor Bagnoli, vescovo dei Marsi all’epoca della strage, se non questa fotografia sbiadita, pubblicata su un giornale che se n’è viste di cotte e di crude, in questi ultimi cent’anni.
Però, a ben vedere, forse è vero che questa fotografia ha un suo certo pathos. Arriva a noi direttamente dall’epoca dei fatti; vibra di sentimento più di qualsiasi HD che avrei potuto trovare in rete.

Monsignor Bagnoli

Sarebbe esagerato dire che “dopo la scossa di terremoto, ad Avezzano non rimase in piedi un singolo un singolo edificio”. Sarebbe esagerato, perché un singolo edificio in effetti resistette: era, ironicamente, l’abitazione di un fabbricante di cemento, e se andate ad Avezzano la trovate ancora lì. Vicino al portone è stata apposta una targa commemorativa: “unica casa rimasta in piedi dopo il terremoto del 13 gennaio 1915”.
Per il resto, assoluta distruzione. Nell’arco di pochi secondi, la cittadina abruzzese di Avezzano perse 10.700 dei suoi 13.000 abitanti (!), cifra alla quale andrebbero aggiunti, in un macabro calcolo, tutti i feriti che morirono nei giorni successivi.
Complessivamente, il terremoto della Marsica causò un totale di 30.500 vittime (!), e nel dire questi numeri continuiamo a non tenere conto dei sopravvissuti che però morirono a distanza di tempo, per effetto delle ferite. Bastò un’unica scossa, distruttiva, di magnitudo 11 della scala Mercalli (!), che fu avvertita distintamente dalla Pianura Padana alla Basilicata.

Era il gennaio del 1915. L’Europa era in guerra (l’Italia non ancora, ma già aveva i suoi grattacapi per la testa); Internet, ovviamente, non esisteva ancora, né tantomeno i telefoni cellulari. La totale distruzione di interi paesi (ivi compresi i loro uffici del telefono) provocò un inevitabile ritardo dei soccorsi: al Governo era ben chiaro che qualcosa di terribile doveva essere successo da qualche parte, ma capire come e dove… beh: era tutto un altro discorso. La scossa arrivò poco prima delle otto del mattino; solo nella tarda serata – a dodici ore di distanza dal sisma – il governo riuscì a individuare con precisione quali dovevano esser state le aree più colpite. Farci arrivare i soccorsi, poi, fu ancora un altro problema: raggiungere quei comuni montani della Marsica abruzzese voleva dire avventurarsi su su per stradine ripide e tortuose, che sarebbero state disagevoli già di per sé, anche senza un terremoto disastroso a causare smottamenti e frane.
I primi aiuti arrivarono sul posto dopo quasi ventiquattr’ore dalla scossa: nel frattempo, i (pochi) superstiti erano stati costretti a dormire all’addiaccio, nel gelo di gennaio, senza cibo, senza soccorso medico, e senza alcun tipo di conforto logistico.
Ciliegina sulla torta, quella notte nevicava pure.

Non che il governo non si sia dato da fare! Una volta partita la macchina dei soccorsi, gli ingranaggi funzionarono anche decentemente.
Il problema è che c’erano proprio delle difficoltà logistiche: immaginate voi un terremoto così tanto distruttivo che colpisce tante piccole città di montagna, isolata l’una dall’altro e difficilmente raggiungibili, negli anni ’10 del ‘900 – e oltretutto in pieno inverno.
Non esistevano più ospedali, non esistevano più gli uffici anagrafe, non esistevano più locali in cui conservare beni di prima necessità per proteggerli dalle intemperie… niente: non esisteva più niente. Non esistevano nemmeno più le strade per portare ai superstiti tutto quello che mancava.
Il nulla.

E forse non è nemmeno da lodare più di tanto, quel povero vescovo che, a poche ore dal sisma, già si aggirava a piedi sulle macerie cercando di prestare aiuto ai superstiti.
Voglio dire: è stato in gamba, ok, ma è anche vero che forse era l’unico in grado di far qualcosa.
Che sia stato lui a coordinare i soccorsi, sotto un certo punto di vista, è anche ovvio: era l’unico “pezzo grosso” a conoscere realmente la zona.
Che sia stato lui a mettere in piedi una rete in grado di fornire alle autorità un elenco delle vittime, dei superstiti e dei dispersi, è, sotto un certo punto di vista, altrettanto ovvio: essendo distrutti gli uffici anagrafe, informazioni preziosissime poterono arrivare dai parroci, che conoscevano bene – casa per casa – tutte le famiglie che avevano in cura d’anime.
Che siano stati i sacerdoti marsicani a fornire un sostegno psicologico d’emergenza alle famiglie distrutte dal trauma, è, sotto certi punti di vista, altrettanto ovvio e naturale. E, in tal senso, il vescovo fece davvero cose grandi: ai nostri giorni potrebbe sembrare piuttosto strano, un vescovo che, in mezzo a quell’ecatombe, si affanna per mettersi in contatto con la Santa Sede e chiedere (tra le altre cose) la spedizione di rosari per i superstiti, breviari per i sacerdoti, e abiti talari nuovi per renderli immediatamente riconoscibili tra la folla.
Strano, sciocco, superfluo forse… O forse no.

Eppure: sapete quale fu uno dei più grandi meriti del vescovo Bagnoli, nel gestire il post-terremoto?
La lotta per evitare delle New Town in stile aquilano.

I giornali dell’epoca la raccontano così, e io così ve la riporto fedelmente. A distanza di qualche settimana dal terremoto, quando i superstiti erano già stati fatti oggetto di attenzioni e cure mediche, monsignor Bagnoli si recò un giorno a Roma per visitare i feriti che erano stati ricoverati nei vari ospedali della città. Con l’occasione, ne approfittò per amministrare la Cresima a un gruppetto di orfani che, nei mesi precedenti al sisma, si stavano preparando per il sacramento.
Ci fu la Messa, che si svolse con molta solennità e commozione popolare; e, dopo la Messa, furono presentate a monsignor Bagnoli un gruppetto di ragazzine smunte e intimidite, che avevano animato la celebrazione cantando in un coro di voci bianche. Al vescovo marsicano fu spiegato – quasi con un certo orgoglio, come se fosse una bella cosa! – che quelle ragazzine erano le orfane del terremoto di Messina. Persi i genitori nel 1908, erano state trasferite a Roma e lì dimoravano ancora, sotto le cure di generosi benefattori.

Lode ai benefattori che avevano tolto quelle bambine dalla strada, per carità. Fra l’altro, uno dei più agghiaccianti aspetti del terremoto della Marsica – roba che, la prima volta che l’ho letta, ho faticato a crederci – era stata una vera e propria tratta delle schiave che aveva coinvolto alcune ragazzine, piccolissime!, rimaste orfane dopo il terremoto. Loschi figuri arrivati poco tempo dopo il sisma promettevano alle ragazze un buon posto da cameriera in case signorili del Meridione, con possibilità di carriera… ma dietro alle apparenze, si celava ben altro. Anche in questo caso, i giornali d’epoca attribuiscono al nostro vescovo il merito di aver denunciato la scandalosa situazione, ottenendo dalle autorità un divieto a che si allontanassero dalle zone del sisma  tutte le ragazze dai 12 ai 16 anni (salvo, ovviamente, valide ragioni).

Insomma: lode ai benefattori che nella Messina del 1908 avevano raccolto dalla strada queste bambine e le avevano portate al sicuro a Roma… però, alla vista di queste povere ragazze, che a distanza di otto anni ancora vivevano accampate in una qualche opera pia romana, il vescovo dei Marsi si sentì stringere lo stomaco.
Non voleva e non poteva permettere che ai suoi fedeli capitasse la stessa cosa: non poteva cioè accettare che le popolazioni marsicane, già lacerate dal lutto, dallo shock e dalla distruzione, dovessero provare l’ulteriore strazio di doversi allontanare a forza dalle loro terre, per più non ritornare.

Riecheggiando uno slogan che l’aveva fatto da padrone durante il terremoto del 1908 (“la Calabria ai Calabresi!”), monsignor Bagnoli si fece promotore di una corrente che gridava a gran voce “la Marsica ai Marsi!”.
I giornali d’epoca ne fecero una vera e propria campagna di opinione: perché mai questi poveretti dovrebbero essere costretti ad andarsene (come suggerivano esplicitamente le autorità) se invece hanno desiderio di restare? E inoltre: che ne sarà di questi paesi, se mandiamo via le uniche persone che avrebbero interesse a rimettere in piedi ‘sto macello? Facciamo morire la Marsica intera?
Last but not least: come possiamo sperare che i soccorsi riescano nella loro opera di rimuovere le macerie e di dare degna sepoltura ai morti, se mandiamo via le uniche persone che, conoscendo queste delicate zone di montagna, sono in grado di dare aiuto a soldati volenterosi, ma provenienti da tutt’altre zone? Come argomentava Il Popolo Marso nel numero 4 dell’anno 1915, tra i sopravvissuti si contavano, peraltro, “molti vecchi robusti, salvi dal terremoto perché nel mattino fatale già desti erano nelle campagne!”: pure a questi montanari volenterosi, che non desideravano altro che rimboccarsi le maniche, il governo doveva dire “no grazie, non siete utili”?

Proprio no, non ha senso: il vescovo si mobilita, e con lui si mobilita l’intera opinione pubblica. Ciò che non era stato fatto nel terremoto del 1908 (se non in singole città più “fortunate”) fu invece fatto nella Marsica del 1915, grazie alle fatiche del nostro indefesso vescovo. Numerosi patronati, soprattutto di area cattolica, si attivano per fondare ricoveri, asili e orfanotrofi che operino direttamente sul territorio. Non era una cosa così facile e così scontata (soprattutto – ripeto – in paesini di montagna, in cui non restava in piedi nessun edificio a cui appoggiarsi): eppure, i benefattori si attivano con entusiasmo, permettendo ai terremotati di rimanere in loco.

Con l’unica eccezione degli orfani piccolissimi, che vengono trasferiti altrove per meglio ricevere adeguate cure, tutti i superstiti e tutti gli orfani trovano un modo di rimanere ancorati alle loro radici. La Gioventù Cattolica Italiana costruisce, ed anima a sue spese, un asilo per i bambini più grandicelli rimasti orfani; l’Unione Donne Cattoliche appronta una sala di lavoro per signore, in cui le superstiti potranno radunarsi, stare al caldo, e ricominciare a guadagnarsi il pane quotidiano. Gli uomini e i ragazzi sono ospitati in ricoveri d’emergenza in attesa di impiegarli, in primavera, col lavoro nei campi, che necessitano di essere arati e coltivati. E in moltissimi paesi, il governo comincia a costruire “casette asismiche”, cioè piccoli prefabbricati costruiti con tecniche teoricamente antisismiche, in cui i terremotati potessero immediatamente trovare un riparo e un luogo caldo in cui dormire. Ma non a chilometri dalla casa di una volta: lì, a due passi, il più vicino possibile a quella vita che era stata strappata loro.

Spiace dire “siamo in Italia”, epperò è pur vero che ci siamo: tutto quello che ho raccontato è molto bello, ma, come in ogni cosa, ci sono luci e ombre. Non in tutte le località colpite fu possibile permettere agli abitanti di restare vicino al centro abitato (qui, l’INVG ripercorre i vari eventi). Non tutte le imprese incaricate della ricostruzione si comportarono in modo onesto, e anzi sono noti alcuni casi di speculazione sulle spalle dei terremotati. Non tutto quanto andò come dovette andare, tant’è vero che a me non sembra molto normale che ci sia gente che ancor oggi, in Abruzzo, vive nelle casette asismiche concepite come soluzione d’emergenza a seguito di un terremoto avvenuto cent’anni fa.

Però, è pur vero che erano anche altri tempi: e tutto questo, nel 1915, secondo me è un piccolo miracolo, calcolando soprattutto il modo in cui erano state trattate, nel 1908, alcune zone del Sud Italia, che avevano avuto l’unica sventura di essere meno “popolari” di Messina.

Non è stato tutto rose e fiori, ma è pur sempre stato un inizio importante.
Chapeau per quanto fatto, vescovo del passato (e buona fortuna per quanto che c’è da fare, vescovo di oggi)!

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Un abito da bagno “incompatibile coi nostri valori”

Il poliziotto avanzò verso la donna a grandi falcate, con l’andatura goffa di chi cerca di camminare sulla sabbia con calzature non adatte. Quando finalmente fu a poca distanza dalla donna, soffiò nel fischietto per attirare la sua attenzione, chinò leggermente il capo in segno di saluto, e poi si schiarì la voce. “Buongiorno, ma’am”.
La donna, che fino a quel momento si era persa nella contemplazione del bagnasciuga, si girò con un’espressione di educata sorpresa. “Buongiorno…?”, replicò con fare interrogativo.
Il poliziotto si schiarì la voce per una seconda volta, in lieve imbarazzo. “Perdoni se la disturbo, signorina. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi dalla spiaggia, o di recarsi nella cabina più vicina per adeguare il suo abbigliamento alle vigenti norme municipali”.
La donna spalancò la bocca (reazione istintiva), ma rinunciò al tentativo di trovare qualcosa di intelligente da rispondere. Sopraffatta dalla sorpresa, si limitò a sgranare gli occhi fissando il poliziotto. “Prego?”.
L’uomo tossicchiò. “È il suo costume da bagno, ma’am. Come senz’altro saprà – gli stabilimenti balneari sono tappezzati di avvisi – la nostra municipalità, e molte delle municipalità vicine, hanno stilato una serie di norme sugli abiti femminili ammessi, o non ammessi, nei nostri stabilimenti balneari. Come le sarà facile appurare, il suo costume da bagno non risponde alla vigente normativa. Devo purtroppo chiederle di allontanarsi, o di utilizzare una delle cabine per indossare un costume da bagno più consono, in linea con il comune sentire”.
“…ma sta scherzando, sì?”, si sentì sfuggire dalle labbra la donna, esterrefatta.
Il poliziotto strinse le labbra e sospirò. “Come certamente potrà appurare dando un’occhiata ai cartelli che sono affissi praticamente in ogni dove” – e adesso c’era una nota di insofferenza nella sua voce – “questa municipalità ha emanato una normativa ben precisa circa l’abbigliamento femminile da adottarsi in uno stabilimento balneare. Per la terza volta, signorina, mi trovo costretto a chiederle di allontanarsi o di…”.
“Questa municipalità legifera sul modo in cui io posso o non posso vestirmi, nel momento in cui decido di andare in spiaggia?”.
“Beh… in effetti sì, fa esattamente quello”, replicò il poliziotto, che adesso stava anche cominciando ad irritarsi. “Se proprio lo vuol sapere, è una normativa che è stata adottata da numerose località turistiche in questo Stato, non si può nemmeno dire che questa municipalità costituisca l’eccezione. Pertanto, signorina…”.
“Numerose municipalità in questo Stato hanno interesse a legiferare se io possa o non possa scoprire le gambe nel momento in cui vado a fare il bagno?”, domandò di nuovo la bagnante, in un tono che abbracciava una ampia gamma di emozioni dallo sdegno allo sconcerto.
“Proprio così”, replicò il poliziotto, con una certa ferocia. “E come, nella sua intelligenza, avrà certamente capito, non si tratta nemmeno di una questione di buon senso, di adeguamento ai costumi locali, di pacifica convivenza: passeggiando sul bagnasciuga con questo capo di abbigliamento, lei, signorina, sta violando una legge. Per l’ennesima volta, sono a pregarla di allontanarsi, e senza fare troppe storie”.
“…mi scusi, buon uomo” – e qui, la donna sembrava sinceramente stupita. “Ma lei si rende conto che è da anni che io vado a fare il bagno con questo capo di abbigliamento e nessuno in nessuna parte del mondo mi ha mai creato problemi per la mia tenuta?”.
Il poliziotto alzò gli occhi al cielo per invocare un po’ di pazienza, dolorosamente consapevole delle centinaia di occhi posati su di lui: i bagnanti stavano seguendo il battibecco mormorando a mezza voce, molto grati per questo imprevisto intermezzo vacanziero. “Signorina: non mi interessa da dove lei arriva, non mi interessa quali sono le leggi degli altri Stati; io ribadisco che non è consentito, in questa municipalità, recarsi sul bagnasciuga con questo abito da bagno. A questo punto, mi trovo costretto ad ordinarle di allontanarsi immediatamente dalla spiaggia, o dovrò chiederle di farsi accompagnare in carcere”.
Seguirono alcuni secondi di silenzio, in cui la donna fissò l’uomo e l’uomo fissò la donna, con aria vagamente truce da poliziotto cattivo.
Per tutta risposta, la donna sferrò un pugno in faccia al poliziotto, prendendolo in pieno naso.
Ma che diavolo…?!”, urlò il poliziotto esterrefatto, mentre dalla spiaggia si levavano boati di sorpresa da parte dei bagnanti che stavano seguendo la scena; ma la donna non si lasciò minimamente impressionare, e subito dopo assestò al malcapitato un sinistro da campione, spaccandogli gli occhiali in faccia.
Mentre il poliziotto annaspava e cadeva a terra, un po’ per la sorpresa e un po’ per l’effettivo dolore causato dalle schegge di vetro sulla faccia, la donna si passò le mani tra i capelli e annunciò, sprezzante: “la città non ha nessun diritto di dirmi quali abiti indossare. Non è in alcun modo affar suo. Preferisco andare in galera, piuttosto che ubbidire a questa legge”.

Come recitava il New York Tribune del 4 settembre 1921,

Stamane, Miss Louise Rosine […] ha annunciato con grande enfasi che “non è in alcun modo un problema della municipalità, se lei indossa le calze arrotolate sotto il ginocchio”, ed è in questo momento ospite del carcere cittadino, mostrando aperta ribellione alle leggi costituite, nonché un paio di ginocchia scoperte. La donna ha annunciato che farà ricorso contro il suo arresto, disposta ad appellarsi, se necessario persino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Miss Rosine ha fatto la sua comparsa stamattina sulla spiaggia di Virginia Avenue, indossando un paio di calze, arrotolate, che non le coprivano il ginocchio. Il poliziotto di spiaggia Edward Shaw l’ha cortesemente informata del fatto che questa tenuta era contraria ai nostri regolamenti municipali. “Non ho nessuna intenzione di tirarmi su le calze”, ha risposto la donna piccatamente. “La città non ha nessun diritto di legiferare sul modo in cui indosso le calze. Non è affar suo. Piuttosto, vado in galera”.
Il poliziotto, udita la risposta, ha replicato che in effetti avrebbe dovuto condurla proprio lì: mentre lui la prendeva per un braccio invitandola a seguirlo, la donna – a detta dei testimoni – avrebbe lanciato un destro sul volto del poliziotto, quasi buttandolo per terra. Ripresosi, il poliziotto ha chiesto aiuto col suo fischietto: alcuni bagnini hanno risposto all’appello, e, grazie al loro aiuto, si è riusciti infine a caricare la recalcitrante Miss Rosine sulla volante, e poi a condurla in carcere.
L’ufficiale di polizia – occhiali rotti e dignità incrinata – ha spiccato contro Miss Rosine una accusa di percosse, oltre che di condotta disordinata. A una nuova richiesta di tirarsi su le calze, la scrittrice ha risposto con un secco “no”, e sta ora occupando la cella con la gloria delle sue gambe nude, rifiutando anche la possibilità di un rilascio sotto cauzione.

Con buona pace dei belligeranti intenti di Miss Rosine, le tracce del suo passaggio nella Storia si fermano qua, al momento del suo arresto. Alcune testate si spingono a riportare che, una volta condotta in cella, la focosa flapper si spogliò del tutto fissando con aria di sfida il poliziotto malmenato, annunciando che non si sarebbe rivestita fino a che non fosse stata ritirata l’accusa nei suoi confronti.
Come sia andata a finire, non si sa: probabilmente, la belligerante donnina fu condotta a più miti consigli, forse per intervento dei suoi stessi familiari, e non si prese mai la briga di appellarsi davvero alla Corte Suprema.
La storia del suo arresto, insomma, finisce qua, con Miss Rosine nuda come un verme nel carcere cittadino, e un poliziotto malmenato che se l’era prese di santa ragione.

Eppure, nei libri di Storia che analizzano l’evoluzione dell’abbigliamento femminile, l’arresto di Miss Rosine è citato con frequenza, come episodio-simbolo della “lotta” tra una moda sempre più emancipata… e un mondo non ancora pronto per accoglierla.

Per spiegare le ragioni per cui la focosa Miss Rosine finì in carcere rea di aver mostrato le ginocchia in spiaggia, bisognerà spendere due parole sull’evoluzione dei costumi da bagno (femminili, e non), che, fino alla fine del XIX secolo, erano qualcosa di molto, molto pudico.

Se, in Età Vittoriana, gli uomini e le donne andavano a fare il bagno indossando l’equivalente dei nostri pantaloncini & maglietta (comprensivi di minigonna per le esponenti del gentil sesso)

Costumi Vittoriani 1860

la moda comincia gradualmente a cambiare attorno al passaggio del secolo, quando gli abiti da bagno femminili (obiettivamente goffi e scomodi, coi loro gonnellini appesantiti dall’acqua) cominciano ad accorciarsi, trasformandosi in tutine con le mezze maniche e il pantaloncino al ginocchio.

Costumi inizio 900

I cambiamenti di costume che seguono la prima guerra mondiale fanno sì che i pantaloncini si accorcino ancora, però c’era un “però”: nel passaggio tra gli anni ’10 e gli anni ’20, nessuna donna rispettabile si sarebbe mai sognata di esporsi al pubblico ludibrio vestendo un costume da bagno senza indossare un paio di calze.

Swimwear-1920s

In che modo, un paio di calze di seta trasparente potessero rendere più casti dei costumi a mezza coscia, in effetti, è un dettaglio che sfugge anche a me. Eppure, così era, secondo la mentalità dell’epoca. E, se alcuni arditi osavano già sponsorizzare costumi da indossare a gambe nude (in una presa di posizione che doveva essere percepita osè tanto quanto un topless, oggigiorno, in una spiaggia per famiglie),

1920s-jantzen-swimsuit

la “rispettabile” moda dell’epoca insisteva col proporre tute da bagno provviste di reggicalze, come si nota (un po’ a fatica) in questa foto deliziosamente retrò:

Vintage Swimwear, 1920

Ed ecco perché, nell’afoso settembre 1921 (…e chissà se l’ondata di caldo di quei giorni aveva contribuito alla scelta controcorrente…) l’intraprendente Louise Rosine, turista di Los Angeles in vacanza ad Atlantic City, si era improvvisamente trovata nei guai con la legge.
Una tenuta che a Los Angeles doveva essere in qualche modo tollerata (o, quantomeno, non sanzionata dalla legge) era invece esplicitamente vietata da numerose città marittime del New Jersey, che, proprio in quegli anni, avevano emanato una normativa molto rigida sull’abbigliamento che le donne potevano, o non potevano, indossare in spiaggia. Fra le altre cose, era obbligatorio coprire le ginocchia: ed ecco che la tenuta di Miss Rosine, accompagnata dal suo polemico rifiuto a rivestirsi, diventava materia sufficiente per accompagnare in carcere la svergognata nudista.

Arresti costumi indecenti 1922

L’arresto di alcune bagnanti in tenuta indecente (Chigago, 1922)

Fotografie come queste ci fanno morir dal ridere, ma si riferiscono proprio a quel periodo della Storia americana, dove numerose città avevano sentito il bisogno di legiferare in tal senso, tirandosi addosso le ire (e le manifestazione di protesta, e le sceneggiate a favor di camera) di centinaia di attiviste femminili.

Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago - primavera 1922

Ondata di arresti sulle spiagge di Chicago – primavera 1922

E se non mi sentissi abbastanza punta sul vivo, a questo punto potrei anche concludere questo post dicendo “ah-ah, che ridere, guardate quest’ultima foto, grasse risate”, sennonché – va bene tutto, e vanno bene i proverbiali corsi e ricorsi della Storia – ma a me fa ridere piuttosto amaramente, pensare che a distanza di cent’anni siamo ancora lì a discutere, a parti solo lievemente inverse, sullo stesso identico problema.

Il buffo succedersi degli eventi non avrebbe potuto avere una tempistica migliore: parto per le vacanze scrivendo un post sui costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti per assecondare il senso del pudore che mi deriva (anche) dalla mia religione… e torno dalle vacanze mentre tutt’intorno impazza la polemica, dopo che in Francia sono stati vietati costumi da bagno alternativi al “classico” bikini, scelti da altre donne per assecondare il senso del pudore che deriva dalla loro religione.
A parte che quando ho letto la notizia sui giornali la mia prima reazione è stata ripensare all’episodio storico che ho raccontato pocanzi, e quando accendendo il telegiornale ti vien da pensare a leggi considerate retrograde cent’anni fa, in genere la cosa è percepita come allarmante, siete stati tantissimi a linkarmi ammiccando la notizia… e io che ve devo dì? Cosa volete mai che ne possa pensare?

BurkiniNon mi passerebbe mai per l’anticamera del cervello di indossare un burkini: lo trovo eccessivo persino per il mio senso del pudore, e mi dà anche l’idea che debba tenere un caldo boia. Purtuttavia, aspetto ancora che qualcuno mi spieghi in che modo un vestito del genere (sostanzialmente identico nella foggia a quello che mettiamo noi ogni giorno in autunno per andare al lavoro, cuffietta a parte) possa costituire un pericolo per la sicurezza nazionale (?!): andiamo pure al dunque e diciamo chiaro e tondo che, chi vieta il burkini, lo vieta nel tentativo di rendere illegale la plateale manifestazione esteriore di una religione, che in questo momento gli sta particolarmente antipatica.
Trovo illuminante la sintesi che fa, qui, Daniela Bovolenta:

Si potrebbe rispondere che non tutte le donne che indossano il burkini si sentono libere di fare scelte diverse, per via di forti condizionamenti famigliari e sociali, ma la soluzione allora quale sarebbe: obbligarle a rimanere a casa? Perché questa sarà di fatto la conseguenza delle recenti misure.
E se invece dichiarassero di farlo liberamente? Contro quale sacro principio fondativo delle nostre società andrebbero? Il dovere delle terga esposte?

Manco io amo esporre le terga sul bagnasciuga, mi fa pure ridere ripeterlo perché ne parlavo giusto nello scorso post: e allora? Ho il permesso di scansare il bikini e scegliere abiti da bagno solo perché la mia religione è un po’ meno misogina dell’Islam? E quando qualcuno se ne uscirà dicendo che sotto sotto è misogina uguale (mi vieta addirittura di abortire, di vivere una sessualità nella norma e bla bla bla!) sarò costretta anch’io a vestirmi come impone lo Stato, in virtù di un nuovo proibizionismo moralizzatore?

Tra il serio ed il faceto, e con diversi gradi di invadenza e di insistenza, nel corso della mia breve vita io – ad esempio – sono stata criticata per il fatto di non aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di essermi sposata senza prima  andare a convivere: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di adottare una dieta speciale in Quaresima: comportamento che deriva dalla mia religione.
O per il fatto di indossare le mezze maniche anche d’estate con trentacinque gradi (sì, c’è stato chi ha avuto il coraggio di criticare anche il mio guardaroba): comportamento che deriva dalla mia religione (nemmeno indirettamente nello specifico frangente a cui sto pensando, visto che la giornata prevedeva anche la visita a una chiesa).
Sono stata criticata perché “non ti godi la vita”, “ti stai rovinando i tuoi più begli anni”, “ti perdi esperienze importanti nella formazione di un adolescente”, “sei sempre lì a leggere cose barbose”, “a me fanno paura gli estremismi di ogni tipo”.

Il mio stile di vita di cristiana-cattolica (magari un po’ old-fashioned per sua inclinazione personale; ma su molte cose non si tratta di inclinazione personale, si tratta proprio di precetti della Chiesa) è, tutto sommato, molto poco appariscente. Molto easy. Molto innocuo (…a patto che lo Stato continui a considerare innocua per l’ordine costituito una donna che – per dirne una – si ostina a voler mettere al mondo figli handicappati gravi, a carico del sistema sanitario nazionale, perché c’ha ‘sta fissa che non vuole abortire a nessun costo e/o non vuole fare diagnosi pre-impianto).
Eppure, già così, e già solo nel piccolissimo della mia (breve) vita quotidiana, mi è capitato più volte di appurare che il mio stile di vita, derivante dalla mia religione, è in certi punti (in certe inezie!) poco gradito alla società in cui vivo.

Se cominciamo a permettere che lo Stato legiferi per vietare piccole inezie innocue come un burkini islamico in virtù di un preteso aiuto all’integrazione, quanto ci vorrà prima che lo Stato senta il dovere di cominciare ad agevolare anche l’integrazione di noi povere donne cattoliche, sottomesse, vessate, e non padrone del nostro corpo?

Non è nemmeno questione di pudore e basta, e non è nemmeno questione di imporre per legge un abbigliamento estivo sufficientemente succinto (ché già così, e già solo se in ballo ci fosse solamente questo, la notizia farebbe ridere per non piangere).
Il fatto gli è che, a mio modo di vedere, in ballo c’è moltissimo di più. E se lo Stato comincia a legiferare dicendo che “no, tu non puoi seguire la tua religione sotto questo aspetto del tutto innocente, innocuo e privo di ripercussioni, che però a me non mi garba perché stona col pensiero dominante della società moderna”… beh: quando ci vorrà prima che dica la stessa cosa anche a chi non porta il burka ma – che so – il clergyman?

Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l'orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)

Un ufficiale di polizia misura la distanza tra l’orlo del costume da bagno e le ginocchia delle bagnanti (Chicago, 1922)

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“Ma come mi vesto?” / 2: la modestia sul bagnasciuga

Sarà almeno da una decina d’anni che ogni estate vado in vacanza al mare… senza mai mettere piede spiaggia e senza mai buttarmi in acqua.
Non lo faccio perché ho problemi coi costumi da bagno! Semplicemente, in questa fase della vita, preferisco dedicarmi ad altre attività (tipo passeggiate nell’entroterra, rigorosamente all’ombra, e possibilmente in bassa stagione). Non sono mai stata un “tipo da spiaggia”.
Purtuttavia, se in un domani dovessi decidere che ho di nuovo voglia di passare le giornate sul bagnasciuga, ammetto candidamente che procurarmi un costume da bagno potrebbe costituire un grosso, grosso problema.

Prosegue con questo post il discorso, che avevo avviato nei giorni scorsi, circa il pudore cristiano nel vestire. E qui veniamo alla vexata quaestio che, ogni estate, infiamma i gruppi dedicati alla purezza e alla castità: ma come ha da vestirsi, una donna cristiana in vacanza al mare?

Dal mio punto di vista, si vesta un po’ come le pare. Se ci tieni all’abbronzatura, amica mettiti il bikini e vai con Dio. Se ne facciamo un discorso di “copriti sennò la gente fa brutti pensieri”, io non credo proprio che, oggigiorno, i maschi si turbino per la vista di una donna in bikini in spiaggia (!). Peraltro, esistono sicuramente dei bikini molto “casti”, con mutandine sufficientemente alte e reggiseni sufficientemente coprenti, che non sono niente di troppo estroso o sexy.

Se proprio dovessi dire una cosa che trovo realmente poco “pudica”, è indossare il bikini in qualsiasi contesto che non si riduca agli stretti “fare il  bagno” e “prendere il sole”.
Ovverosia: se devi prendere un aperitivo al bar dello stabilimento, giocare a racchettoni, percorrere a piedi il lungomare nel tragitto albergo-spiaggia, allora sì: in quel caso, a mio modo di vedere, sarebbe decisamente opportuno coprirsi. Un pareo, un prendisole, un caftano, una maglietta, un paio di pantaloncini, qualsiasi cosa – ma l’immagine di una donna in mutande e reggiseno (perché di base, quello è) seduta al bancone di un bar intenta a sorseggiare il coktail… continua a “stridermi” e a sembrarmi abbastanza inopportuna.
Just my two cents, per carità.

Detto ciò: non sono di quelli per cui il bikini è il Male Incarnato… però, un bikini io non l’ho usato mai, né mai lo utilizzerei. Personalmente, mi sentirei fortemente a disagio nell’uscire da casa mia indossando solo quello che, di base, è un completino di biancheria intima – solo, un po’ più colorato del solito, e fatto di una stoffa diversa.
Na: nel momento in cui mi pungerà vaghezza di tornare a crogiolarmi al sole sulla spiaggia, sicuramente io opterò per un costume da bagno che sia un (bel po’) più coprente.
Ma allora, quali sono le alternative verso cui mi orienterei, e che, alla bisogna, potrei consigliare alle mie amiche?

1.      Un modesto tankini

“Modesto” nel senso di “modestia cristiana”, ma anche nel senso di “semplice, poco appariscente”.
Se non vi sentite a vostro agio in un bikini, ma vi tremano le vene e i polsi al pensiero di fare il “grande passo” comprando un costume intero, il tankini potrebbe davvero essere la soluzione che fa per voi.
Di base, un takini è un costume a due pezzi… in cui il pezzo di sopra, però, non ha la forma di un reggiseno, ma bensì di una canottiera (che può essere più o meno).

Personalmente, li trovo una grandissima innovazione.
Se un costume intero vi sembra troppo austero, potreste forse gradire un tankini come il n. 1, che copre, sì, ma senza strafare.
Se non avete problemi all’idea di coprirvi totalmente, ma trovate scomodo il costume intero perché vi costringe a strane acrobazie (per andare in bagno, ad esempio) un tankini come quelli proposti ai numeri 2, 3, 4 e 5 dovrebbe garantirvi il comfort che cercate.
Per non parlare poi di un tankini come quello illustrato al n. 6, che, con le forme morbide della canottiera, secondo me è perfetto per nascondere la pancetta e i rotolini di grasso che sono un cruccio per molte di noi.

E poi, insomma, non sono carini?

Tankini estate casta 2016

1: Takini Monsoon (cioè Accessorize) (€ 34,00)
2: Tankini Bonprix (€ 29,99)
3: Bikini Sunseeker (€ 36,00 per la canotta + € 20,00 per gli slip)
4: Bikini Lascana (€55,00)
5: Bikini Esprit: (€ 30,00 per la canotta + € 20,00 per gli slip)
6: Costume da bagno Lascana (€ 36,00)

2.      Il sempreverde costume intero

Una delle mie ultime foto in spiaggia mi ritrae, adolescente, in piedi sul bagnasciuga, con un improbabile costume intero a fioroni che avrei tranquillamente potuto condividere con mia nonna ottantenne, tanto lo stile era, più o meno, quello.
Fino a qualche anno fa (o almeno: fino all’epoca in cui io stessa andavo a fare shopping concentrandomi sui costumi interi) sembrava che questi capi di abbigliamento fossero riservati solo alle signore avanti con gli anni (e grasse, soprattutto: vecchie e grasse e col seno cadente) e/o ad atletiche signorine che praticavano nuoto agonistico in tenute sportivamente austere.

Per fortuna, negli ultimi anni, le cose stanno cambiando, e giusto qualche giorno fa leggevo una fashion blogger “normale” (cioè: non una che si occupa di modest fashion) decantare la bellezza dei costumi interi, ormai diventati cool e sbarazzini. Rimandandovi all’articolo della fashion blogger per i suggerimenti modaioli per davvero, qui elencherò alcuni modelli che hanno colpito me, scorrendo i cataloghi delle principali case produttrici.
Come noterete, oggigiorno è relativamente facile trovare costumi interi sbarazzini e trendy (n. 4), modaioli (n. 5 e 6), femminilissimi-ma-con-giudizio (n. 2), deliziosamente retrò (n. 3)… per non parlare di tutti i capi di taglio classico, ma resi particolari dalle stampe più svariate (n. 1).

E francamente, io stento a credere che una ragazza con un costume tipo il n. 4 correrebbe il rischio di sembrare una bigotta repressa che si veste come mi’ nonna.
Insomma: se anche voi vi ponete il problema di come vestire “modestamente” in spiaggia, date una chance ai costumi interi, perché, a mio modo di vedere, c’è davvero tanta scelta!

Costume intero estate casta 2016

1: Costume da bagno Violeta by Mango (€ 34,99)
2: Costume da bagno H&M  (€ 14,99)
3: Costume a triangolo Oysho (€ 25,99)
4: Costume intero Diesel  (€ 81,25)
5: Costume intero con frange Bonprix  (€ 29,99)
6: Costume da bagno Michael Kors  (€ 105,00 – ehm, più che altro lo proponevo perché mi piaceva il modello)

3.     Un “audace” abito da bagno

L’ultima volta che ho fatto shopping di costumi, l’abito da bagno non esisteva ancora. Mannaggia.
Eppure, la prossima volta che andrò a fare shopping di costumi, l’abito da bagno sarà sicuramente la mia prima scelta: forse eccessivo per il gusto di molte, ma perfettamente rispondente al mio.

Dicasi “abito da bagno” un costume (perlopiù intero, ma se ne trovano anche formato tankini) in cui la parte di sopra ha il taglio di una canottiera… e la parte di sotto si conclude con una gonnellina o una coulotte.
Invece di prevedere i classici slip sgambati, l’abito da bagno ti garantisce insomma quei cinque-sei centrimetri di pelle coperta in più, proteggendo le cosce con una gonnellina morbida o un paio di pantaloncini che “scendono” di più rispetto, a un normale paio di mutande.
Come vedete, non stiamo parlando di burqini alla musulmana: si tratta di costumi del tutto discreti, che non “danno nell’occhio” più di tanto. Se andassi in spiaggia indossando un modello come il n. 6, penso che molti non si accorgerebbero nemmeno della differenza.

Però, la differenza la noterei io su di me.
Intanto, perché la gonnellina o i pantaloncini sarebbero per me una benedizione: dovrebbero dare la ragionevole certezza che lo slip rimane fermo al suo posto cascasse il modo, anche nel caso di movimenti improvvisi e/o giornate di svago sui giochi d’acqua.
Secondariamente, perché un costume tipo il n. 4 – pur essendo qualcosa che mi sentirei d’indossare senza paura di essere additata da mezza spiaggia – è già qualcosa di decisamente vicino a un vestito. Insomma: radicalmente lontano dal famoso concetto di “andare a spasso in mutande e reggiseno” che, come dicevo, è proprio la cosa che io voglio evitare.
Last but non least: una linea morbida come quella dei costumi n. 3 e n. 6 è davvero una manna dal cielo per nascondere inestetismi di ogni tipo: smagliature, cellulite, pancetta, rotolini di lardo. Non a caso, gli abiti da bagno sono molto presenti nelle collezioni di costumi da bagno per signore in gravidanza: coprono senza stringere, si adattano alle forme del corpo, possono essere riutilizzati anche dopo il parto perché tanto vanno portati “morbidi”…

Non fatico a immaginare che una scelta di questo tipo possa essere eccessiva per molte – e nemmeno io la ritengo l’unica opportuna! Sia chiaro!
Però, per quanto mi riguarda, credo di aver trovato il mio “costume” del cuore.

Abiti da bagno moda casta 2016

1: Abito da spiaggia “Bond Girl” Parah (il sito non indica il prezzo, ma si potrebbe andare a dare un’occhiata!)
2: Costume da bagno Speedo  (€ 55,00)
3: Costume con gonnellina Anne Weynbourn  (€ 50,00)
4: Abito da bagno Bonprix  (€ 39,99)
5: Costume intero Seafolly  (€ 130,00… ehm, anche qui “propongo” lo stile, più che l’acquisto a questi prezzi folli!)
6: Costume intero con gonnellina Tailissime (€ 55,00)

E voi, come vi vestite in spiaggia, se posso chiedere?
Vi siete mai poste il problema? Avete mai trovato soluzioni?
Siete del partito per cui “massì, chi vuoi che si turbi per un bikini” (osservazione sulla quale, in effetti, posso anche concordare), o fate parte di quel gruppo di ragazze che si sentono più a loro agio coprendosi un po’ di più?

Detto ciò, col prossimo post torniamo a parlare di Storia e di Santi, eh!
Ma una volta ogni tanto, una chiacchierata su questi temi mi pare divertente… e, forse, fa anche bene!

Categorie: Cose cristiane | Tag: , | 6 commenti

“Ma come mi vesto?” (se fa terribilmente caldo, sei giovane e bella, e hai un rosario nella borsetta)

Dunque.
Non per fare ironie, ché non c’è assolutamente niente da ridere, ma per illustrare fedelmente lo status quo: siamo praticamente all’inizio di agosto, e tutto il mese di luglio è stato un continuo succedersi di tragedie.
Io, è dalla prima settimana di saldi che avevo in cantiere questo post modaiolo, ma ogni volta che mi accingevo a pubblicarlo ne capitava sempre una: sgozzamenti, sparatorie, colpi di stato, morti di massa, ‘na disgrazia dopo l’altra. E ovviamente mica ti metti a parlare di moda femminile mentre c’è in giro una moltitudine di gente che piange sul cadavere ancora caldo di suo figlio morto ammazzato: no?
Ed è così che la pubblicazione di questo post ha continuato ad essere rimandata, e rimandata, e rimandata e rimandata ancora, in attesa di tempi migliori…
…che però, a quanto pare, non stanno arrivando, e intanto siamo già a agosto, e, se aspetto ancora un po’, si perde l’utilità di questo post.

E siccome invece, a questo post, un po’ di utilità ci terrei a dargliela ancora, getto la spugna e lo pubblico così, fatta la doverosa premessa. Magari non ci si aspettano frivolezze femminili da un blog cattolico in giorni come questi, ma… spero che l’indelicatezza non offenda nessuno.

***

Basta sintonizzarsi su un qualsiasi telegiornale (appunto) per notare che – come dire – ci sono problemi più gravi a questo mondo.
Nella piena consapevolezza che questa mia fissazione tocca un aspetto assolutamente marginale (marginale anche nel modo di vivere il cristianesimo, dico), io, anche quest’estate, torno alla carica, riproponendo il tema del pudore cristiano nel vestire.
Qualche settimana fa, in Rete, ha fatto parlare di sé questo video dei Purex, in cui la povera Stefania esprimeva la frustrazione provata in un negozio di vestiti femminili, alla ricerca di un paio di pantaloncini: tutte le offerte consistevano in shorts cortissimi, attillatissimi, sexyssimi.
E che ha da fare una povera donna che – per citare Stefania dei Purex – vorrebbe vestirsi in maniera “decente”, indossando pantaloni “che siano più lunghi di un paio di mutandine”?

Il video, appunto, ha creato un certo scalpore, suscitando commenti tipo “ambeh! Io indosso sempre gli shorts, e non per questo mi sento una cattiva cristiana”.
Certamente no; ma, ad esempio, per quanto riguarda, la mia formazione cristiana mi ha trasmesso, tra le tante cose, anche questa: un elevato senso del pudore. Andare in giro “troppo scoperta”, semplicemente, è una cosa che non mi va. Non dico che sarei automaticamente una cattiva cristiana se andassi in giro con bikini inguinali… ma dico che il mio modo di vivere la mia fede passa anche attraverso l’evitare i bikini inguinali.

Il fatto gli è, che per tutte le signore che hanno una sensibilità simile alla mia, non è sempre così facile trovare in commercio abiti carini, alla moda, e che non lascino troppo scoperte. Soprattutto d’estate, per fare shopping, devi letteralmente fare lo slalom tra gli espositori, sperando di trovare qualcosa che risponda ai tuoi criteri di modestia… e che, possibilmente, non ti faccia sembrare Nonna Abelarda.

E così: dopo un primo post sul tema, pubblicato quasi per caso per aiutare una amica (e che, con mia grande sorpresa, è diventato il mio post più letto di sempre); dopo un secondo post sullo stesso argomento che ha ottenuto un riscontro non minore, eccomi qui, per il terzo anno consecutivo, a dare qualche “dritta” a tutte le signore che vorrebbero approfittare degli ultimi giorni di saldi, ma si sentono un po’ disorientate nell’entrare nel negozio-medio.
Ecco dunque alcuni miei consigli, corredati da alcune proposte concrete tratte dalle collezioni P/E 2016 delle principali marche low-cost. Con un po’ di fortuna, e con una giornata di shopping last minute, potreste ancora trovare in negozio gli stessi identici vestiti di questo post… addirittura, in saldo!

1.      Sfrutta la moda del momento: i maxi dress!

Io amo gli abiti lunghi. Possono avere uno stile sportivo, zingaresco, romantico, tribale, ma fatto sta che io li amo follemente: avere una gonna lunga fino alle caviglie che ondeggia ad ogni passo mi fa tanto ‘signorina bene di fine Ottocento’.
Ci sono stati alcuni anni gloriosi, quando ero alle scuole medie, in cui le gonne lunghe andavano di gran moda (anche d’inverno; anche in città). Adesso, mi sembra che questa moda stia tornando per molti versi, e io non potrei esserne più felice.

Ai fini di questo post, io trovo che i maxi dress siano davvero un’ottima soluzione per essere eleganti, alla moda, e “modeste” allo stesso tempo. Se la gonna è sufficientemente ariosa, il vestito non tiene caldo; in compenso, la gonna lunga protegge – ovviamente – da sguardi indiscreti, scosciature impreviste, venticelli malandrini.
I vestiti lunghi, ad esempio, per me sono un must per le passeggiate in riva al mare nei giorni super-ventosi.

E poi, davvero, non sono così deliziosamente femminili?

Vestiti lunghi moda casta 2016

1: Vestito lungo multicolor Anna Field (€ 40,00 – non in saldo)
2: Vestito turchese Oysho (€ 25,99 in saldo)
3: Vestito lungo Benetton (€ 36,00 in saldo)
4: Abito stampa studio Zara (€ 19,99 in saldo)
5: Maxiabito H&M (€ 14,99 – non in saldo)
6: Vestito estivo Mint & Berry (€ 45,50 in saldo)

2.      Sfrutta la seconda moda del momento: il boho-chic!

Questa la amo ancor più dei maxi-dress.
La moda di quest’estate mi sta dando tantissime soddisfazioni: per una come me (sostanzialmente, una donna vittoriana in pectore) risultano irresistibilmente deliziosi tutti questi vestitini chiari di cotone traforato, sangallo, pizzi e ricamini ton su ton. Quest’anno va davvero tanto di moda il “boho chic”, “country chic”, o come vattelappesca lo chiamino le fashion blogger: insomma, questo stile romantico e retrò che richiama i vestitini estivi della moda di fine Ottocento.

Se ti ispiri a quello stile, ovviamente non puoi creare un vestito romantico, retrò, ottocentesco, e sfacciatamente sexy, quindi il risultato è che gli stilisti hanno immesso sul mercato una vasta serie di abitini deliziosamente casti e femminili.
Probabilmente un po’ stucchevoli per chi non ama il genere, ma assolutamente da sfruttare per chi, invece, si rispecchia molto in questo stile.

Stile Boho Moda casta 2016

1: Vestito estivo Mint & Berry (€ 39,00 in saldo)
2: Vestito estivo Little White Lies (€ 61,75 in saldo)
3: Vestito estivo Mint & Berry (aridaje) (€ 36,00 in saldo)
4: Abito con inserto traforato Mango (€ 17,99 in saldo)
5: Copricostume smanicato OVS (€ 12,00 in saldo)
6: Caftano ricamato Zara (€ 69,95 – non in saldo)

3.      Sii grintosa con un look tribale!

Va bene tutto, ma io ho in mente alcune amiche che, se le vedessi in un vestitino bianco di pizzi e trine svolazzanti, mi verrebbe un attacco di risate che durerebbe mezza giornata. Uno stile come quello di cui sopra può andar bene per molte ragazze, ma decisamente non per tutte.
A tutte le signore che sono abituate a uno stile più casual e “grintoso”, io potrei suggerire di dare un’occhiata alle proposte che si ispirano alla moda etnica. Sfogliando i cataloghi delle catene di abbigliamento, ho notato che anche questo è uno stile che quest’anno va molto, con ispirazioni più o meno marcate a seconda dei casi.

Vestiti di questo tipo, ad esempio, io me li vedo molto bene per una che, essendo in vacanza al mare, vuole un look decisamente “vacanziero” ma vuole anche evitare la solita accoppiata “shorts e canottiera”. Tra stampe paisley, tuniche ricamate, ispirazioni orientali e tessuti grezzi, direi che c’è davvero un vasto campionario che va bene un po’ per tutti i gusti.

Stile etnico moda casta 2016

1: Tunica lunga a stampa etnica Zara (€ 12,99):
2: Tunica con ricamo Oysho (€ 69,99 – non in saldo)
3: Abito con stampa indios Yanamay (€ 39,99 – non in saldo)
4: Vestito estivo Mint & Berry (€ 35,00 in saldo)
5: Abito fantasia Laura Clement (€25,99 in saldo)
6: Abito lungo con scollo a V OVS (€ 20,00 in saldo)

4.      Vai sul sicuro con un maxi-shirt

“Maxi-shirt” sarebbe, tenicamente, un vestito femminile disegnato in maniera da sembrare un camicione molto lungo, o una T-shirt molto lunga e molto larga.
Anche lì: sicuramente esiste il modo di rendere sexy e provocante un camicione lungo e largo; però, è statisticamente probabile l’eventualità di trovare anche vestitini semplici, pudichi e casti, cercando tra gli abiti che hanno questo stile.

Alcuni (a mio gusto) rischiano di fare l’effetto “sacco di patate”; altri (a mio gusto) sono deliziosi nella loro semplicità. Il primo vestito di questa selezione, ad esempio, io l’ho comperato per davvero!

Maxi T-Shirt Moda casta 2016

1: Abito in popeline Zara (€ 19,99 in saldo)
2: Vestito dritto Promod (€ 14,97 in saldo)
3: Abito Mango (€ 6,49 in saldo!!)
4: Vestito chemisier Zara (€ 17,99)
5: Camicia in lino Oysho (€ 22,99 in saldo)
6: Vestito Vila (€ 32,50 in saldo)

5.      E in generale: sfrutta stampe, colori accesi, tagli non banali

Chiaramente non sto dicendo che tutte le donne cattoliche dovrebbero adottare, nel vestirsi, i miei stessi standard di modestia. Però, alla domanda esplicita “ma precisamente, Lucia, quali sono i criteri con cui tu scegli i tuoi vestiti?”, io rispondo: “compro solo vestiti coi quali – per capirci – potrei entrare a San Pietro”.
Ovverosia: non mi sento a mio agio con i pantaloncini corti, non mi piace andare in giro con le spalle scoperte, non ho mai indossato una minigonna in vita mia, e se ho una scollatura troppo profonda la “tampono” con un sottogiacca.
Qualche eccezione a queste “regole” la faccio in vacanza al mare, ma manco tanto, in realtà: per il resto, d’estate vado sempre in giro con una combo di gonne al ginocchio e mezze maniche.
(Pantaloni ne uso? No. Non perché abbia niente contro i pantaloni, ovviamente!, ma perché d’estate mi tengono un caldo della malora e preferisco di gran lunga le gonne, infinitamente più ariose).

Obiettivamente, non è proprio facilissimo trovare vestiti che rispondano ai requisiti di cui sopra. Però, qualcosa del genere farebbe anche piacere avercelo nel guardaroba (se non altro per poter entrare in chiesa senza dover almanaccare ogni volta con foulard e golfini per coprirsi alla bisogna).
Fortunatamente, qualche abito con queste caratteristiche si trova per davvero. E con un po’ di fortuna, si trovano anche modelli che non ti facciano sembrare un’impiegata di banca appena uscita dall’ufficio o una nonnetta che porta particolarmente bene i suoi settant’anni. A mio modo di vedere, basta cercare qualche abito dal taglio particolare (e/o con una bella stampa colorata), e l’effetto noia è scongiurato!

Mezze maniche Moda Casta 2016

1: Vestito estivo Doroty Perkins (€ 39,20 in saldo)
2: Abito stampato apertura spalle Zara (€ 19,90 in saldo – no, non entro in chiesa con gli spacchi a mezza coscia; li ricucio)
3: Vestito di maglina Desigual (€ 52,00 in saldo)
4: Vestito incrociato Promod (€ 13,48 in saldo)
5: Vestito ricamo svizzero Oysho (€ 39,99 – non in saldo)
6: Vestito Tie-Dye Zara (€ 17,99 in saldo – no, non entro in chiesa nemmeno con le gonne di quella lunghezza, ma se siete un po’ più basse della modella il vestito diventa più accettabile)

***

A stretto giro di…post, pubblicherò anche la seconda parte della rassegna: quella dedicata alla vexata quaestio “ma come ha da vestirsi, una donna cattolica in vacanza al mare?”. Bikini no perché si va all’inferno, costume intero nì perché è più casto, tutte coperte col burqini per star sicure…?

Nel frattempo – visto che questa categoria di post riceve sempre migliaia di visualizzazioni, ma quasi sempre nessun commento! – io sarei davvero curiosa di sentire la vostra opinione, se passate di qui e siete interessante (o interessati) al tema.

È davvero così importante che una donna cattolica badi (tra le mille altre cose) (anche) al modo in cui si veste, oppure queste sono un po’ fissazioni vecchio stampo, e, al giorno d’oggi, con quel che si vede in giro, è stupido fossilizzarsi su ‘ste cose (ché tanto ci siamo assuefatti a ben altre nudità, e un paio di shorts inguinali non li nota più nessuno)?

Ma d’altro canto: è proprio così vero che un paio di shorts inguinali non li nota più nessuno, o è vero che certi “abiti non adatti” possono rendere più difficile, per la controparte maschile, esercitare la purezza nello sguardo e nel pensiero, come emergeva da una Modesty Survey condotta anni fa negli USA?

Come già sapete se mi leggete da un po’ di tempo, io personalmente mi situo tra i due estremi.
Se tu, uomo che passi di lì per caso, mi vedi in minigonna, e ti giri a guardarmi le gambe, e poi ci fai pure pensieri impuri, con tutta evidenza sei tu che sei un maiale.
Però, sapendo che, per l’appunto, siamo tutti quanti maiali (e/o variamente peccatori)… io, personalmente, in giro in minigonna non ci vado.

Voi?

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Il frumento di Dio

San Policarpo di Smirne, martire in Turchia nel 155, è uno di quei numerosi testimoni della fede che sono morti portando avanti la linea del famolo strano. Condannato a bruciare sul rogo, modello “strega di Salem”, il teologo greco si ritrovò avvolto da un muro di fiamme che bruciava tutt’intorno a lui, circondando il suo corpo senza però toccarlo, tant’è vero che – come recitano gli acta del suo martirio – il povero vescovo se ne stava in mezzo alle fiamme, “non già come carne che brucia, ma come pane che viene cotto”.

Ellamiseria che orrore, ragazzi.
Fra i tanti modi in cui non vorrei morire, l’essere circondata da un muro di fiamme “come pane che viene cotto” si guadagna per direttissima un posto nella mia top ten dell’orrore. Non so come la vediate voi, ma stazionare per ore in mezzo a un rogo “come pane che viene cotto” mi sa di una tortura orrendamente lenta e asfissiante.
A leggere di un misero che va incontro a una roba simile, mi verrebbe da pensare a qualche dio pagano particolarmente incarognito, che vuole far soffrire l’infedele fino all’ultimo istante. Altro che miracolo benevolo della Provvidenza: a me, l’immagine di un poveraccio circondato dalle fiamme per ore, asfissiato dal calore con la stessa lentezza con cui una pagnotta lievita nel forno, mi fa venire una pelle d’oca che non so manco descrivere a parole.
Ma un senso di claustrofobia…!

Ma allora, per quale ragione al mondo l’onnipotente Domineddio avrebbe dovuto comportarsi con Policarpo in maniera così discutibile?
“Invece di farti fare la fine di una braciola di faccio fare la fine di una pagnotta”: ma che diamine di miracolo è? Ma che diamine mi significa?

Il significato di questo segno, in effetti, si capisce solo se si leggono per intero tutti gli acta del martirio. Infatti, poco prima di essere condannato a morte, era stato Policarpo stesso, in un certo senso, a paragonarsi a una pagnotta – e non a una pagnotta qualsiasi: al pane consacrato.

Poco prima di andare incontro al martirio, il vescovo greco aveva infatti pronunciato una preghiera dal sapore nettamente liturgico, che ricorda per molti versi la preghiera eucaristica. È come se Policarpo, salendo verso il patibolo, sentisse di star salendo per l’ultima volta verso l’altare, celebrando per un’ultima volta il mistero dell’eucarestia: non con il pane, ma con il suo stesso corpo. “Dio degli angeli e delle podestà”, recitava il teologo poco prima del martirio: “Dio di tutti gli esseri creati e di tutta la schiera dei giusti che vivono al tuo cospetto, io ti benedico perché mi hai stimato degno di questo giorno e di quest’ora, e degno anche di aver parte, nel numero dei martiri, al calice del tuo Cristo, in resurrezione di vita eterna dell’anima e del corpo, nell’incorruttibilità dello Spirito Santo. Fa’ che tra i martiri io possa essere accolto oggi al tuo cospetto, in sacrificio pingue e gradito”.

La preghiera eucaristica che siamo abituati ad ascoltare oggi utilizza, per forza di cose, un formulario diverso; però, a ben pensare, più o meno sempre lì stiamo. Dagli e dagli, il concetto è quello.
Ed è come se, negli acta del suo martirio, Policarpo si preparasse a consacrare non il pane e il vino, ma bensì il suo stesso corpo e la sua stessa vita, “in sacrificio pingue e gradito”… per il bene nostro e di tutta la santa Chiesa.

E allora sì che assume un senso, venire a sapere che, salendo sulla pira, Policarpo era circondato dalle fiamme “non come la carne che brucia, ma come il pane che viene cotto”: la sua preghiera era stata ascoltata; il suo corpo, offerto in sacrificio, era diventato – ovviamente in senso lato – quasi un’ostia consacrata.

***

Non è Policarpo l’unico a portare avanti questa analogia tra e sacrificio eucaristico e martirio. Sant’Ignazio di Antiochia, qualche tempo prima, era stato forse ancor più esplicito: “scrivo a tutte le Chiese e annunzio a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite”. Supplicando i fedeli di Roma di non agire per ostacolare a tutti costi il suo martirio, qualora lui fosse stato chiamato a versare il sangue, Ignazio chiedeva: “lasciate  che io  sia  pasto  delle  belve: […] sono frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. […] Non mi interessano più il cibo corruttibile o i piaceri di questa vita: io voglio  il  pane  di  Dio,  che  è  la carne di Gesù Cristo della stirpe di David; come bevanda voglio il suo sangue, che è l’amore incorruttibile”.
La comunanza tra martirio ed eucarestia è qui ancora più evidente: il martire è “frumento di Dio”, che, macinato dai denti delle fiere, potrà diventare “pane di Cristo”; al tempo stesso, il martire trae la sua forza dal “pane di Dio”, cioè la carne e il sangue che Gesù ha sacrificato per noi.

Si potrebbe dire, sotto un certo punto di vista, che il martirio è di per sé un gesto “eucaristico”.
Ahò: non sono io che dico eresie – lo dice la Congregazione per le Cause dei Santi. Da testi simili a questi, emerge una visione teologica per cui tutto ciò che ci viene donato (in maniera un po’… “misteriosa”) durante il sacrificio eucaristico, diventa, in un certo senso, realtà viva e tangibile durante il sacrificio del martire che va incotntro alla morte. È come se, nelle gesta del martire, noi potessimo rivivere “proprio oggi, dal vivo”, il mistero del sacrificio divino… solo, visto in modo speculare.
Se Cristo muore per donarci la vita, il martire – sostenuto dalla grazia divina – muore accettando di donare la vita a Cristo. E questo sublime sacrificio fa sì che il martirio diventi spazio privilegiato in cui la potenza di Cristo può manifestarsi: sanguis martyrum, semen christianorum.

Citando la Congregazione per le Cause dei Santi,

esiste un intimo legame tra martirio e Chiesa. I martiri, infatti, esprimono in modo particolare la presenza di Cristo in essa, sono un’immagine privilegiata del Redentore, annunciano la salvezza eterna e trasmettono alla Chiesa un particolare dinamismo di carità.
Il legame che si crea tra Gesù Cristo e la persona del testimone non è affatto sospeso nel vuoto. Esso nasce e si inserisce in un ambiente concreto, nella comunità della Chiesa, dapprima locale, con tutta la sua storia e la sua specificità, poi nella Chiesa universale. […] Il gesto individuale del singolo fedele diventa un atto che appartiene all’intera comunità da cui quel fedele proviene e con cui egli s’identifica. Per questo si può parlare di un influsso particolare, reciproco, di un eccezionale scambio di doni tra la Chiesa locale, luogo di educazione e formazione della personalità del martire, e […] lo stesso martire, che, partecipando della vita nuova e della gloria eterna, contribuisce al rafforzamento della società da cui proveniva e la incoraggia a continuare a testimoniare arditamente la fede.

Forse, a (riuscire a) leggerla sotto questo punto di vista, dovremmo (dovremmo) persino essere felici, in quanto cristiani, di star vivendo questi momenti. Qualcuno potrebbe anche dire che dovremmo esserne grati, perché questi sono momenti di singolare e particolare grazia.

Categorie: Cose cristiane, Vite di Santi e Beati | Tag: | 3 commenti

[Pillole di Storia] Ma PERCHÉ la gente non si lava???

Piccola premessa che non c’entra niente ma che, arrivati a questo punto, sento doverosa: gente, non è che mi sia stufata di tenere un blog, eh. Davvero!
È che sto facendo un sacco di bellissime cose sul lavoro, alcune delle quali potreste anche voler leggere o vedere nel corso dei prossimi mesi… sennonché, il mio tempo libero si è ridotto al lumicino, e non sono ancora riuscita a organizzarmi una routine in cui trovo spazio anche per il blog.
Ma non è che mi stia stufando di bloggare, anzi, spero di tornare presto a pieno regime! (E me lo dico da mesi, e ogni giorno mi metto al computer sperando di scrivere qualcosa, ma fra una cosa e l’altra son già arrivate le dieci di sera e io casco da sonno, e per scrivere questo post (beh, e anche per fare altre cosette) mi son dovuta prendere una mezza giornata libera dal lavoro. Argh).

Fatta questa premessa, torno online dopo lungo silenzio per mettervi a parte di una scoperta di vitale importanza a cui sono giunta pochi giorni fa: la gente non si lava.

Io non so che cosa induca un individuo adulto, presumibilmente residente in un appartamento dotato di acqua corrente e vasca da bagno, a salire sulla metro A alle otto del mattino (quindi, manco dopo una dura giornata di lavoro) tutto lercio e sudaticcio, circondato da una graveolenta aura di fetore.
Purtuttavia, signori, questo accade: per ragioni a me ignote, nell’Italia del 2016, la gente non si lava. Non so cosa sproni questi individui a tale scelta; non so quale demone interiore alberghi nel loro cuore suggerendo che è una buona idea fare a meno di bagnoschiuma e deodorante; purtuttavia, così è.

Nell’impossibilità di spiegarmi tale stupefacente comportamento, mi consolo indagando le cause remote che spingevano i nostri antenati a non lavarsi.
Sì, perché… avete presente, no?, tutte le dicerie (alcune veritiere, altre un po’ gonfiante) sull’assenza di bagni nel passato. È verissimo: mediamente, nel passato, ci si lavava molto meno.
E ci si lavava molto meno, non solo perché non ci fossero le vasche da bagno e l’acqua corrente. No no: ci si lavava molto meno perché la prospettiva di fare il bagno era, culturalmente, percepita come un qualcosa di altamente indesiderabile. Ogni tanto qualcuno ci mette in mezzo anche la Chiesa: i nostri trisavoli non facevano il bagno – si legge qua e là – perché la proverbiale sessuofobia cattolica imponeva ai fedeli di evitare le vasche da bagno, notorie occasioni prossime di peccato.

Beh, beh.
C’è un fondo di verità in tutte queste dicerie, ma c’è anche qualcosa da precisare meglio. Cerchiamo di scendere un po’ più nei dettagli.

***

Che nel Medio Evo – secolo buio “per eccellenza” – non ci si lavasse affatto, è cosa che non corrisponde al vero.
Erano spariti gli impianti termali così cari alla cultura romana: questo sì. Non che tutti quanti i Romani avessero indiscriminatamente l’abitudine di andare alle terme con regolarità; purtuttavia, è anche vero che le terme, nell’Antica Roma, erano diffusissime, aperte pressoché a chiunque, e “culturalmente” accettate senza nemmeno battere ciglio. Nessun romano sano di mente si sarebbe mai sognato di dire che andare alle terme era, in sé e per sé, qualcosa di disdicevole, da evitarsi.

…e in effetti quest’attitudine rimane anche nei secoli a venire, eh!
Davvero!
Cambiano le modalità con cui si ha accesso all’acqua calda… ma non è che l’abitudine di farsi, di tanto in tanto, un bel bagno caldo scompaia improvvisamente col crollo dell’Impero Romano. In questo articolo, la sempre ottima Mercuriade de Il Palazzo di Sichelgaita ci offre un lungo ed interessante excursus su quelle che erano, in buona sostanza, le “eredi morali” degli stabilimenti termali romani: le stufe medievali.

Scatto rubato al (bel) telefilm "Vikings", per mostrare re Ecgbehrt del Wessex offrire un bagno caldo ai suoi alleati (ca. 800 d.C.)

Scatto rubato al (bel) telefilm “Vikings”, per mostrare re Ecgbehrt del Wessex offrire un bagno caldo ai suoi alleati (ca. 800 d.C.)

Dicasi “stufa” una grossa sala, inizialmente collocata nei grandi castelli, vicino alle cucine, dotata di grosse tinozze (o piccole piscinette) che, all’occorrenza, potevano essere riempite d’acqua calda, spesso profumata con essenze, petali di rosa, e quant’altro. I nobili (e, in generale, chiunque poteva permetterselo) amavano immergersi in queste vasche e galleggiare quietamente a mollo nell’acqua calda, talvolta circondati da parenti e amici. Né più né meno come accadeva in età romana, il bagno caldo diventava spesso l’occasione di vivere momenti conviviali con alleati, vassalli, servitori, ospiti in visita; e così, ad esempio, non ci deve stupire sapere che Carlo Magno “aveva l’abitudine di invitare al bagno non solo i suoi figli ma anche nobili e amici, e, di tanto in tanto, persino sottoposti e guardie”.

I Crociati di ritorno dalla Terra Santa tornarono in patria magnificando i grandiosi hammam che avevano visto in Oriente, e questa esperienza fu lo sprone per creare anche in Europa qualcosa di simile, ovverosia stabilimenti in cui fosse possibile a chiunque – e non solo ai ricconi – avere accesso a salutare un bagno caldo. Nascevano così le stufe propriamente dette, ovverosia grossi stabilimenti in cui – previa il pagamento di una tariffa piuttosto accessibile – chiunque poteva avere accesso a un momento di… tiepido relax.

Due rispettabili signori (non necessariamente marito e moglie) si godono un bagno caldo, in una miniatura fiamminga del 1275

Ecco, appunto: chiunque.
Il problema è proprio questo: chiunque poteva avere accesso alle stufe, e immergersi – completamente nudo – in grossi vasconi progettati per accogliere decine di persone, maschi e femmine contemporaneamente.
Non è che le stufe fossero dei bordelli, eh! Noi inorridiremmo all’idea di un padre di famiglia che in pausa pranzo va a farsi un bagno in una piscina pubblica circondato da donne completamente nude, ma, nel Medio Evo, la sensibilità era differenze, e il senso del pudore era molto diverso da quello che abbiamo noi moderni.
(Del resto, come faceva notare Mercuriade nel suo articolo, un san Francesco ha avuto la bella pensata di denudarsi di fronte al suo vescovo, e, tutto sommato, non è stato linciato dalla folla; oggigiorno, quelle che si denudano di fronte ai vescovi sono le Femen, e non è che siano molto ben viste culturalmente…).

 Ecco invece due monachelli che - come dire - se ne approfittano un po' troppo, in un codice miniato boemo (1490-1510 ca.)

Ecco invece due monachelli che – come dire – se ne approfittano un po’ troppo, in un codice miniato boemo (1490-1510 ca.)

Quindi: nel pieno Medio Evo, la gente aveva l’abitudine (o quantomeno la possibilità) di godersi un bel bagno caldo nelle cosiddette “stufe”… e non è che la Chiesa avesse niente in contrario!
Sì, c’era gente nuda immersa nella stessa vasca… ma in fin dei conti anche oggi, in spiaggia, c’è gente “in biancheria intima” immersa nella stessa acqua: non è che la Chiesa (o la morale comune) ci vedesse niente di male.
Certo: poteva capitare che, in alcune stufe, la situazione degenerasse. Anzi: a dirla tutta capitava con una certa frequenza che, in certe stufe “malfamate”, poste magari in quartieri periferici, il proprietario dello stabilimento offrisse ai suoi clienti alcuni servizi extra, generalmente affidati a signorine nude e piacenti che si mettevano a disposizione di chi le desiderava.
Era una degenerazione abbastanza comune (…del resto, il contesto invogliava…), ma, appunto, una degenerazione. Bastava evitare con cura certi ambienti, e niente avrebbe impedito di godersi un bel bagno, in maniera del tutto rispettabile.

A far cadere in disgrazia l’abitudine dei bagni comuni, in effetti, non è stata Santa Madre Chiesa, come spesso si legge in giro.
È stata la Scienza Medica.

Verso la metà del Trecento, durante la grande epidemia di peste passata alla Storia come “Morte Nera”, i medici cominciano a suggerire che, forse forse, vista la situazione, è meglio evitare di andarsi a immergere in catini d’acqua dove, prima di te, è entrato chissà chi altri.
L’epidemia si conclude, ma nei decenni successivi ne arrivano altre, ad ondate; con la scoperta dell’America, si aggiunge la piaga della sifilide (che a noi, adesso, può anche far ridere, come cosa… ma la sifilide è una malattia spaventosa, se non viene curata in tempo. E all’inizio non era mica chiaro il mezzo di trasmissione: la sifilide faceva ancor più paura della peste, sotto certi punti di vista).

Insomma: la situazione sanitaria è quella che è; e, negli ultimi secoli del Medio Evo, la popolazione comincia a introiettare questo concetto: fare il bagno è pericoloso.
Rincara la dose la scienza medica: a contatto con l’acqua – spiegano i medici, terrorizzati – i pori si dilatano per effetto del vapore. Il che, in effetti, è vero.
Quello che non è affatto vero è lo step successivo: nel momento in cui i pori sono dilatati, il corpo è più esposto alla penetrazione di agenti patogeni; ergo, ci si ammala più facilmente; ergo, fare il bagno è pericoloso.

Una scena così - dipinta in un libro delle ore tardoquattrocentesco - non l'avremmo vista più, di lì a pochi anni.

Una scena così – dipinta in un libro delle ore tardoquattrocentesco – non l’avremmo vista più, di lì a pochi anni.

Tra la fine del Medio Evo e l’inizio dell’Età Moderna, scompare la consuetudine di rilassarsi nelle stufe, ma scompare anche l’abitudine di bagnarsi in generale.
Immergersi nell’acqua di mare o di fiume (prima, pratica assolutamente diffusa) comincia a sembrare un’imprudenza bella e buona. Prendersi la briga di togliersi i vestiti, infilarsi in una tinozza, e farsi versare addosso acqua più o meno calda comincia ad apparire una inutile tortura, oltretutto dannosa per il corpo: il bagno, ormai, viene visto come una pratica pericolosa da svolgersi solo sotto stretto controllo medico, per curare determinate patologie.
Solo le mani continuano ad essere lavate con acqua corrente (…possibilmente miscelata con aceto o olii essenziali, per renderla un po’ meno mortifera); per tutto il resto del corpo, si preferisce una igiene quotidiana fatta di “lavaggi a secco”: frizionamento del corpo con ciprie profumate, panni appena appena inumiditi di profumo,  spugnette utilizzate per assorbire il sudore…

Detto ciò, poteva capitare che la gente si incipriasse ogni giorno il sedere (aehm) ma andasse avanti tutta la vita senza mai farsi un bagno. La sola idea ci ripugna, ma così stanno le cose – e ripeto: non c’entra la sessuofobia clericale (…per quanto, nel corso dei secoli, cambi il concetto di “pudore cristiano”: la Chiesa della Controriforma certamente non avrebbe accettato l’idea antica di “stufa medievale”. Ma fosse stato solo un problema di pudore, la gente avrebbe potuto continuare a farsi il bagno da solo per i fatti suoi, come facciamo ancora oggi).
No: la Chiesa non c’entra (quasi) per niente.
A monte dell’inquietante situazione appena descritta, non c’era la sessuofobia clericale; c’era l’idrofobia della scienza medica.

L’unica cosa positiva di questa situazione (…se proprio vogliamo trovare qualcosa di positivo in questo schifo…) è che, in un contesto in cui la gente campa sessant’anni senza mai mettere piede in una vasca da bagno, diventa quantomeno prassi comune quella di cambiarsi frequentemente la biancheria. (Eh beh).

Per chi aveva la possibilità di avere un cambio di biancheria, comincia a farsi strada l’abitudine di curare la propria igiene con frequenti cambi d’abito.
Del resto, la biancheria assorbe il sudore: se io mi tolgo la biancheria, la mando a lavare, mi friziono il corpo con una spugnetta, e poi mi infilo una canottiera nuova, sono a posto, no? Sono lindo e profumato, no?
(No?)

Leonardo

Una riproduzione (in vedita su Etsy) dell’abito indossato dalla “Belle Ferronnière” ritratta da Leonardo. Un sacco di biancheria a vista!

Appaiono in questo contesto bizzarre pratiche penitenziali “a scopo fioretto” che consistono nel… non cambiarsi le mutande per tot. mesi (aehm), e appare in questo contesto anche la moda, arrivata fin quasi ai nostri giorni, di avere biancheria intima solo e rigorosamente bianca.
In una situazione in cui tanto più sei pulito quanto più è pulita la tua biancheria, diventa imperativo – soprattutto per i ricchi – dimostrare che il loro intimo è candido, immacolato, lavato di recente, e indossato da pochissimo. Ergo: la biancheria dev’essere candida – e se, ovviamente, nessuno ti solleverà la gonna per vedere se hai le mutande gialline, la moda rinascimentale ti permette comunque di ostentare il candore della tua lingerie facendola spuntare ad arte attraverso il corsetto allacciato “largo”, o attraverso strategici tagli sulle maniche dei vestiti.

Bisognerà aspettare fino alla fine del Settecento, prima che, tra le élite illuministe, si imponga la moda (ma all’inizio è proprio solo una moda!) di tornare a fare il bagno.
Che comunque non è il bagno come lo intendiamo oggi: si tratta di veloci immersioni in acqua fredda (…o anche proprio ghiacciata) effettuate con lo scopo primario di tonificare l’organismo (più ancora che pulire il corpo).

Certo: dai bagni gelati degli Illuministi ai bagni “normali” dei nostri bisnonni, il passo è relativamente breve. Eppure, non è che la ricezione della pratica sia stata così indolore: nel gustosissimo saggio Vita di casa, Raffaella Sarti fa notare come, all’inizio dell’800, solo un terzo dei palazzi nobiliari di nuova costruzione fosse dotato di un locale atto ad ospitare la vasca da bagno (e sottolineo il concetto “palazzi di nuova costruzione”: quindi non si trattava di adattare locali già esistenti e non predisposti all’uso).
C’era ancora molto scetticismo circa la bontà di farsi bagni frequenti, e in effetti posso capirlo: a tutti i pregiudizi che si erano sedimentati nel corso dei secoli si aggiungevano anche oggettive scomodità di natura pratica. Un conto è aprire la manopola ed essere sommersi da un getto ininterrotto di acqua calda; un conto è farsi scaldare sul fuoco tinozze d’acqua, aspettare che l’acqua raggiunga la giusta temperatura nella vasca da bagno, far tutto in fretta prima che l’acqua si raffreddi troppo…
Persino per i ricchi che avevano servitù a loro disposizione (e quindi, non dovevano far altro che immergersi nella vasca al momento buono), l’idea di fare il bagno poteva essere tutto fuorché rilassante.

Ci volevano ancora le condutture d’acqua corrente e uno scaldabagno in ogni casa, prima rendere il bagno quella pratica gradevole e quotidiana che è (…o dovrebbe essere) per noi cittadini del nuovo millennio…

Uomini del 2000! Prendete esempio da Lady Cora di "Downton Abbey", che, con grande sprezzo del pericolo, si diletta in frequenti bagni caldi, negli anni '10 del '900!

Uomini del 2000! Prendete esempio da Lady Cora di “Downton Abbey”, che, con sprezzo del pericolo, si diletta in frequenti bagni caldi, negli anni ’10 del ‘900!

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Di come i Domenicani (…violando il decalogo…) ridarono la vista ai ciechi

Se fra’ Alessandro della Spina O.P. fosse stato più onesto, la storia dei ciecati, con ogni probabilità, sarebbe andata diversamente. Purtroppo o per fortuna, il pio domenicano adottava un’interpretazione alquanto elastica del comandamento “non rubare”… e fu così che (grazie a un vero e proprio furto intellettuale!) gli Italiani poterono avvalersi – primi in tutto il mondo – di una straordinaria invenzione destinata a cambiare le vite di molti.
Perché… che incubo doveva essere, scoprirsi miopi, prima che qualcuno inventasse gli occhiali?

Conrad_von_Soest,_'Brillenapostel'_(1403)

È guardacaso un altro frate domenicano, tal Giordano da Pisa, a darci una delle prime testimonianze sull’invenzione degli occhiali. Siamo nel 1305, e fra’ Giordano (peraltro, un Beato), esclama con orgoglio, predicando nella chiesa di Santa Maria Novella:

non è ancora vent’anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali che fanno vedere bene, ch’è una delle migliori arti e de le più necessarie che ‘l mondo abbia, e è così poco che ssi trovò: arte novella, che mmai non fu. […] Io vidi colui che prima la trovò e fece, e favellaigli.

Che fra’ Giordano abbia incontrato colui che prima la trovò, è informazione di cui mi permetto di dubitare… ma è certamente assai probabile che abbia lungamente favellato con il confratello che (non per primo, ma per secondo) si diede alla produzione delle lenti da vista: effettivamente, viveva nello stesso convento di fra’ Giordano anche il religioso cui, tradizionalmente, si attribuisce l’invenzione.
Frate Alessandro della Spina (questo il suo nome) era – come recita il suo necrologio nella Chronica Antiqua del convento di Santa Caterina a Pisa – un “uomo buono e modesto”, “in grado di riprodurre tutto quello che vedeva”.
Un’abilità indubbiamente molto utile… sennonché, ai maligni verrebbe da pensare che fra’ Alessandro si sia lasciato un po’ prendere la mano, nel momento in cui – come candidamente ci informa il suo necrologio –

cominciò a fabbricare gli occhiali, inventati inizialmente da un altro, che però non voleva comunicare il segreto [della loro manifattura]. Alessandro invece, ben lieto e disponibilissimo, insegnò a tutti il modo di costruire gli occhiali.

Ehm.

Il “vero” inventore degli occhiali – quello che ebbe la sventura di imbattersi in fra’ Alessandro – era, con ogni probabilità, un mercante laico.
Per molti secoli, la storiografia è stata convinta di averlo identificato in tal Salvino degli Armati, erede di una storica famiglia fiorentina. Moderne ricerche hanno in realtà dimostrato che questo Salvino non è mai esistito (o, se mai è esistito, sicuramente non ha inventato gli occhiali). La vera identità del benefico inventore sembra destinata a restare avvolta nel mistero; per quanto ne sappiamo, potrebbe anche esser stato un Veneziano, con cui fra’ Alessandro era venuto in contatto per chissà quale ragione. Sembra infatti appurato che, a fine ‘200, esistessero a Murano alcune fornaci dedite alla fabbricazione di lenti da vista; la Serenissima custodiva gelosamente il segreto della loro manifattura.

In ogni caso: sembra ragionevole ipotizzare che l’inventore degli occhiali fosse comunque un laico – probabilmente un grande mercante, o un artigiano particolarmente abile.
Chiunque egli fosse, con ogni probabilità intendeva trarre un buon guadagno dalla sua invenzione, differenziandosi in ciò dal pio fra’ Alessandro, che (vincolato dal voto di povertà, e, comunque, mantenuto dal suo convento) non aveva desiderio alcuno di arrichirsi.
Possiamo, forse, spingerci a immaginare che il commerciante laico adottasse prezzi da monopolio, giudicati immorali dal religioso domenicano. O, forse, questa è solo una mia congettura, e fra’ Alessandro non si era proprio posto il minimo problema: fatto sta che, dopo esser venuto in possesso di un paio di occhiali, il religioso riuscì a intuire la loro tecnica di fabbricazione.

Eravamo nella Pisa di fine ‘200, e gli uffici brevetti non esistevano ancora. Forti della scoperta del loro confratello, i Domenicani cominciarono a produrre i primi occhiali, rivendendoli a prezzi effettivamente generosi.
Nell’arco di poco tempo, avevano impiantato un vero e proprio laboratorio artigiano in uno dei loro conventi fiorentini, dandosi alla lavorazione delle lenti da presbite (quelle per correggere la miopia, di realizzazione più complessa, vengono inventate solo alla metà del XV secolo).

Giacché i Domenicani erano così generosi da condividere con chiunque la tecnica manifatturiera, Firenze si trasformò in poco tempo nell’indiscussa “capitale degli occhiali”, soppiantando di larga misura persino la Serenissima. Vi basti pensare a questa notizia: verso la metà del ‘400, gli Sforza ordinavano presso una bottega fiorentina oltre trecento paia di occhiali da destinare al proprio entourage. La richiesta fu evasa nell’arco di quindici giorni (io ho acquistato da siti di e-commerce che hanno tempi di spedizione più lunghi…), lasciandoci supporre che, entro quella data, si fossero sviluppate a Firenze botteghe specializzate che disponevano di prodotti già pronti, con lenti graduate che aspettavano solo di essere unite alla montatura. ‘nsomma: come succede oggi, né più né meno.

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Io, evidentemente, non me ne intendo di ottica, ma i libri che ho consultato per questo post mi assicurano che l’invenzione degli occhiali fu una vera e propria rivoluzione. L’uomo conosceva già da un (bel) po’ l’esistenza delle lenti di ingrandimento – e sicuramente quelle costituivano già un grosso aiuto, per tutti coloro che avevano problemi di vista.
Però, le lenti d’ingrandimento costituivano un aiuto “solo” perché aumentano artificialmente la dimensione dell’oggetto. Tutt’altra cosa sono le lenti da vista, biconvesse, che formano “un tutt’uno” con l’occhio del presbite, compensando l’insufficiente convessità del suo cristallino. Se la lente d’ingrandimento, appoggiata su un libro, ingrandisce i caratteri e anche tutto il resto, la lente da vista permette di vedere gli oggetti, più distintamente di prima, ma nella loro dimensione reale. E, se permettete, questa sì che è una rivoluzione!

San MarcoSolo un’altra rivoluzione doveva ancora irrompere nella Storia degli occhiali: l’invenzione delle stanghette. Inizialmente, gli occhiali si avvicinavano agli occhi tenendoli in mano mediante un lungo manico laterale, alla stessa maniera in cui noi teniamo in mano certe maschere di Carnevale: molto elegante e stiloso… ma un po’ scomodo. In alternativa, gli occhiali venivano fissati all’attaccatura del naso, tecnica che però finiva con l’ostacolare la respirazione dando una perenne sensazione di “naso chiuso”.
Ai miopi e ai presbiti toccò aspettare il ‘700, prima che gli occhiali assumessero un aspetto simile a quello moderno: inizialmente, fissati alla testa mediante un nastro che avvolgeva le tempie e si legava dietro alla nuca; infine, “ancorati” alle orecchie mediante apposite stanghette.

eyeglasses-historyInsomma, c’era ancora una lunga strada da fare, prima di arrivare ai nostri occhiali moderni… però, nel pieno Medioevo, grandi passi avanti erano già stati fatti, per la gioia di tutti i ciecati d’Italia.
E tutto ciò, grazie all’ingegno e alla generosità di un fraticello molto, molto speciale…

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Le cinque devozioni romane che non puoi perderti (se stai organizzando un viaggio a Roma)

E poi arriva il giorno in cui ti sorprendi a pensare “beh, perché non scrivere un post con qualche suggerimento un po’ sui generis, per tutti quelli che fossero in procinto di andare a Roma per il giubileo?”. E già solo il pensiero basta a lasciarti tramortita: saresti dunque capace di dare suggerimenti a quelli che stanno progettando un viaggio a Roma? Tu, che fino a qualche mese fa avresti a malapena saputo dire “mi risulta che a Roma ci sia un aggeggio che si chiama Colosseo?”.

Aehm: apparentemente, sì. Complici le mie trasferte di lavoro nell’Urbe, sto pian piano cominciando a farmi una piccola cultura sulla storia della città dei Papi. I romani de Roma che mi stanno leggendo ne sapranno, certamente, molto più di me, e di sicuro non sono nelle condizioni di improvvisarmi guida turistica… purtuttavia, penso proprio che lo farò lo stesso (aehm), foss’anche solo per dare un senso a tutti i libri che ho compulsivamente acquistato saccheggiando la Libreria Vaticana.
In fin dei conti… è anno giubilare, l’estate è alle porte, via della Conciliazione è tutto un viavai di pellegrini che arrivano a Roma da ogni angolo del mondo… chi lo sa: magari, anche qualcuno dei miei lettori sta progettando un viaggio verso la capitale.
E chi lo sa: magari, qualche consiglio potrebbe essere gradito.

Naturalmente i miei sono consigli un po’ sui generis. Ad esempio, questo post si rivolge a tutti quei pellegrini che raggiungeranno Roma per un viaggio di devozione… e che potrebbero forse divertirsi ad inserire nel loro programma qualche tappa all’insegna delle più antiche devozioni capitoline.

Sì, perché… le devozioni sono più o meno le stesse in tutta la cattolicità, e fin qui ci siamo, ma è innegabile che ogni città abbia le “sue” devozioni, amate e seguite in maniera tutta speciale.
E dunque: cosa dovrebbe fare un turista-pellegrino intenzionato a scoprire Roma… attraverso le devozioni più caratteristiche della Città Eterna?

Visita le catacombe

Catacombe romane - immagine da Internet

Catacombe romane – immagine da Internet

Nel momento in cui smettono di essere usate a scopi pratici (e siamo attorno al V secolo d.C.), le catacombe romane sprofondano nell’oblio. La Roma medievale aveva completamente dimenticato l’ubicazione dei suoi cimiteri sotterranei (con l’unica, parziale, eccezione, della catacomba di S. Sebastiano). A dirla tutta, a malapena conservava il ricordo della loro stessa esistenza.
È solamente a partire dal ‘500 che le catacombe – riscoperte quasi per caso – cominciano ad essere esplorate, studiate, valorizzate… e, pian piano, parzialmente riaperte al pubblico.

Pubblico che risponde con un entusiasmo travolgente!

La possibilità di penetrare in quei luoghi (proprio in quei luoghi esatti!) in cui avevano riposato i resti dei primi martiri cristiani, è un qualcosa che fa tremar le vene e i polsi, alla moltitudine dei fedeli e dei pellegrini.
Già prima della riscoperta delle catacombe, esisteva, nella devozione popolare, un topos per cui Roma sarebbe la Città Santa “per eccellenza” grazie allo straordinario numero di martirii che hanno avuto luogo entro le sue mura. La Roma pagana era diventata Città Santa proprio in virtù del sangue con cui i martiri avevano irrorato la sua terra, rendendola diversa (e prediletta a Dio) più di qualsiasi altro luogo al mondo.
In tal senso, era citato a più riprese un famoso episodio della vita di Pio V, in cui il papa lombardo, appena salito al soglio pontificio, prendendo in mano una zolla della terra romana, l’avrebbe miracolosamente vista sanguinare.

Ecco: dati questi presupposti, immaginate l’effetto dirompente che dovette avere sui fedeli la riscoperta delle catacombe. La riscoperta cioè di quei luoghi precisi esatti in cui il sangue dei martiri si era depositato!
Per i pellegrini, entrare nelle catacombe era come entrare in un sancta sanctorum: era come immergersi all’interno del germe che, pian piano, aveva portato alla sacralizzazione di tutta Roma.

Se volete anche voi sperimentare questa antica devozione, organizzate una visita ad una delle catacombe!
È una informazione che vi do come atto di fede, nel senso che io personalmente non ho ancora fatto l’esperienza, ma mi dicono dalla regia che molte catacombe romane sono tranquillamente aperte al pubblico (e, a quanto pare, valgono la visita).
Mi dicono anche la “migliore” sarebbe la catacomba di S. Callisto, molto decentrata rispetto a Roma-centro, ma con un bonus non da poco: (a quanto pare), è possibile dirci Messa.

Venera Maria ammirando “le Madonnelle”

Una caratteristica Madonnella - immagine da Internet

Una caratteristica Madonnella – immagine da Internet

Ok: devo ancora trovare una città a forte impronta cattolica che, nei secoli, non abbia mai sviluppato una qualche devozione verso la Madonna. Però, è impressionante la connotazione fortissimamente mariana assunta da Roma, soprattutto a partire da metà ‘500. Con ogni probabilità, la tempistica non è casuale: la promozione del culto mariano aveva anche (…soprattutto?) una funzione anti-protestante, quantomai importante negli anni della Controriforma.
Sì, insomma: tutti i Cattolici amano Maria; ma che la “capitale della cattolicità” la amasse con particolar vigore era un messaggio molto forte da indirizzare alle Chiese riformate.

Tra i segni più caratteristici di questa devozione vi è la nascita e la diffusione delle cosiddette “Madonnelle”.
Dicasi “Madonnelle” delle piccole (…ma a volte, pure grosse, in realtà!) edicole sacre dedicate a Maria, e poste – letteralmente – a ogni angolo della strada.
No, sul serio: il viaggiatore che visita Roma per la prima volta in vita sua sarà probabilmente stupito nel notare la moltitudine di edicole sacre che spuntano come funghi, nei posti più inaspettati, ai cantoni delle strade, a mo’ di protezione celeste per quel palazzo, quell’incrocio, quello scorcio di quartiere.

La cosa più interessante di queste edicole mariane è che le “Madonnelle” non stanno lì ferme e buone. Spesso e volentieri si muovono. Fanno cose.
Nel senso che la devozione popolare dei Romani è piena di aneddoti in cui le Madonnelle hanno dato segni, operato miracoli, dispensato particolari grazie.
Un episodio significativo della Storia romana (e, badate bene: non solo della Storia religiosa romana) si è avuto, ad esempio, negli anni ’90 del ‘700. Di fronte alla minaccia della conquista della città da parte delle truppe francesi, le Madonnelle – così racconta la cronaca di quei giorni – avevano cominciato ad operare una sorprendente quantità di prodigi: lacrimavano, sollevavano gli occhi al cielo e poi li posavano sui passanti, come a preannunciare grandi sciagure alla città di Roma. Embeh – a fronte di questi segni si sviluppò a Roma un curioso movimento denominato Viva Maria!: un singolare mix di devozione mariana e di resistenza anti-napoleonica, religioso e politico allo stesso tempo. Perché… Maria vult!

Se volete anche voi sperimentare questa antica devozione, non dovete in effetti fare un granché: basta passeggiare per il centro di Roma tendendo il naso all’insù, e di Madonnelle ne incontrate ovunque.
Per chi volesse lanciarsi in passeggiate più mirate, segnalo, sul sito della diocesi di Roma, una pagina dalla grafica altamente perfettibile che fornisce tantissime informazioni su queste edicole sacre, suggerendo anche percorsi “ad hoc” alla loro scoperta.

Adora Gesù Sacramentato (possibilmente, by night)

Una installazione di Bernini durante le Quarantore presso la Cappella Paolina - immagine da Internet

Una installazione di Bernini durante le Quarantore presso la Cappella Paolina – immagine da Internet

Anche qui: non è che la pratica delle Quarantore sia una prerogativa di Roma e basta. Anzi: è diffusa in tutta la cristianità, l’abitudine di adorare il Santissimo, ininterrottamente, per quaranta ore consecutive, a ricordo delle quaranta ore che Cristo ha trascorso nel sepolcro, prima della sua resurrezione.
A Roma, la pratica viene introdotta nel corso del ‘500 dai frati cappuccini; San Filippo Neri la propaga con particolare successo, e anche i Gesuiti ci mettono del loro per rendere la devozione sempre più popolare.

Ma, rispetto a quanto accadeva nelle varie città del mondo cattolico, a Roma succede una cosa straordinaria e sorprendente: l’adorazione eucaristica ininterrotta prende piede con particolar vigore.
Sarà che, a Roma, di chiese ce ne son tante; sarà che, a Roma, ce ne son tanti anche di fedeli. Sarà che Roma non è una città come le altre… sarà per tutto questo, ma siamo di fronte a un dato di fatto: per tutto il corso dell’età moderna, Roma è stata teatro di una adorazione eucaristica perpetua durata secoli, attraverso le esposizioni del Santissimo operate, praticamente ogni giorno e ogni notte, ora nell’una e ora nell’altra chiesa della città.
Propagata capillarmente dalle confraternite nei vari rioni della capitale, l’adorazione del Santissimo era, peraltro, una cerimonia fortemente suggestiva (di sicuro, molto più teatrale di quanto non lo sia ai nostri giorni). L’adorazione eucaristica – che si svolgeva per la maggior parte del tempo nelle ore notturne – era spesso accompagnata da vere e proprie scenografie di luci e suoni, che accentuavano gli aspetti “emotivi” di questa pia pratica.
Nel 1628, ad esempio, una macchina allestita a S. Pietro da Bernini illuminava il Santissimo con più di duemila lumi, contrapponendolo all’oscurità in cui erano immerse le folle dei devoti. Uno spettacolo maestoso, suggestivo, e carico di pathos allo stesso tempo!

Se volete anche voi sperimentare questa antica devozione, “contentatevi” di una sobria adorazione eucaristica in stile “nuovo millennio”, e rivolgetevi ad una delle chiese che, ancor oggi, portano avanti questa pia pratica.
Io ho scoperto l’esistenza di una adorazione eucaristica perpetua, 24h/24, nella (bellissima) basilica di Sant’Anastasia al Palatino, ma leggo che iniziative analoghe sono attive anche in due chiese in zona EUR (e, con ogni probabilità, anche in altre che non conosco).

Bevi acqua miracolosa

Un... "sacerdote-barman" riempie bicchierini di acqua miracolosa - immagine da Internet

Un… “sacerdote-barman” riempie bicchierini di acqua miracolosa – immagine da Internet

Visti i prezzi raggiunti dalle bottigliette d’acqua minerale nei bar di Roma centro (3,50 per mezzo litro di tè al limone la settimana scorsa!!! E – per dire – non ero manco al Colosseo!!!), non stupisce che abbia preso piede, nella religiosità popolare romana, la pia pratica di abbeverarsi a fonti d’acqua (che si dice) miracolosa.
Quantomeno, l’acqua miracolosa te la danno gratis!

Ebbene sì. Nel corso degli ultimi decenni, la devozione è andata via via scemando (…e per fortuna: nel senso che, in molti casi, eravamo di fronte a superstizione bella e buona, più che a sincera religiosità).
Eppure, nei secoli passati, era convinzione diffusa che, nelle vicinanze (o proprio all’interno!) di determinate chiese romane sgorgassero fonti miracolose di acqua “benedetta”, dotata di poteri straordinari e taumaturgici. I pellegrini erano capaci di camminare ore e ore sotto il sole, pur di raggiungere la chiesa X e lì abbeverarsi alla fonte “santa”. Spesso e volentieri, conservavano un po’ dell’acqua in una borraccia e poi la portavano a casa a parenti e amici, in maniera non dissimile dal modo in cui noi conserviamo, e regaliamo, l’acqua di Lourdes.

Erano molti i luoghi preposti a tale… pellegrinaggio idrofilo. Ad esempio, acqua benedetta era distribuita nella chiesa di Maria Maddalena (un piccolo gioiellino barocco che mi sembra meno noto di quanto meriti). I Camilliani – che ancor oggi custodiscono la chiesa – avevano l’abitudine di “omaggiare” i pellegrini con piccole boccette d’acqua, nella quale era stato sciolto un pizzico di polvere proveniente dalla tomba del loro santo fondatore.
Vere e proprie vasche (!) piene d’acqua erano invece allestite presso l’Abbazia delle Tre Fontane, luogo in cui – secondo una tradizione – sarebbe stato decapitato l’apostolo san Paolo. (Dico “sarebbe”, usando il condizionale, perché un’altra tradizione lo vuole decapitato nello stesso luogo della sua sepoltura, a San Paolo fuori le mura).
Embeh: secondo la tradizione che propende per una decapitazione abbaziale, la testa di San Paolo, mozzata, avrebbe rimbalzato per tre volte sulla dura pietra del patibolo (toppete! Toppete! Toppete!)… e, ad ogni rimbalzo, avrebbe fatto miracolosamente scaturire tre fonti d’acqua miracolosa: una fredda, una calda, e una tiepida. Fonti che, per l’appunto, hanno fatto bella mostra di sé per lungo tempo, nell’abbazia che deve a loro il suo stesso nome.
Altra acqua miracolosa (anzi: in questo caso, specificatamente taumaturgica) si riteneva zampillasse nel bel mezzo del presbiterio della chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, dove adesso l’acqua non zampilla più… ma dove si vedono ancor ora i resti del pozzo “miracoloso”.
E, a proposito di pozzi, i pellegrini diretti a Roma erano stra-convinti di poter trarre giovamento fisico e spirituale anche da un fonte d’acqua… che spunta nel bel mezzo del quartiere Parioli, senza il minimo collegamento con qualsivoglia luogo di culto (!). Sto parlando dell’acqua che sgorga(va) dalla Fontana dell’Acqua Acetosa, un bel monumento molto scenografico che viene spesso attribuito al Bernini.
Sarà per il gusto molto particolare (…acetoso, per l’appunto), ma il popolino si era convinto che l’acqua dei Parioli fosse una specie di panacea per tutti i mali, dotata di poteri miracolosi attribuiteli, chissà perché, dal Dio benigno.
Il “mito” dell’acqua acetosa, sfumato ormai dalla religiosità alla più pura superstizione, rimane in vita fino agli anni ’50 del ‘900, quando la fontana pariolina – aehm – viene chiusa, perché l’acqua che vi sgorga viene giudicata – aehm – non potabile (!)
Oggigiorno la fontana è stata riaperta, alimentata però da normale acqua proveniente dall’acquedotto comunale. Ahinoi: la miracolosità dell’acqua acetosa, se mai esistita, si è persa per sempre!

Se volete anche voi sperimentare questa antica devozione, fate un salto nell’unica chiesa che, a mia scienza, ha ancor oggi un “rubinetto” di acqua “specialissima”: è la chiesa di Santa Maria in Via, non lontana dalla Fontana di Trevi.
Per una strana vicenda idraulico-mariana (troppo bizzarra per esser riassunta in due righe, nel senso che si meriterà un post a sé stante) la chiesa sorge sul luogo in cui, a metà ‘200, la Madonna mostrò la sua volontà di veder costruito un tempio a lei dedicato. Tale volontà si manifestò, appunto, attraverso un miracoloso zampillare d’acqua… che zampilla ancor oggi, a pro’ dei devoti.
Ebbene sì: in una delle cappelle laterali della chiesa, esiste ancor oggi un vero e proprio rubinetto dal quale fuoriesce l’acqua “mariana”. Io stessa ho visto diversi fedeli che si mettevano in coda con le loro belle bottigliette, da riempire e da portare a casa a parenti e amici.
Bizzaro, ma… perché no?

Rendi onore alla “tua” confraternita

Processione di una confraternita romana - immagine da Internet

Processione di una confraternita romana – immagine da Internet

Anche qui: non è che Roma sia l’unica città ad avere (o aver avuto) un bel numero di confraternite. Nel corso del Due-Trecento, nel pieno vigore del Medioevo comunale, di confraternite laicali ne nascono un po’ dappertutto.
La prima confraternita romana nasce nel 1264, e fin lì non ci sarebbe niente di strano (se non, forse, il bizzarro nome scelto dai confratelli: i Raccomandati della Madonna S. Maria. LOL!). Semmai, la cosa singolare, a Roma, è la straordinaria quantità di confraternite che nascono col passar del tempo: alle “semplici” confraternite laicali nate con scopi di culto o di assistenza, si affiancano, col passar degli anni, confraternite sempre più specializzate, volte ad accogliere tutti i fedeli accomunati da una certa caratteristica.
È il caso, ad esempio, delle confraternite professionali, nelle quali si aggregavano cioè tutti i cittadini che praticavano un certo mestiere (palafrenieri, fornai, orefici, agricoltori, sellai… e molti, moltissimi altri). Ma il fenomeno secondo me più interessante è quello delle confraternite nazionali, che radunano cioè gli expat provenienti da una determinata area geografica. I primi stranieri a congregarsi in una associazione di questo tipo sono, nel 1444, i Fiamminghi; seguono a ruota Francesi, Spagnoli, Portoghesi, e poi – per rimanere nel nostro piccolo orticello – Piemontesi, Lombardi, Napoletani, Genovesi…

Non è da trascurare il ruolo svolto, nel corso dei secoli, da queste confraternite nazionali. Al di là delle attività più strettamente devozionali e/o caritative, questi gruppi di fedeli avevano, nel loro piccolo, una vera e propria funzione di integrazione, di inclusione sociale.
L’immigrato che raggiungeva Roma proveniente da un Paese estero non si trovava abbandonato a se stesso, in balia di una città tentacolare piena di incognite: aveva la possibilità di rivolgersi a un gruppo connazionali che lo avrebbero aiutato a integrarsi all’interno della città… ma anche a non perdere, in questo processo di integrazione, la sua individualità.
Nelle grandiosi e solenne processioni organizzate dalle varie confraternite (tutte assieme!) in occasione dei “momenti forti” dell’anno liturgico, una amalgama di popoli differenti si trovava a lavorare, e pregare, fianco a fianco. Tutti uguali ma tutti diversi, i rispettivi gruppi collaboravano anche al fine di instaurare “rapporti di buon vicinato”, tesi al mantenimento della pace all’interno delle mura cittadine… ma anche al di fuori di esse, perché no?
Evidentemente, una “umile” confraternita romana non aveva, da sola, il potere di influenzare la geopolitica internazionale… ma una buona parola qui e là, magari in tempi in cui soffia minaccioso un vento di guerra… Nel loro piccolo, son cose da non sottovalutare!

Se volete anche voi sperimentare questa antica devozione, provate, tanto per cominciare, a visitare la “chiesa nazionale” in cui, tradizionalmente, si riunivano per pregare gli immigrati provenienti dalla vostra stessa area geografica. Una visita alla chiesa dell’Arciconfraternita dei Savojardi e Piemontesi, io, a Roma, non me la sono fatta mancare; allo stesso modo in cui, da pavesina “d’adozione”, quando passo per le vie del centro non manco mai d’entrare nella famosa chiesa di S. Carlo al Corso, tradizionale luogo di ritrovo dei Lombardi.
Le chiese nazionali, a Roma, sono tantissime, e ce n’è almeno una per ogni regione d’Italia. Non sarebbe molto curioso scoprire… qual è la vostra?

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Le dieci strade per la santità (laicale)

Credo di avere buone ragioni per supporre che – se non altro per statistica – la maggior parte dei miei lettori sia composta da fedeli laici. Spero dunque di far cosa gradita nel fornire a questi miei lettori un utile vademecum circa le modalità più semplici con cui diventare santi, (pur) rimanendo nello stato laicale.

Dico “pur”, perché di nuovo mi affido alla cruda statistica: scorrendo le pagine del Martirologio Romano, potremmo notare che i laici costituiscono meno di un decimo di tutti i santi ricordati nel corso dell’anno liturgico. Peggio ancora va per le laiche di sesso femminile: sono appena la metà dei santi laici dotati di cromosoma Y.
Certo: queste percentuali sembrano destinate a cambiare rapidamente. Il concetto di “santità” ha subito nei secoli variazioni significative, ed è noto a tutti come la santità laicale abbia conosciuto una meravigliosa fioritura, in questi ultimi decenni.
Purtuttavia – dati alla mano – un laico che intenda percorrere la strada verso la santità si trova a camminare lungo un percorso relativamente poco battuto, ancora ricco di incognite. Potrebbe essere utile a tutti quanti, no?, un breve vademecum sui modi più popolari per giungere – da laici – alla gloria degli altari.

Il vademecum arriva a voi grazie a un vecchio numero di Rivista Liturgica (2/2004!) interamente dedicato a Santi e santità nel nuovo «Martyrologium Romanum». In particolar modo, ad ispirarmi è stato a un articolo di Valeria Trapani sulla Analisi delle tipologie emergenti guardando a La santità dei laici nel «Martyrologium Romanum».  L’articolo è serio; io lo rielaboro qui nel mio solito stile demenziale, per proporvi, in ordine decrescente, le tecniche più popolari per raggiungere la santità… laicale!

1. Rinuncia a tutto quanto
Mi rendo conto che è un po’ estremo, ma molti santi paiono aver pensato che, così facendo, “si andava sul sicuro”. Effettivamente – potrà stupire, ma è così – la stragrande maggioranza dei santi laici preseti sul martirologio è composta da coloro che, a vario titolo, noi definiremmo “eremiti”. Sì, insomma: gente che, dopo una vita spesso dissoluta e/o colma di agi e di ricchezze, decide di mollare tutto e di dedicarsi interamente a Dio, spesso chiudendosi in una ricercata solitudine che lo porta a separarsi dai suoi affetti… e, in generale, dal resto del mondo.
Che dite: scelta un po’ troppo hardcore? Beh: se vi sentite chiamati ad una vita più “attiva”, potreste sempre tentare la seconda via…

2. Mettiti in politica
Stupisce, vedere così tanti “politicanti” registrati nel martirologio? Ambeh, solo perché siete malpensanti: in realtà, i politici saliti alla gloria degli altari sono un gruppetto abbastanza consistente!
Evidentemente, bisogna chiarire un concetto: fino a qualche decennio fa, la classe politica era composta perlopiù da nobiluomini. Siccome i nobiluomini hanno un cappellano personale (a differenza del boscaiolo tanto buono e pio, che però muore nell’anonimato) è anche abbastanza comprensibile che il martirologio pulluli di santi che, nella vita, hanno fatto politica attiva. (Da un punto di vista numerico – tra i laici – i politicanti sono secondi solo agli eremiti!).
Eppure, a ben vedere, non è neanche così strano che un nobile, un feudatario, un potente signorotto locale, vengano guardati con particolare attenzione da Santa Madre Chiesa. È ovvio che un sovrano veramente santo cercherà in vario modo di “santificare” anche i suoi sudditi – e anche un politico locale (o un signorotto) potranno fare sapiente esercizio di virtù, utilizzando nel giusto modo il potere che è stato dato loro.

Mettersi in campo e lottare per la res publica e il bene comune non è, sotto sotto, una forma di… evangelizzazione?
A dar retta al martirologio, parrebbe proprio di sì!

3. Aspetta che schiatti la moglie
In maniera non molto confortante per noi signore, il terzo gruppo di santi laici in ordine di numero è composto da uomini sposati che, dopo aver vissuto una vita coniugale abbastanza nella norma, decidono – rimasti vedovi – di consacrare al prossimo quel che resta della loro vita.
E quindi, investono le loro ricchezze in opere di carità, aprono le porte dei loro palazzi ai bisognosi in cerca d’asilo… eccetera eccetera eccetera.

4. …oppure, cercatene una veramente, veramente in gamba
È raro trovare un laico che diventa santo grazie al fatto (e non “nonostante al fatto”) di essersi sposato. Per carità: di coniugi Beltrame-Quattrocchi ce ne sono più di un paio, ma diciamo che questo è un modello di santità laicale che ha cominciato ad essere compreso solo in anni molto recenti.
Nei secoli passati, tutt’al più, poteva capitare che il matrimonio venisse inteso come strada per la santità nella misura in cui tu, pio uomo, sposavi una pia donna che guardacaso era anche una ricca ereditiera. La felice combinazione di piitudine e ricchezza permetteva alla famiglia di compiere grandi opere di carità.

Di casi come questi, ce ne sono stati numerosi; per il resto, era invece abbastanza raro che le radici di una santità laicale venissero ricondotte al matrimonio in quanto tale.
Verebbe da dire che noi sposi del 2000 potremmo prenderci come buon proposito quello di invertire la tendenza…

5. Santifica il tuo lavoro
Che, messo così, sembra un concetto molto “opusdeiano”, ma non è che Escrivà si sia inventato niente di sconvolgentemente nuovo, parlando di lavoro come mezzo di santificazione.
Sul versante lavorativo, vale quanto ho appena scritto per la questione matrimoniale: ci sono sicuramente tanti laici di cui ci viene detto che si sono santificati nonostante le distrazioni provocate loro dal lavoro… ma ci sono anche significative eccezioni che ci dimostrano come (anche in epoche assai remote!) Santa Madre Chiesa potesse dare anche valenze molto positive, alla normale vita professionale di un laico.
I politici di cui si parlava al punto 2 si sono santificati – e questo evidente – nel pieno “esercizio delle loro funzioni”. Ma non sono gli unici ad aver vissuto il lavoro come un mezzo per avvicinarsi a Dio. Ad esempio, a inizio ‘200, il beato Pietro da Campi, che commerciava pettini per telai, era noto per l’onestà con cui gestiva la sua attività, esaminando scrupolosamente tutta la sua merce e gettando via, a costo di ingenti perdite, tutta quella che risultava non perfetta al 100%.
Per dire.
Anche questo è un tipo di santità laicale che comincia ad essere apprezzata (in modo numericamente significativo) solo in anni molto recenti: purtuttavia

6. Diventa sposa di Cristo
Esperite le cinque vie più battute che hanno condotto alla santità il maggior numero di laici maschi, esaminiamo ora i suggerimenti di Santa Madre Chiesa per quelle laiche del gentil sesso che sognano d’esser canonizzate.
Per loro, la strada più popolare è quella che parla di castità: consacra a Cristo tutta la tua vita, e diventa una santa vergine.
Anche senza farsi suora! Quello non è necessario (e comunque ti escluderebbe dal novero di “sante laiche”). No: anche restando per i fatti tuoi, in un normalissimo stato laicale, donati interamente a Cristo, e poi continua a farti la tua vita.

È curioso, perché, come notate, l’aspetto della castità non è mai stato determinante per il raggiungimento della santità, da parte di un laico di sesso maschile. I santi maschi sono casti se entrano in convento (e grazie tante), ma non esiste uno “zoccolo duro” di laici che, senza ragioni apparenti, continuano nella loro vita di sempre, dopo un segreto proposito di castità.
Di laiche donne invece sì: è pieno! E questa differenza così macroscopica è anche piuttosto singolare, se vogliamo.

7) Abbandonati alla sindrome della crocerossina
In realtà, a pensarci bene, non è nemmeno così poi così sorprendente, questa sovrabbondanza di laiche vergini all’interno del martirologio. Guardando alla santità laicale “in gonnella”, si nota che moltissime donne riescono a guadagnarsi un posto in Paradiso diventando… madri del loro prossimo, se mi passare il paragone.
Tutte quelle “operatrici della carità” che, nei secoli passati, e senza mai prendere il velo, si sono dedicate alla cura degli orfani, degli ammalati, dei poveri, degli scolaretti… non si sono forse “fatte madri” del loro prossimo?
In un certo senso, sì: hanno rinunciato all’avere una famiglia propria (e hanno persino rinunciato a una famiglia religiosa), per diventare educatrici e “madri” di tanti bambini che ne avevano bisogno.
Effettivamente, l’equazione è quasi perfetta: se ti trovi con una santa laica che si è distinta per le opere caritative, costei è – quasi sicuramente – vergine.
Se non è vergine, è sposata ma sterile. Donne già un po’ avanti con gli anni, supportate da un marito simpatizzante, che, accantonata ormai la speranza di avere figli propri, decidono di “adottare” come figli coloro che più ne hanno bisogno.
E del resto, ha pure senso: non ti lanci in certe imprese (e soprattutto non ti ci lanciavi nei secoli passati), se sei una madre di famiglia con figli tuoi a cui pensare.

8) Ammalati orrendamente
Fortunatamente per le aspiranti sante d’oggi, questo tipo di santità laicale al femminile sembra essere in rapido declino. Purtuttavia, per quanto riguarda le sante di epoche passate, il martirologio è pieno di poveracce disgraziate che salivano alla gloria degli altari grazie a un quadro clinico che sembra uscito da una puntata del dottor House. Piaghe sanguinolente, malattie paralizzanti, corpi squassati dal dolore e intere decadi trascorse a letto fornivano alle pie donne l’occasione giusta per santificarsi attraverso una serena accettazione della sofferenza.
Indubbiamente una lezione preziosa… però, facciamo le corna!

9) Sposa uno psicopatico
Aehm: onestamente, è non poco inquietante la quantità di buzzurri psicotici violenti e abusatori che incontriamo scorrendo le pagine del Martirologio. Pare che le sante laiche, oltre ad essere vittime della sindrome della crocerossina, abbiano questa inquietante tendenza a sposare il bad guy di turno (chissà se anche loro si illudono dicendo “ma io lo cambierò!”).
Per quanto capiti, in singoli casi isolati, che la vicinanza con una moglie santa porti alla conversione anche il peccatore più incallito, il Martirologio sembra suggerire invece che, nella maggior parte dei casi, non succede niente del genere. Ovverosia, il marito cattivo continua a picchiare sua moglie, abusare di lei fisicamente e psicologicamente, ostacolare la sua pratica cristiana, complicare la vita a lei… e pure ai figli.
Eppure, le sante laiche continuano eroicamente a salvaguardare il vincolo matrimoniale, restando fedeli al proprio marito nonostante tutte le sue intemperanze. Il messaggio non è – evidentemente – “prendi le botte e taci”; purtuttavia, la Chiesa considera ammirabile la perseveranza con cui, persino nelle situazioni più avverse, la moglie resta fedele (…talora a distanza di sicurezza…) all’uomo che, comunque, ha sposato per l’eternità.

(La cosa positiva è che, in ogni caso, questi buzzurri abusatori tendono a morire precocemente, lasciando alla santa laica alcuni anni di felice vedovanza durante i quali dedicarsi alla preghiera o alle opere di carità).

10) Prepara per la Chiesa i santi di domani
Last but not least (proprio nel senso che questa è una categoria abbastanza corposa!) ci sono le sante… madri di famiglia.
Spesso sono sante che hanno generato altri santi, e in quel caso vien da domandarsi se sia nato prima l’uovo o la gallina – se, cioè, Santa Monica sia salita alla gloria degli altari perché Sant’Agostino l’ha “pubblicizzata”, o se sia semmai Agostino a rilucere di luce riflessa, nel senso che non sarebbe diventato santo se non per Santa Monica.
In ogni caso: che siano o meno madri di santi canonizzati, le sante che accomuniamo sotto l’appellativo di “mogli e madri” sono forse l’emblema più significativo di tutta la santità laicale. Donne impegnate in maniera totalizzante da compiti apparentemente molto umili… perché passare il Fissan sul sederino di tuo figlio non ha esattamente lo stesso appeal del farsi uccidere in odium fidei: fin qui siamo d’accordo?
Eppure, le sante madri riescono, in qualche modo, a conciliare le esigenze pressanti e “umili” della quotidiana vita domestica con le opere di evangelizzazione, di apostolato e di misericordia. Una parola qui, una catechesi là, una vita globalmente vissuta come esempio… e capita talvolta che raggiungano la gloria degli altari anche donne che, apparentemente, “non hanno fatto un bel niente”.
E invece, Dio solo sa quanto hanno fanno realmente!

Per concludere citando paro paro le parole dell’articolo che mi ha ispirato questo post,

è possibile […] risalire a un’idea globale di santità del fedele laico, che sembra fondarsi sulla capacità del santo di sfruttare a gloria di Dio proprio quegli elementi che sono costitutivi dell’identità laicale. […] È come se il Martirologio presentasse la santità laicale come una tipologia specifica, e cioè non come una derivazione e propagazione dai modelli della santità della vita religiosa o della ministerialità ordinata. […] È possibile definire i tratti distintivo della santità laicale secondo il Martyrologium come un evento che si nutre dei valori tipicamente laicali, quali la vita all’interno della famiglia e i talenti che questa esperienza lascia emergere. […] Sembra dunque che la chiave interpretativa dei numerosi casi di esperienza della santità laicale venga riposta nell’idea della famiglia come Chiesa domestica: da cui è originata la vita biologica […] per essere posta a servizio di Dio; in cui si fa esercizio delle virtù cristiane; e dalla quale, infine, ci si può allontanare, per riproporre una tale esperienza di Dio a tutti i fratelli.

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[Pillole di Storia] “Per la nostra Regina”

 Per la nostra Regina copertina

“Immagina che sia l’Angelo Custode a offrirti questo foglietto, preparato dalla Madonna SS.” (niente meno!).
Iniziava proprio così la presentazione dell’opuscoletto Per la nostra Regina, uno di quei sussidi di preghiera che, nel primo dopoguerra, venivano distribuiti con grande magnanimità agli studenti di scuole cattoliche, ai ragazzi di oratorio, ai bambini del catechismo…

Vi ricordate? Ne avevo già pubblicati alcuni.

Nel lontano giugno 2013, aveva creato un certo entusiasmo un opuscoletto di Direttive per le vacanze, distribuito a tutti i ragazzini che, abbandonato per le vacanze estive il loro collegio religioso, tornavano a casa a godersi il meritato riposo. Ma ricevevano dai loro maestri alcune raccomandazioni di natura spirituale: preghiera quotidiana, confessione settimanale, devozione del primo venerdì del mese… il tutto, da appuntare in uno schemino creato ad hoc!

Dopo lo schemino per le vacanze estive, era stata la volta dell’opuscoletto sul Maggio santificato grazie a una corona di fior(ett)i che le educande degli anni ’50 erano invitate a offrire a Maria Santissima.

E oggi, faccio il tris proponendo un opuscoletto suppergiù dello stesso tenore: siamo in Lombardia; siamo anche in questo caso nel primo dopoguerra; siamo alla vigilia del mese di maggio, periodo “mariano” per eccellenza.
Come assicurarsi di onorare degnamente “la nostra Regina”, così come titolava l’opuscoletto in questione?
Beh… con una serie di piccoli fioretti quotidiani, da appuntare scrupolosamente su un apposito specchietto:

Trascorri questo mese in suo onore

recitava l’opuscoletto dedicato a Maria,

e sii generoso nel preparare ricchi manipoli di Tesori Spirituali. Accetta l’invito e affida allo specchietto interno le tue vittorie. Il primo tuo fioretto sia la fedeltà nel segnare quotidianamente e sinceramente.

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A metà tra il gioco e la devozione, questo opuscoletto proponeva ai bambini una sfida ben precisa: “scalare la montagna” con le loro buone azioni, fino ad arrivare alla vetta.
E la montagna si poteva scalare – per l’appunto – solo con buone azioni e sacrifici: si “saliva” di un quadretto ogni volta che si faceva la Comunione, ogni volta si recitava una decina del Rosario, ogni volta che ci si mortificava con un fioretto…

In particolar modo, l’opuscoletto proponeva ai bimbi una vasta gamma di fioretti da cui trarre ispirazione, per la loro mortificazione quotidiana. Ad esempio:

Farò bene la genuflessione entrando in chiesa, dicendo la giaculatoria: Gesù, vi adoro presente nel SS. Sacramento.

Farò bene il segno di croce, entrando e uscendo di chiesa.

Passando vicino a una chiesa, saluterò Gesù.

In onore della Madonna, farò l’elemosina a un povero.

In onore della Madonna, mi priverò di una parte di frutta.

Sarò ubbidiente in casa e a scuola.

Procurerò di essere veritiero anche durante il gioco.

Reciterò il S. Rosario per i miei morti.

Reciterò il S. Rosario per i miei cari.

Via tutto ciò che può offendere la purezza!

Mi sforzerò di stare ben composto in classe e in chiesa.

Metterò particolare impegno nello studio e nell’esecuzione dei compiti.

Oggi mi sforzerò di dare il buon esempi in tutto.

Visita a Gesù Sacramentato, pregando per la conversione di un peccatore.

Oggi offirò a Maria SS. qualche mortificazione di gola, per il trionfo della Chiesa e del suo Capo, il Papa.

Incontrando un sacerdote, un religioso o una suora, oggi lo saluterò così: sia lodato Gesù Cristo!

Altri tempi, certamente; ai nostri giorni, molti di noi troverebbero persino eccessivo un giochetto del genere; forse, non avrebbero piacere di proporlo ai loro figli. Eppure, io trovo così irresistibilmente dolce l’immagine di un bimbetto in calzettini e calzoncini corti che, la sera, prima di andare a dormire, appunta sul foglietto i suoi successi, esultando, perché di giorno in giorno si vede sempre più vicino alla vetta!

Destinazione finale di questi foglietti? L’ultimo giorno del mese, andavano bruciati, o nel caminetto di casa propria o – per i più fortunati – in un braciere acceso in apposita cerimonia nel cortile dell’oratorio.
Bruciando, il foglietto avrebbe portato con sé il segreto dei successi e degli insuccessi del bambino… e il fumo della carta che bruciava, raggiungendo il cielo, avrebbe strappato un sorriso a Maria Santissima, commossa e intenerita dai dolci sacrifici dei suoi figli.

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