L’usuraio di Liegi

No”.
“…in che senso, no?”.
“Nel senso di no. Il contrario di sì”.
Il Santo Padre inarcò le sopracciglia, lanciando un’occhiata a quella donnetta gracilina che lo guardava storto, con i pugni stretti sui fianchi, e che si permetteva di rispondergli così (!). Si sentì molto confermato nella sua vocazione al celibato, anche.
“Figlia mia”, disse molto cautamente: “ma se il tuo parroco e il tuo vescovo hanno deliberato in questo senso…”.
“Non mi interessa”, replicò la donna con voce ferma. “Mica ho fatto appello alla Santa Sede perché non sapevo come passare il tempo. Santità, io vi imploro in ginocchio: permettete che i resti di mio marito vengano trasferiti in terra consacrata”.
Il Papa si passò una mano tra i capelli, tradendo un moto di esasperazione. “Ma figlia mia diletta. Dalle informazioni in mio possesso, a me risulta che tuo marito fosse un usuraio…?”.
“Sì, purtroppo questo è vero”, annuì la donna senza scomporsi.
“Un pubblico peccatore, dunque?”, insisté cautamente il Papa.
“Indubbiamente, Santità”.
“E mi risulta”, aggiunge il Papa, con moltissima cautela, “che tuo marito sia morto senza confessare i suoi peccati…?”.
“Purtroppo, è vero anche questo”.
“E allora, figlia cara, che cosa vuoi che possa farci, io?”, esclamò il Santo Padre con una nota di esasperazione. “Lo sai bene che è la prassi. Stiamo parlando – scusa la franchezza – di un pubblico peccatore, che, dopo aver portato avanti per decenni pratiche contrarie alla legge di Dio, e dopo aver mandato in rovina centinaia di famiglie innocenti, è morto rifiutando la confessione sacramentale, allo stesso modo in cui, in vita, ha sempre rifiutato la conversione. Scusa la franchezza, ma mi spieghi quale sarebbe il senso di permettere il trasferimento della sua salma in terra consacrata?”.
“…perché la misericordia del Signore è infinita…”.
Il Papa sospirò, passandosi di nuovo una mano tra i capelli. “Quello che dici è vero”, disse molto lentamente, “ma devi anche renderti conto che, purtroppo, la condotta di tuo marito, il suo stile di vita, le circostanze in cui è morto, non lasciano ben sperare…”.
“Ne sono perfettamente consapevole, Santità”, ribatté la donna, con voce ferma. “Ma io sono qui nella convinzione che non si possa neanche smettere, di sperare. Mi è stato insegnato, signore, che il marito e la moglie sono una cosa sola, e che, secondo l’Apostolo, l’uomo infedele può essere salvato dalla donna fedele. Io, che sono parte del corpo di mio marito, farò volentieri al posto suo ciò che egli ha omesso di fare in vita. Sono pronta a farmi reclusa, per lui, e a offrire a Dio, con le mie preghiere, il riscatto per i suoi peccati”.
Nella sala delle udienze calò il silenzio per qualche secondo; poi, fra i cardinali, cominciò a correre un mormorio.
La donna fissò negli occhi il Papa, e si inginocchiò al suo cospetto. “Vi prego. Rinuncerò a tutto quello che ho, rinuncerò alla mia stessa vita, ma non date per scontato che mio marito non possa salvarsi”.

Così prosegue la storiella, tratta dal Dialogus miracolorum Cesario di Heisterbach (1180 – 1240 ca.):

Cedendo alle preghiere dei cardinali, il Papa fece riportare il morto al cimitero. La moglie elesse domicilio presso la sua tomba, si richiuse in clausura e si sforzò giorno e notte di placare Dio per la salvezza dell’anima del marito, mediante elemosine, digiuni, preghiere e veglie.
Sette anni più tardi, il coniuge le apparve, vestito di nero, e la ringraziò: “Dio ti renda merito per quello che stai facendo. Grazie alle tue prove, sono stato sottratto alle pene terribili delle profondità dell’Inferno. Se tu mi presterai questi servigi per altri sette anni, sarò liberato del tutto”. La donna lo fece, e, allo scadere dei sette anni, il marito le apparve di nuovo – ma, questa volta, era vestito di bianco, e aveva l’aria beata. “Grazie a Dio, e grazie a te, perché oggi sono stato liberato!”.

È una storiella sorprendente per molti versi. Ad esempio, pare sconcertante che un peccatore pubblico e così incallito venga salvato “dalle profondità dell’Inferno” solo perché aveva una moglie devota (e che è?). Infatti, il redattore ci tiene a precisare subito dopo che, evidentemente, il peccatore non era poi così incallito: sul punto di morte, doveva sicuramente aver provato contrizione per i suoi peccati.

Ma il punto non è nemmeno quello, sapete?
In fin dei conti, di storie simili è piena l’agiografia: Tizio, peccatore incallito, muore in circostanze molto poco promettenti, e viene salvato in extremis dall’intervento misericordioso della Beata Vergine.
La Madonna, nel Medioevo, era specializzata in questo tipo di salvataggi!
La cosa sconcertante è proprio questa: in questa storia, il peccatore viene salvato non dall’intervento della Vergine Maria, ma dall’intervento di… sua moglie.

L’autore di questo aneddoto è un monaco cistercense, e gli studiosi concordano nel dire che forse non è un caso: a Citeaux si sentiva molto forte il legame comunitario tra i vari membri dell’ordine. Che un monaco potesse (e dovesse) pregare per i suoi confratelli, evidentemente nella speranza di essere esaudito, era un concetto abbastanza acclarato.

Ma l’usuraio del nostro racconto, con molta evidenza, non è un monaco; né men che meno lo è la sua coraggiosa moglie.
Siamo nella prima metà del ‘200, e la Chiesa stava lottando con forza per sottolineare davanti agli occhi dei  fedeli lo straordinario quantitativo di grazia racchiuso in un matrimonio sacramentale. Al vincolo coniugale – unico, sacro, eterno e indissolubile – viene riconosciuto un potere talmente grande da ammettere che ci si possa salvare anche attraverso il sacramento matrimoniale. Addirittura, anche attraverso le azioni del proprio coniuge.

Ed è roba forte, eh, calcolando che tutto ciò viene detto in un monastero di inizio Duecento!

Con tanti auguri commossi per Giovanni e Francesca,
che questa grazia stanno per sperimentarla

15 pensieri su “L’usuraio di Liegi

  1. Più che dimostrare l’infinita misericordia di Dio, questa storia dimostra l’infinita credulità degli uomini. E anche l’infinita pazienza dei preti che con questi esempi chiaramente inventati provano a convincere le vedove a restituire il denaro mal guadagnato dai mariti disonesti. Dopo una vita passata insieme a uno strozzino infliggersi altri quattordici anni di privazioni è da veri masochisti. E tutta questa sofferenza per niente!
    Ciao : )

    • Mh… non so, sai?
      Che esistessero fior fiore di exempla per convincere peccatori – o anche parenti di peccatori ormai morti – a restituire il maltolto, è sicuramente vero, ma non sarei così sicura che fosse questo il fulcro di questa storia. Anzi: molti storici, Le Goff in testa, la citano come una attenuazione della condanna del peccato di usura, nel senso che viene ammessa l’idea che un usuraio possa anche salvarsi l’anima, a certe condizioni (e la condanna all’usura, nel Medioevo, è sempre stata fortissima e molto netta).
      E non mi sembra nemmeno che in questo episodio venga calcata la mano sul fatto che la vedova ha restituito il maltolto (anzi, non viene proprio detto. Viene detto, en passant, che, fra le altre cose, la vedova reclusa faceva anche elemosine, ma questo non vuol dire che le facesse alle persone che erano state danneggiate da suo marito; se così fosse stato, e se fosse stato questo il messaggio che intendeva passare la storia, perché mai non specificarlo?).
      Infine: la vedova dell’usuraio non si infligge solamente alcuni anni “di privazione” – diventa reclusa, che nel Medioevo era uno status sociale molto preciso, e da cui raramente si tornava indietro. Non è detto, ma è anche probabile che la vedova abbia vissuto da reclusa per tutto il resto della sua vita, anche dopo lo scadere dei quattordici anni.
      La reclusione era uno stile di vita estremamente duro, drammatico e radicale, che la Chiesa non ha mai in alcun modo incoraggiato, e, anzi, ha cercato a più riprese di regolamentare, arrivando persino ad ostacolarlo apertamente (preferendogli altre forme di vita religiosa più “soft”, come la clausura). Magari ci farò un post!

      Mi sembra altamente improbabile che lo scopo di questa storiella fosse invogliare tutte le vedove di peccatori incalliti ad entrare in reclusione per espiare le colpe del marito (!!), e anche il gesto di restituire il maltolto… meh. Può anche darsi che la vedova abbia cercato di ripagare in qualche modo le vittime dello strozzino, però non è che nella storia venga specificato con chiarezza, è una supposizione nostra (e, se fosse stato questo lo scopo dell’exemplum, perché mai non specificarlo?).

      In genere, analizzando questo racconto, gli storici sottolineano altri elementi: la potenza del sacramento matrimoniale (che proprio in quegli anni veniva “tirato a lustro”, diciamo), il fatto che il peccatore si salvi grazie alle mortificazioni corporali di un altro essere umano (e non, ad esempio, grazie a generiche Messe di suffragio)… e poi, ovviamente, la speranza di salvezza anche per i peccatori più incalliti. Le tematiche che dici tu, io, in questa specifica storiella, non le noto in maniera così marcata…

  2. 23 In quello stesso giorno vennero a lui dei sadducei, i quali affermano che non c’è risurrezione, e lo interrogarono: 24 «Maestro, Mosè ha detto: Se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza al suo fratello. 25 Ora, c’erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. 26 Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo. 27 Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 28 Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie? Poiché tutti l’hanno avuta». 29 E Gesù rispose loro: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio. 30 Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo. 31 Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32 Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi». 33 Udendo ciò, la folla era sbalordita per la sua dottrina.
    Matteo 22,23-33
    Leggendo questo brano del Vangelo mi sembra di capire che Gesù, quando istituiva il sacramento del matrimonio, pensasse alla sua indissolubilità durante la vita terrena più che a una durata eterna. Invece Cesario, per ragioni sue, che io credo di individuare nelle necessità economiche dei poveri e della Chiesa, aveva bisogno di sostenere che il sacro legame che il matrimonio stabilisce tra i coniugi si proiettasse oltre la morte di uno dei due, e possedesse una forza capace di realizzare un autentico miracolo, e che per questo valesse la pena di investire tempo e denaro per una causa così nobile.
    Stava nascendo la pratica della vendita delle indulgenze, la cui degenerazione manifesterà i suoi effetti alcuni secoli dopo.
    La tesi di Cesario, e cioè che un pubblico peccatore, morto inconfesso e senza prove manifeste di pentimento, potesse essere strappato al legittimo proprietario, cioè Satana, per mezzo dell’azione salvifica delle preghiere e delle buone opere, appare piuttosto debole; da qui la necessità di invocare un agente particolarmente efficace, come il coniuge superstite. Sappiamo però che per salvarsi quel peccatore dovrebbe obbligatoriamente aver provato un sentimento di contrizione almeno negli ultimi istanti di vita.
    E quali prove abbiamo di questa avvenuta salvezza? Da parte ecclesiastica nessuna. Abbiamo i sogni della moglie. Che valore dobbiamo dare alle sue affermazioni? Quando una persona riferisce di un fatto come avvenuto, e noi invece sappiamo che non è possibile, le diciamo: “Te lo sei sognato!”.
    Per quanto riguarda la concessione strappata al papa della sepoltura in terra consacrata per un pubblico peccatore, cosa per quei tempi inaudita, la cronaca di oggi si diverte a mostrarci quanto siano risibili le convenzioni umane ed ecclesiatiche: la stessa chiesa e forse lo stesso parroco che rifiutarono le esequie religiose a Piergiorgio Welby, che aveva voluto il distacco dalle macchine che lo tenevano in vita, hanno celebrato in pompa magna i funerali di Casamonica, il boss della mafia di un quartiere di Roma.
    Riconosco invece che le elemosine e le buone opere, anche se compiute con il miraggio di un evento irrealizzabile, rimangono positive e lodevoli per i loro effetti sui vivi, mentre disapprovo ogni tipo di pratica ascetica o di mortificazione, perché ritengo che siano un delitto contro natura.
    Capisco anche il tuo intento beneaugurante rispetto ai prossimi sposi, e credo che l’augurio di un’unione felice e salda per tutta la vita sia una misura atta a soddisfare le speranze di tutti.
    Ciao : )

    • Beh, Cesario scrive esattamente nell’epoca storica in cui la Chiesa stava compiendo quella riflessione teologica che, di lì a poco, l’avrebbe portata a elaborare la visione “moderna” del matrimonio-sacramento (quella attuale, insomma).
      Onestamente, secondo me, mentre scriveva questo exemplum, il monaco voleva proprio sottolineare il valore salvifico (per non dire sacramentale) delle nozze cristiane. In quegli anni, del resto, le discussioni sulla sacramentalità del matrimonio erano all’ordine del giorno, nei monasteri e nelle università: questo exemplum è uno fra i millemila che si inscrivono nel filone.

      Qua e là l’avevo già accennato, ma giustamente non è che tutti conoscano a memoria gli archivi del mio blog ;-) la sacramentalità del matrimonio viene “proclamata” per la prima volta nel 1274 (!), nella professione di fede del Concilio di Lione. Per quanto riguarda la dottrina cattolica sul matrimonio prima di quella data, gli storici in genere dicono sempre che non esisteva il concetto di matrimonio cristiano; semmai si parlava di matrimonio di cristiani.
      Che due cristiani, battezzati, viventi nella grazia di Dio, potessero e dovessero utilizzare il loro matrimonio come un mezzo per perfezionarsi nella loro santità e cercare la salvezza, indubbiamente era cosa assodata; però, il concetto di matrimonio-sacramento così come lo intendiamo noi oggi è molto molto più tardo. Si comincia a parlarne nel XII secolo, il pronunciamento famoso è del 1274, e poi interviene in maniera pesante – secoli dopo – anche il Concilio di Trento, in reazione alla visione protestante del matrimonio.
      Ma nella tarda romanità e per tutti i primi secoli del Medioevo, il “matrimonio cristiano” non era assolutamente la stessa cosa che è adesso (nonostante moltissimi teologi ne avessero ovviamente sottolineato l’importanza e la sacralità). A volte, non bisognava nemmeno entrare in chiesa, per dirsi marito e moglie: bastava l’atto civile, e poi tutto il resto sarebbe venuto da sè (nel senso che, se due coniugi vivono cristianamente il loro matrimonio, allora questo diventa un matrimonio cristiano già di per sè).

      Invece, all’epoca in cui veniva scritta questa storiella, la Chiesa stava per l’appunto maturando quel concetto di “matrimonio sacramento” che, in soldoni, è quello valido ancor oggi. In quel periodo storico, è davvero pieno di storielle simili a questa, che vogliono sottolineare in vario modo il potere sacro e santificante di questo… aspirante sacramento :-D
      Quindi, secondo me, in questo caso, quando Cesario si era messo a tavolino, gli premeva proprio sottolineare (principalmente?) questi aspetti, e non altri :-P

      (Poi, ovviamente, se mi parli di vendita delle indulgenze, sicuramente è vero che un altro tema importante del racconto è l’esistenza di un purgatorio da cui i peccatori possono essere salvati grazie alle buone azioni dei vivi. Beh, sicuramente sì! Quello è un concetto abbastanza antico in realtà – qui ad esempio raccontavo una storia simile che risale suppergiù all’anno Mille, e in cui il concetto viene già dato per scontato – ma sicuramente sì, anche quello era un tema molto presente nella predicazione. Ormai, dato così tanto per assodato che secondo me non era nemmeno il punto focale di questo racconto (semmai, era un tema di contorno, diciamo)… ma comunque sicuramente sì, si parlava anche di questo ;-)

  3. A me sembra ingiusto. Come uomo moderno, anche se sono consapevole che molte colpe sono collettive e distribuite (una su tutte. lo sfruttamento economico di classi, categorie e paesi) tendo a pensare che, senza arrivare all’eccesso del capro espiatorio, una persona debba salvarsi in vita e mettendoci (anche) del suo. La moglie aveva come unica colpa (se è il caso) di aver vissuto bene perché sposata a un ricco usuraio ma non vedo perché dovesse accollarsene direttamente le responsabilità. Inoltre avrei trovato molto più efficace che la vedova aprisse un ospizio, un servizio d’assistenza o persino un monastero, come a ripagare la società delle predazioni passate (cosa che regolarmente fanno molti volponi americani ben imbottiti. Ciao Bill). Da un punto di vista immanentista e umanista questo sarebbe stato un merito maggiore (o comunque aggiuntivo) del solo isolamento in contrizione.
    Sono stati insieme sarà vent’anni di vita coniugale, oltretutto: non aveva il tempo per cercare di far cambiare vita al marito da vivo?

    • No, beh, aspetta: io trovo molto bella questa storia perché sottolinea l’unione fra due sposi, il potere del matrimonio sacramentale eccetera eccetera… ma, chiaramente, è piuttosto evidente che siamo di fronte a una situazione estrema.

      Per chiarire la mia posizione: è assolutamente ovvio che l’usuraio, per essere un buon cristiano, avrebbe dovuto pentirsi dei suoi peccati, convertirsi, cambiare vita, e, possibilmente, anche rimediare alle sue colpe. Poi: che la misericordia di Dio sia infinita, e che ci si possa salvare anche solo “per una lagrimetta” in punto di morte, come si lamenta il diavolo dantesco, è un altro discorso, ma chiaramente sì: l’usuraio avrebbe fatto meglio a convertirsi quand’era in vita, chiaramente sì.
      La moglie dell’usuraio, chiaramente, avrebbe fatto bene a insistere con suo marito per convincerlo a cambiare vita (del resto, la storia non dice che la poveretta non ci abbia provato, evidentemente senza successo).
      E infine: certamente, la vedova non era tenuta a compiere la scelta estrema che poi ha fatto. E’ stata una decisione sua, un sacrificio eroico… ma che certamente nessuno avrebbe preteso che lei facesse.

      Ecco – chiarito questo, l’exemplum ci racconta una storia secondo me bellissima: il marito è drammaticamente nei guai; la moglie è convinta di poterlo aiutare, e tenta il tutto e per tutto; si mette in gioco, sacrificando tutto quello che ha e sacrificando persino la sua vita, pur di aiutare il marito nel momento di bisogno (indipendentemente dal fatto che il marito ci si sia cacciato da solo, in quel guaio) e alla fine c’è l’happy ending, grazie al potere di un matrimonio sacramentale.

      Chiaramente la moglie non era tenuta, così come Jack Dawson non era tenuto a lasciarsi morire per salvare Rose durante il naufragio del Titanic (primo esempio idiota che mi è venuto in mente, non sono nemmeno una fan di quel film :-P), però l’ha fatto, di sua volontà, e questo ha cambiato tutto (grazie al potere del sacramento che i due avevano contratto).
      Oh, io lo trovo bellissimo :-D

    • Ah, dimenticato: tu dici che sarebbe stato più utile che la vedova, invece di chiudersi in reclusorio, si fosse data alla filantropia fondando ospizi per i poveri, monasteri, eccetera.
      A parte che il racconto accenna velocemente anche alle “elemosine” fatte dalla vedova (assieme a digiuni, veglie e preghiere) durante il suo isolamento… quindi, magari, qualcosa di socialmente utile l’ha anche fatto, la signora.
      A parte quello, io sono d’accordo con te… nel senso che, se mai mi trovassi nella sfortunata situazione della vedova del racconto, la prima cosa che mi verrebbe in mente di fare sarebbe appunto aiutare un ente benefico o qualcosa del genere.
      E’ la prima cosa che farei anch’io, ma forse anche qui ci sarebbe di che riflettere: non è che, così facendo, si sottovaluta l’utilità di una vita di ritiro e preghiera?

      E’ un po’ lo stesso discorso che si sente fare in giro ogni tanto, quando la gente dice che le suore di clausura sono inutili e farebbero meglio ad andare in missione e fare quello che fanno le suore di Madre Teresa.
      Sante ed eroiche le suore di Madre Teresa, ma anche le suore di clausura hanno la loro ragion d’essere…

  4. Pingback: L’usuraio di Liegi - Mogli & Mamme per Vocazione

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